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La Tribuna di Treviso e La Nuova Venezia il 9/11/02

 

Made in Italy: un patrimonio da salvare

 

La Camera dei Deputati sta discutendo il progetto di legge relativa all’istituzione del marchio “Made in Italy” per la tutela della qualità dei prodotti italiani. In qualità di Segretario del Club de Distretti ho partecipato alla seduta della commissione parlamentare tenutasi il 17 ottobre scorso. Alcune mie riflessioni.

 

1-Avere memoria. Nel 1986 un piccolo industriale di Montebelluna  improvvisamente si ritrova bloccata in Olanda una partita di alcune migliaia di scarpe; l’accusa è di aver utilizzato un occhiello brevettato da una multinazionale francese. Naturalmente non basta la parola dell’interessato per dimostrare che tale innovazione a Montebelluna sia nota da decenni. Ma al Museo dello Scarpone c’è una scarpa del 1954 realizzata proprio con l’occhiello “incriminato”: scatta una foto e la invia alle autorità competenti. La causa è vinta.

Purtroppo l’Italia è un paese di smemorati..Negli ultimi decenni  abbiamo buttato via il sapere accumulato da generazioni in secoli di storia.Ora c’è il rischio che tante nostre invenzioni ci vengano scippate  dagli stranieri. E’ di qualche giorno la notizia che una ditta francese ha brevettato gli scarponi con i chiodi. Pensate un po’ che novità! Un primo provvedimento per salvare il made in Italy dovrebbe essere quello di diffondere la cultura dei brevetti.E’ urgente passare dalla cultura artigianale caratterizzata dalla trasmissione orale, alla cultura  industriale che formalizza le sue conoscenze.

2 – Tramandare.Questo patrimonio non deve restare imbalsamato in un museo o nelle biblioteche.Deve diventare cultura viva,trasmessa alle nuove generazioni. Ha senso difendere un modo di produrre, se i giovani rifiutano di continuarlo? Molti distretti italiani lamentano la scarsità di manodopera.Il fenomeno non è imputabile solo alla denatalità, ma anche alla disaffezione dei giovani per i lavori manuali. E il made in Italy è tanto artigianato e quindi tanta manualità. Sarebbe un paradosso voler salvare il made in Italy e poi essere costretti a importare manodopera  extracomunitaria.

3-La globalizzazione sta sconvolgendo numerosi distretti italiani. E’ giusto e doveroso che lo Stato difenda il lavoro dei piccoli o di quei marchi che credono nel prodotto eseguito tutto in Italia. Ma non si creda che un semplice intervento legislativo sia sufficiente per arginare un fenomeno inarrestabile. I piccoli devono cambiare profondamente la loro cultura:devono posizionarsi su nicchie ( solo le piccole quantità sono compatibili con il costo del lavoro italiano) e devono imparare a fare gioco di squadra.Senza alleanze il piccolo è destinato a soccombere.

4-Non ecluderei dal provvedimento anche quelle aziende che hanno scelto la delocalizzazione. A una condizione: qualsiasi azienda che voglia sottolineare un riferimento all’Italia realizzi almeno una parte della sua produzione in Italia. In tal modo verrebbe incentivato il mantenimento di quote produttive anche in chi ha scelto di delocalizzare. Sono comunque convinto che le aziende,tutte, non dovrebbero perdere il contatto e il controllo diretto della produzione. Lo slogan:il cervello in Italia ,le mani fuori è troppo semplicistico e di corto respiro.Oggi si ha l’illusione che esso funzioni perché molti distretti stanno vivendo di rendita:sono creativi perché hanno ereditato il saper fare di generazioni del passato.Ma il giorno in cui tale linfa si sarà seccata? Sarà possibile imparare ad andare a cavallo,solo guardando le fotografie dei cavalli?

 

Aldo Durante