Flash Art Italia n° 238 Febbraio - Marzo 2003  www.flashartonline.com

Michelangelo Pistoletto

dentro lo specchio

di Giacinto Di Pietrantonio

Giacinto di pietrantonio: Quale credi sia il motivo della rinnovata attenzione nei confronti dell’Arte Povera?
Michelangelo Pistoletto: Penso che l’arte degli anni Sessanta sia alla base di ciò che oggi è preso in considerazione dai giovani e dal mondo della cultura. Per me i “quadri specchianti”, realizzati ancor prima che esistesse l’Arte Povera, rimangono un riferimento anche per ciò che sto facendo oggi. C’è un senso che accomuna il lavoro degli artisti dell’Arte Povera, ed è quello che penetra la natura, fisica e concettuale delle cose, mettendola in condizione di rivelarsi. Non è un modo di intendere l’arte come dichiarazione unilaterale dell’artista, non è l’espressione, la descrizione, l’impressione, il gesto che l’artista impone, ma è la creazione di sistemi fenomenologici attraverso i quali l’energia, la sostanza e l’essenza delle cose si palesano e ci informano direttamente. I “quadri specchianti” producono la dimensione fenomenologica in cui la raffigurazione si manifesta senza che io ne imponga una mia interpretazione personale.

GDP: Assistiamo al proliferare di mostre sull’Arte Povera in America, Australia, Europa; una di esposizioni è addirittura la prima che la Tate Modern londinese presenta aldilà della propria collezione.
MP: Si è trattato di una convergenza internazionale su uno dei fenomeni più incisivi del Ventesimo secolo, non solamente italiano, pensiamo ad artisti come Richard Long in Inghilterra, Joseph Beuys in Germania, o Bruce Nauman negli USA. Tuttavia, l’Italia ha avuto, a Torino, la concentrazione di un folto gruppo di artisti, mentre all’estero si trattava di presenze individualmente connotate. I centri dell’arte erano Parigi e New York, il fatto che a Torino si sia sviluppato il fenomeno dell’Arte Povera è piuttosto straordinario. Ma è vero che in questa città si è caratterizzata la tendenza a dare voce diretta alla natura — fisica e virtuale — attraverso opere d’arte che sono essenzialmente rivelatori fenomenologici. Forse questa proprietà è meno centrale per altri artisti italiani, compresi nell’Arte Povera, la cui opera appare più dichiarativa, letteraria o sensitiva.

GDP: Sostieni giustamente la tua apparteneza all’Arte Povera, altri artisti tendono a descriverla come un breve episodio della loro carriera artistica.
MP: L’Arte Povera è stata considerata in molti modi diversi. Celant, che le ha dato il nome, l’ha vista anche come una ribellione di natura politica, e qualcosa di vero c’è. Mentre qualcun altro l’ha intesa come un movimento più concettuale, ed è vero anche questo, poiché alcuni artisti, come Boetti e Paolini, sono maggiormente legati alla concettualità. Comunque, se si pensa bene, lo stesso lavoro di Paolini mette la natura dell’arte nella condizione di esprimere se stessa, sorprendendoci attraverso reazioni concettuali. Altri invece lavorano sulla fisicità della materia. Zorio usa veri e propri processi chimici facendo reagire gli acidi e i materiali che producono colore, forma e rumore. Tutto questo non è distante dal fenomeno del “quadro specchiante” in cui il passato e il futuro interagiscono con il presente, così come si polarizzano staticità e dinamica, assoluto e relativo, fronte e retro, passato e futuro. I “quadri specchianti” sono un luogo predisposto ad accogliere il manifestarsi delle cose. New Dada, dal Nouveau Realisme e dalla Pop Art possedevano la disposizione ad andare verso qualcosa di preesistente, come gli oggetti quotidiani, la pubblicità o i massmedia. L’Arte Povera, però, non focalizza il concetto di oggettività semplicemente utilizzando gli oggetti comuni e non rispecchia il sistema politico-economico rappresentato dai prodotti di consumo. C’è un’universalità nei lavori dell’Arte Povera, in quanto toccano oggettivamente la realtà in tutti i suoi aspetti, da quello materiale a quello intellettuale.

GDP: Come e perché nasce la Cittadellarte?
MP: Si arriva ad un momento di maturazione. L’Anno Bianco è quello della caduta del muro di Berlino e comincia con una mostra a Perugia, allo spazio Opera, dove ho dichiarato che il mio lavoro sarebbe stato la pagina bianca che avrebbe accolto tutti gli avvenimenti di quell’anno. Ho dato carta bianca ad un anno, gli ho posto di fronte uno specchio per registrarne gli avvenimenti. E in quell’anno stesso è avvenuta una sorta di esplosione sociale inaudita a partire dal crollo del muro di Berlino. Ho iniziato a capire che nuove sconvolgenti tensioni si acuivano nel mondo. Ho pensato che era tempo di assumere responsabilità concrete che interagissero con la vita sociale. Mi sono reso conto che, come artista, non potevo rimanere estraneo agli accadimenti che minacciavano l’intera comunità umana ed ho cercato di indirizzare la mia attività nella ricerca di un nuovo concetto di civiltà, inteso in senso globale.

GDP: Che cosa intendi con il termine “globale”?
MP: Dopo che le due potenze contendenti dell’Est e dell’Ovest avevano smesso di rappresentare il dominio sul mondo intero, esplodeva ovunque il conflitto tra differenti popolazioni, etnie, religioni e si profilavano le tensioni della globalizzazione economica. Era evidente che si stava sviluppando qualcosa che potremmo definire una “guerra civile mondiale”. Si è aperta una crisi del sistema sociale a dimensione planetaria e mi è parso chiaro che l’artista non poteva mantenere la propria creatività fuori da tutto ciò. Quindi ho attivato un luogo in cui dar forma ad una nuova responsabilità dell’arte.

GDP: È un caso che tu l’abbia trovato a Biella, tua città natale, oppure è voluto?
MP: È stato un caso. Ero venuto a Biella per altre ragioni e ho trovato questo ex opificio che corrispondeva allo spazio che avevo in mente. Nello stesso tempo ho iniziato ad insegnare a Vienna.

GDP: Era la prima volta che insegnavi?
MP: Sì, ho subito detto agli studenti dell’Accademia che non ero lì per fare il mestiere del professore, ma per portare avanti un progetto d’arte. Ho iniziato con “Habitus – Abito – Abitare”: l’abito della mente, l’abito del corpo e l’abitare nello spazio fisico. Nel 1994 ho pubblicato il manifesto “Progetto Arte”, lo stesso che sto attuando a Biella con la Cittadellarte. Nel 1993 tu avevi fatto una mostra e una pubblicazione di proposte quasi impossibili, “Territorio Italiano”, a cui io avevo partecipato proprio con l’idea di Cittadellarte, che poi si è realizzata.

GDP: In cosa consiste esattamente questo progetto?
MP: L’idea fondamentale di Cittadellarte è quella di un nucleo energetico che si divide e si moltiplica: un vuoto che attira e trasforma la realtà. Per me questo luogo corrisponde al vuoto dello specchio che contiene la presenza di ogni cosa. Cittadellarte è uno specchio nel senso di un volume vuoto, inteso come territorio di tutti. Esso si divide come le cellule organiche si dividono per moltiplicarsi e divenire corpo. Le parti anatomiche di questo corpo si chiamano: politica, economia, religione, produzione, educazione, comunicazione e nutrimento. L’arte dà a questo corpo il nome di “creatività organica”.

GDP: Come operate con la religione?
MP: Diversi settori sono già pienamente attivati, come quello costituito da UNIDEE-Univesità delle Idee, in cui artisti visivi, architetti, musicisti, scrittori sviluppano progetti collegati con i diversi settori della struttura sociale. In uno di questi, dedicato alla religione, attualmente si lavora al progetto del Sacro Monte di Graglia (BI) proposto dall’Amministrazione locale. I giovani dell’Università delle Idee interpretano ciascuno, secondo una propria visione, il concetto di spiritualità. Teniamo presente che questi giovani vengono dalle diverse parti del mondo e da diverse culture religiose.

GDP: Credo ci sia una grande differenza fra essere religioso e “appartenere” a una religione.
MP: Si tratta di interpretare il concetto di spiritualità. Altri lavori nascono in stretto rapporto con la produzione e l’impresa, ad esempio i Distretti Industriali, o aziende come Illy, Ermenegildo Zegna, Teseco ecc.
GDP: Con la Illy cosa fate?
MP: Si parte dal lavoro sulle tazzine per inserire nella decorazione il concetto di responsabilità sociale.

GDP: In che modo formalizzate questo impegno?
MP: Per esempio la tazzina realizzata dall’artista portoghese Maria Joao Calisto porta un testo che avverte “no water no coffee”. Il lavoro di creatività responsabile prosegue all’interno di un nuovo progetto Illy denominato “Perfect Bar” a cui stanno lavorando anche quattro scuole di design a Milano, Parigi, Londra e Karlsruhe (Germania). Il bar non è solo uno spazio che contiene mobili, tazzine, caffè... è anche il luogo dove ci si incontra, si discute.

GDP: E con Zegna?
MP: Leopold Kessler, giovane artista tedesco, ha progettato Energy Balance che consiste nell’inserimento, nei capi d’abbigliamento Zegna, di un’etichetta che dichiara quanta energia animale, industriale e umana viene spesa per ogni prodotto. L’operazione ha dato inizio ad una ricerca che si sviluppa nel laboratorio di economia di Cittadellarte sotto la denominazione di Economia Organica.

GDP: Quante persone operano a Cittadellarte e come vi finanziate?
MP: Le persone che operano a vario titolo e tempo sono, in media, una quindicina. Cittadellarte è convenzionata con la Regione Piemonte e il Comune di Biella. Poi c’è un’attività no profit che ne finanzia il funzionamento: borse di studio che istituzioni pubbliche e private, sia italiane che straniere, mettono a disposizione della nostra ricerca.

GDP: Nonostante questa mole di lavoro, hai accettato di dirigere BIG 2002, la Biennale d’Arte Giovane di Torino, rifaresti quest’esperienza?
MP: Si è trattato per me di un esperimento estensivo rispetto a Cittadellarte, infatti con il titolo “Big Social Game” ho allargato le opportunità d’incontro con i giovani artisti che intraprendono oggi una nuova strada, quella dell’arte responsabile. Un’esperienza che ripeterei se servisse ad incrementare l’interazione dell’arte con il tessuto sociale.

GDP: Cosa vedi oggi riflesso nello specchio?
MP: Qualcosa che oggi non è qui. La realtà di domani è ancora imprigionata nello specchio e man mano ne uscirà per occupare la vita reale. Anche la nostra volontà è racchiusa nello specchio, e dal suo interno prepara gli accadimenti futuri.

GDP: Mi piace pensare che il mondo non è quello che è, ma quello che, nel bene e nel male, ci sforziamo di far essere.
MP: Vedo il nostro programma di trasformazione sociale procedere rispetto agli inizi del 1991 e da quando ho pubblicato il manifesto del Progetto Arte, nel 1994. Allora tutti dicevano che la mia era utopia, e io rispondevo che era un progetto. L’utopia era nello specchio la cui superficie era il progetto, quella di oggi è la realtà nell’atto di oltrepassare il piano dello specchio per entrare nel mondo. I prossimi 10 anni, come mi sono prefisso, saranno parte dell’opera di trasformazione sociale responsabile, nella misura della verifica di quanto stiamo facendo.

GDP: In che rapporto si pone Cittadellarte con il sistema galleristico e museale?
MP: Il consolidamento del sistema arte è evidente e questo potrebbe far pensare che qui siamo fuori onda, ma credo che sia molto importante considerare il lavoro che stiamo facendo noi, come un modo di procedere salvifico anche per le basi, per le radici dell’autonomia dell’arte moderna e contemporanea meno rappresentativa dei sistemi istituzionali e dell’antico fideismo dogmatico che si sono sviluppate nel XX secolo. Arte che ha creato un nuovo spazio per il pensiero e un’autonomia spirituale laica. Le istituzioni devono rendersi conto di essere, oggi, per la maggior parte, dipendenti da sistemi che non si pongono problematiche di nessun genere, oltre a quelle della resa economica. Bisogna vedere se le istituzioni che promuovono il sistema dell’arte riescono a spingere la loro attenzione verso chi lavora alla ricerca di una trasformazione sociale responsabile, la quale ha le sue radici nell’autonomia dell’arte.

GDP: Però tu partecipi a questo sistema di musei e gallerie.
MP: Sì, perché i musei possono custodire e mostrare opere che stanno alla base della mia attuale attività. Inoltre, il ricavato contribuisce a sostenere la nuova ricerca, permettendo così a quelle istituzioni di parteciparvi implicitamente. Il ritorno economico non si consuma in un beneficio mio personale, bensì in un beneficio che il sistema arte porta indirettamente al processo di trasformazione sociale. Realizzando il Progetto Arte nella Cittadellarte non andiamo contro alcun sistema, non muoviamo nella direzione del conflitto ma in quella della soluzione che si raggiunge attraverso l’interazione e la cooperazione.

Giacinto Di Pietrantonio è critico d’arte, curatore e direttore della GAMeC di Bergamo.

Michelangelo Pistoletto è nato a Biella nel 1933. Vive e lavora a Torino.
Principali mostre personali: 2002: Vis à vis (con Roman Opalka), Studio Pino Casagrande/Istituto polacco di cultura, Roma; 2001: Musée d’Art Contemporain, Lyon; National Gallery of Bosnia Erzegovina, Sarajevo; 2000: Museu d’Art Contemporani, Barcellona; Kunstmuseum, Lucerna; Henry Moore Foundation, Londra; 1998: Cesare Manzo, Pescara; Silvy Bassanese, Biella; Xavier Hufkens, Bruxelles; Fondazione Querini Stampalia, Venezia; 1995: Cesare Manzo, Pescara; 1994: Neue Galerie Landesmuseum, Graz; The National Museum of Modern Art, Seul; 1993: Centre d’Art Contemporain, Thiers; Centre d’Art Contemporain, Vassivière.
Principali mostre collettive: 2002: Astrup Fearnley Museum of Modern Art, Oslo; 2000: Kunsthalle Basilea; 1998: Arte e città, Galleria d’Arte Moderna, Torino; 1997: Fuori Uso, Pescara; 1995/96: Tradizione e Innovazione. Arte Italiana dal 1945, National Museum of Contemporary Art, Seul; 1995: Fuori Uso, Ex Liquorificio Aurum, Pescara; 1994 Opera Prima, Ex Opificio Gaslini, Pescara/Trevi Flash Art Museum, Trevi (Perugia).