n° 15 - Dicembre 2000

 

 

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Strategie e politiche per i distretti

Tra settembre (il 1°) e ottobre (il 7) Il Sole 24 Ore è tornato ad occuparsi dei distretti industriali con due ricchi servizi dedicati a Vigevano e Valenza.
Il nostro pensiero è andato subito a "Gioielli, bambole e coltelli" ed è un peccato che il nuovo viaggio nell'Italia dei distretti si sia fermato così presto. Sullo sfondo dei casi esaminati, Garofoli intesse una lettura dei problemi sul campo ed avanza alcune proposte sulle politiche locali.

Valenza e Vigevano sono distretti primari che, in modi diversi, evidenziano difficoltà ad adattarsi alla concentrazione della grande distribuzione organizzata e alle nuove applicazioni tecnologiche; come tutti i distretti, sono forti nei processi produttivi ma si scoprono vulnerabili e questo si coglie chiaramente nei dati del calo dell'occupazione e nella mortalità delle imprese.

Secondo Garofoli, sono deboli "nella capacità di elaborazione strategica; evidenziano assenza di visioni di sistema; non c'è consapevolezza tra le imprese dei problemi comuni"; inoltre, non invertiranno i processi di declino in atto se non svilupperanno una "consapevolezza diffusa" delle grandi sfide e se non metteranno a punto una strategia generale.
Di fatto, viene proposta una "personalizzazione" dei distretti che assumono così capacità e funzioni sovraordinate rispetto ai singoli operatori economici; queste si sostanziano nella definizione di una strategia condivisa o di una visione capace di allineare le scelte delle imprese. Sul controverso crocevia della "personalità" dei distretti finisce spesso per convergere l'attenzione di molti esperti che si sono occupati del fenomeno.

A noi, questa enfasi sulle strategie esplicite e sulla razionalità collettiva dei distretti, per vari motivi (alcuni anche di carattere pratico), appare ingiustificata.
Nei distretti e nelle loro parabole di sviluppo non ci sono strategie consapevoli. Sono stati realizzati, è vero, numerosi studi e in alcuni casi sono stati elaborati scenari. Questi documenti sono stati utili per orientare l'azione degli attori collettivi (comitati di distretto, associazioni, centri servizi, ) e degli enti pubblici (investimenti in infrastrutture, formazione, …) ma la loro influenza sulle politiche aziendali in fatto di posizionamento sui mercati, di leve di marketing, di innovazione o di internazionalizzazione è stata praticamente nulla e non potrebbe non essere così. Il "CdA" del distretto (qualunque veste assuma) non è in grado di influire sulle condotte delle imprese anche perché questo è un ruolo improprio per il quale le armi a disposizione di associazioni ed enti locali sono spuntate.

La strategia competitiva del distretto, in realtà, è la somma di tante scelte operate da imprese che battono strade diverse, fanno leva su fattori diversi; anche le arene competitive sulle quali operano le imprese di uno stesso distretto sono spesso diverse e di questa differenza (che non è casuale) sono perfettamente consapevoli.
Una buona analisi dei problemi del distretto (inclusi quelle delle imprese) e una buona strategia di sviluppo locale sono certamente utili per guidare gli interventi sulle infrastrutture (strade, aree industriali, telecomunicazioni…), sulla formazione dei residenti e, in alcuni casi, sul modo in cui sono regolate le relazioni tra le imprese.

La scelta di fondo sul modo di operare sui mercati, tuttavia, è stata e resta materia che ogni impresa deve imparare a sbrigarsi in autonomia. Non c'è nessuna evidenza, infatti, che una strategia condivisa dalle imprese di un distretto sia migliore di quella realizzata nei fatti da tante imprese che, consapevolmente, battono strade diverse.

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Sui distretti le regioni marciano in ordine sparso

Eppur si muove Ad un decennio dalla apertura della finestra normativa a favore dei distretti industriali (l'art. 36 della L. 317/91), sta emergendo una nuova mappa di questo fenomeno. Ad oggi, dieci Regioni hanno riconosciuto ufficialmente i propri distretti e altre quattro (Lazio, Puglia, Umbria e Basilicata) si apprestano a farlo.
Ci sono state perlomeno tre molle che hanno spinto a muoversi con più determinazione su questo fronte; il trasferimento delle competenze in materia di politiche industriali dei decreti Bassanini; l'abrogazione (L.140/99) dei parametri statistici del decreto Minindustria del '93 e la liberalizzazione del mercato dell'energia elettrica con l'inserimento tra i clienti idonei dei consorzi di acquisto costituiti su base territoriale.

I distretti riconosciuti sono circa 90 e sta diventando consistente (oltre che caotico) il corpo delle normative regionali dedicate allo loro sviluppo. Va subito detto che siamo ancora agli inizi di una vera politica industriale per i distretti e che resta ancora molta strada da fare. Di fatto, l'intervento della maggioranza delle Regioni si è fermato al riconoscimento dei distretti e alla indicazione degli obbiettivi di sviluppo; in alcuni casi sono stati insediati formalmente i Comitati di distretto. Fino a pochi mesi fa, tuttavia, solo in poche Regioni l'iter è stato completato e anche tra queste vi sono esperienze di interventi molto deboli.

Con un po' di buona volontà, dietro i ritardi, la frammentarietà dei provvedimenti, l'esiguità delle risorse e la confusione concettuale, si può scorgere un ventaglio di interventi interessanti più come sponda per una riflessione sulle politiche di sviluppo per i distretti che per i risultati raggiunti. Consorzi e imprese La Lombardia è stata la Regione più intraprendente. Nel 1993 aveva già riconosciuto i distretti, definito le procedure per la predisposizione dei piani di sviluppo e stanziato le risorse per la loro realizzazione.

Le altre Regioni, arrivate più tardi, da questa hanno mutuato molti elementi: obbiettivi, procedure, quote dei contributi. L'Emilia Romagna ha imboccato una strada diversa scegliendo di non riconoscere con un atto formale i distretti industriali; ha previsto, infatti, il finanziamento di progetti di sviluppo riguardanti "ambiti territoriali corrispondenti al territorio provinciale o ad aree infraprovinciali caratterizzate da omogeneità economica e sociale, nonché specifiche aree interprovinciali aventi caratteristiche di contiguità territoriale e fattori economici e produttivi comuni" (L.R.21/99).

La delimitazione dei distretti coincide con la redazione dal basso del progetto di sviluppo locale.
I ritardi e le esitazioni delle Regioni in buona parte sono riconducibili all'ambiguità della delega iniziale (la L. 317/91) che prescriveva un dispositivo di scarsa praticabilità: "le Regioni - per i distretti - possono finanziare progetti innovativi concernenti più imprese, in base a un contratto di programma stipulato tra i consorzi e le regioni".

A parte la delimitazione dell'intervento ai soli progetti relativi a più imprese (dettata dalla preoccupazione di trasferire alle Regioni la gestione degli incentivi alle singole imprese), i due istituti del contratto di programma e dei consorzi, se applicati alla lettera, riducevano i margini di manovra a ben poca cosa. Non per niente le Regioni hanno forzato le disposizioni nazionali estendendo i benefici, oltre che ai consorzi, ai centri per l'innovazione e glissando sui contratti di programma; per l'erogazione dei contributi bastano i programmi di sviluppo regionale.

Della contrattazione programmata, le esperienze di intervento per i distretti ripropongono giustamente solo la redazione di programmi di sviluppo da parte dei Comitati di distretto. Con grande senso pratico la regione Friuli ha previsto la possibilità di convocare la conferenza dei servizi per accelerare la realizzazione nei distretti degli interventi infrastrutturali; la Campania, per lo stesso obbiettivo, prevede nei Piani Operativi Regionali che le amministrazioni locali possano contrattare con la Regione le risorse necessarie.

Alcune Regioni hanno aggirato la prescrizione relativa alla collegialità dei progetti prevedendo per le imprese forme abbastanza blande di associazioni temporanee. Nella maggior parte dei casi, i beneficiari dei programmi per i distretti restano comunque soggetti collettivi (consorzi o società consortili di PMI, centri servizi, camere di commercio, Pubbliche Amministrazioni) ma la tentazione a ricalcare il sistema di incentivazione a favore delle singole imprese affiora, per esempio, nelle Regioni dove la localizzazione nei distretti è uno dei parametri che danno più chances di ottenere i benefici della L. 488.

I comitati di distretto Un altro istituto ricorrente nelle politiche sin qui attuate sono i Comitati di distretto (in Toscana, Comitati d'area e, nelle Marche, Comitati di indirizzo e coordinamento), disegnati come organo di confronto tra le parti sociali e le istituzioni locali per la redazione dei piani di sviluppo, identificare obiettivi e priorità, sorvegliare lo stato di avanzamento dei progetti. La scelte sulla composizione e sul ruolo operativo dei comitati invece riflettono una concezione diversa della vita economica locale e della sua organizzazione.

Da un lato abbiamo l'approccio della Lombardia che disegna una struttura leggera, composta da poche persone, preferibilmente vicine all'attività produttiva; le funzioni di segreteria e di assistenza logistica sono assolte da una delle organizzazioni locali.
Dall'altro abbiamo il modello Toscana dove prevale il carattere politico e assembleare con la presenza del presidente della provincia, i sindaci dei comuni, i rappresentanti di tutte le associazioni, delle OO.SS. e del mondo camerale. Le scelte operate dalle altre regioni spaziano tra questi due "estremi". Un'altra discriminante riguarda il funzionamento del Comitato.

La maggior parte delle Regioni non prevede trasferimenti diretti; l'attività dei comitati, si sostiene sul contributo delle associazioni e delle istituzioni locali. Le Marche, invece, hanno stanziato tre miliardi sul bilancio del 1999 per sostenere l'attività di "progettazione, animazione e informazione" di cinque Coico e anche la proposta della Giunta della Basilicata prevede sostegni per l'attività dei Comitati di distretto.
Alla base della scelta oculata operata dalla Lombardia c'era la preoccupazione (fondata) di evitare la creazione di un nuovo ente amministrativo con tutti i problemi burocratici e le potenziali schermaglie per le poltrone; in questi anni i "comitati leggeri", che sono risultati decisamente più efficaci, hanno dato prova di funzionare meglio nei distretti con soggetti collettivi forti, ben organizzati e capaci di mobilitare risorse adeguate.

Lo stesso non vale necessariamente per i distretti più deboli e soprattutto per quelli di più recente costituzione del Mezzogiorno dove un contributo economico può innescare processi di progettazione e avviare le buone prassi di gestione collettiva locali. Gli obbiettivi Una maggiore omogeneità tra le disposizioni adottate dalle regioni si riscontra negli obbiettivi dei programmi di sviluppo.
Le normative prevedono generalmente un ventaglio molto ampio di assi di intervento: promozione e costituzione di centri servizi, sportelli di assistenza di vario tipo (inclusi quelli per pubblicizzare i bandi dell'Unione Europea), consorzi, sostegno all'innovazione, incentivi per la promozione e l'internazionalizzazione delle imprese, supporti per la certificazione dei prodotti e dei sistemi aziendali, risanamento di siti industriali dismessi, ambiente e formazione professionale.

Tra i fronti di intervento che, invece, differenziano le scelte delle regioni figurano i sostegni all'occupazione ed alla sicurezza sul lavoro, la diffusione di sistemi telematici distrettuali (che in effetti sono una sottocategoria di quelli già visti), i progetti di partenariato economico tra imprese e il marketing territoriale. La Regione Emilia ha esteso il ricorso ai contratti territoriali per i casi di crisi aziendale e all'economia sociale.
Questi sono obbiettivi molto generali come del resto è giusto che sia, rimandando ai singoli distretti la loro declinazione in base alle proprie esigenze. Nel complesso, tuttavia, sembra esservi solo poca attenzione per gli investimenti nel capitale materiale (le infrastrutture specifiche per le attività caratteristiche), ovvero uno dei nodi prioritari che soffocano lo sviluppo di molti distretti. Questa rapida panoramica offre comunque il destro a due considerazioni. In primo luogo, più degli obbiettivi è evidente che contano le modalità e le procedure con le quali i distretti possono accedere ai contributi.

La seconda è più amara e si ferma a rilevare il contrasto tra gli obbiettivi praticamente onnicomprensivi e l'entità delle risorse stanziate per gli interventi. Si sta estendendo, tuttavia, l'inclusione dei distretti nelle varie misure dei piani di sviluppo regionali (POR, Docup…) e questo, in un certo senso, aumenta il volume delle risorse a disposizione delle politiche di sviluppo per i distretti o per le loro imprese. Il contributo pubblico Sulla scia della normativa lombarda, in molte Regioni l'ammontare del contributo si ferma al 40% (50% per la Campania). Sono previsti anche dei tetti massimi in valore assoluto sia per i progetti che per le quote erogabili alle singole imprese; in Lombardia il contributo per progetto non supera il miliardo per triennio e 500 milioni l'anno; la Campania è più generosa con rispettivamente 5 e 2 milairdi.

La Liguria prevede incentivi per 200 milioni per triennio e un concorso nella misura del 50% delle spese ammissibili, con un limite massimo di 50 milioni di lire per impresa. Se l'impianto delle normative per i distretti resta quello letterale della L. 317/91 e sostiene i progetti di gruppi di imprese (e in particolare i consorzi), la quota pubblica del 40% è certamente adeguata.
Le esperienze attuate in questi anni, sia pure nella loro contraddittorietà, tendono tuttavia a configurare un bersaglio molto diverso dove i progetti qualificanti, più che gruppi di imprese, hanno come protagonisti centri servizi o mirano ad obbiettivi molto generali (per esempio, campagne di immagine istituzionali, portali, progetti di distretto, …).

Se, come è auspicabile, sarà questo uno degli assi prioritari degli interventi a favore dei distretti (e più in generale dei sistemi produttivi locali), occorrerà pensare a una forbice di quote di contribuzione pubblica, con una lama più alta del 40% per la formazione, la ricerca, le attività istituzionali, i progetti orizzontali di distretto, e una più bassa del 40% per i progetti presentati da piccoli gruppi di imprese per progetti mirati.

A cura di Andrea Balestri e Annalisa Califfi

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Il progetto Ruvaris
(Rubinetti e Valvole Ricerca e Sviluppo)

Su segnalazione degli amici del Ceris Cnr, presentiamo questo caso di innovazione distrettuale scritto da alcuni dei suoi protagonisti. L'articolo riproduce "in miniatura" molti snodi dei difficili sentieri di sviluppo delle innovazioni a livello distrettuale. N.d.R.

Distretti e scienza della complessità

Un "Sistema Complesso Adattativo" (SCA) è composto da un insieme di attori autonomi (nel caso di un distretto le imprese che lo costituiscono) che hanno la libertà di agire in maniera non totalmente prevedibile sulla base delle proprie strategie e le cui azioni sono interconnesse in maniera che una certa azione di un attore, ovvero di un'impresa del distretto, può influenzare l'azione degli altri attori o imprese.

Il comportamento dello SCA (e quindi di un distretto) è condizionato dall'ambiente in cui è immerso e dall'interazione tra i vari attori o imprese. Questo comportamento non è lineare: grandi cambiamenti possono essere assorbiti dal sistema senza conseguenze pratiche; piccole variazioni possono scatenare evoluzioni sostanziali. Ogni distretto industriale è associato a un insieme di tecnologie attraverso un sistema di relazioni anch'esso complesso nel quale agisce l'innovazione tecnologica.

Per comprendere le complesse relazioni tra distretto, tecnologie ed innovazione occorre prendere in considerazione che per la Scienza della Complessità la Tecnologia è un "ecosistema" composto da innumerevoli tecnologie che interagiscono tra di loro. Come in ogni ecosistema biologico, le tecnologie competono o collaborano tra di loro; ad esempio, la tecnologia della produzione di benzina coopera con la tecnologia dell'automobile e nello stesso tempo quest'ultima è entrata in competizione, ed ha vinto nel campo del trasporto contro la tecnologia del cavallo.

Questo particolare ecosistema può essere rappresentato nel cosiddetto Paesaggio Tecnologico, essere espresso in termini matematici e modellizzato al calcolatore. Le tecnologie di successo occupano visualmente i punti vicini ai "picchi" di alta efficienza mentre le altre si trovano negli "avvallamenti" di bassa efficienza.

L'innovazione tecnologica nei distretti

L'Innovazione Tecnologica che ha successo può essere vista come un percorso che porta una tecnologia da una situazione preesistente verso un picco di alta efficienza nel Paesaggio Tecnologico. Occorre infine notare che il Paesaggio Tecnologico è un sistema dinamico poiché il miglioramento o l'apparizione di nuove tecnologie può abbassare o addirittura appiattire i picchi di efficienza su cui si trovano altre tecnologie in competizione. L'utilizzazione di questa visione della Scienza della Complessità può aiutare a risolvere il problema dell'innovazione tecnologica nei distretti.

Un'azione efficace consiste nel promuovere studi multi-cliente per identificare le innovazioni da sviluppare e, successivamente, nel coinvolgere le imprese nella loro industrializzazione. Gli studi multi-cliente e le cooperazioni multi-industriali sono per la Scienza della Complessità dei Sistemi Complessi Adattativi e la conoscenza di come si possono generare e gestire alla luce di questa loro natura è di grande importanza per assicurarne il successo.

Rubinetti, valvole e sistemi complessi

Questo approccio è stato affrontato con successo nel caso dello sviluppo della tecnologia RUVECO nei distretti della rubinetteria e del valvolame in ottone, delle province di Brescia, Novara e Verbania, leader europei nel loro settore.
Il progetto è stato innescato da un incontro tra l'allora Direttore del Tecnoparco del Lago Maggiore e un imprenditore leader nel campo della produzione di valvole; durante l'incontro, che ebbe luogo agli inizi del 1996, venne sollevato un problema di corrosione e la possibilità di sviluppare nuove tecniche di trattamento di superficie o nuovi materiali per i rubinetti e le valvole utilizzati per l'acqua potabile.

A questo incontro seguì, nel modo che vedremo, una serie di effetti che hanno portato allo sviluppo della tecnologia "RUVECO". Le basi del progetto sono state poste con il concorso di un esperto di innovazione tecnologica che ha proposto di affrontare il problema attraverso uno studio di tipo Multicliente, il cui costo cioè poteva essere suddiviso tra i vari partecipanti che ne avrebbero condiviso i risultati. La definizione formale del Progetto come studio multicliente ha richiesto una serie di azioni che sono servite a definire gli obiettivi in modo tale da attrarre un numero di partecipazioni sufficiente a coprire il budget previsto.

La natura di SCA del progetto multicliente rende non necessario attendere il raggiungimento del numero di partecipanti sufficienti a coprire il budget. La partenza dello studio realizza una comunicazione positiva nel sistema delle aziende potenzialmente interessate provocando l'adesione di ulteriori aziende. Una seconda comunicazione positiva si presenta alla fine dello studio quando la possibilità di dare informazioni precise sui risultati può dare origine ad ulteriori acquirenti dello studio stesso.

In pratica, nella fase di definizione dello studio sono state fatte alcune riunioni orientative che hanno portato a proporre alle aziende interessate un progetto comprendente due fasi: la prima volta all'identificazione di innovazioni tecnologiche nel campo dei materiali e dei trattamenti di superficie che fossero di interesse per i distretti industriali coinvolti; la seconda volta allo sviluppo delle innovazioni tecnologiche identificate e la loro industrializzazione.

Una volta definita la proposta di studio si è passati alla fase di promozione attraverso ulteriori riunioni di aziende, la presentazioni degli obiettivi presso ANIMA-AVR (l'Associazione valvolai e rubinettai), la somministrazione di questionari mirati e i contatti diretti con le aziende potenzialmente interessate. L'ampio confronto con le imprese è stato essenziale non solo per promuovere il programma di studio ma anche per migliorare quanto proposto.

Le adesioni allo studio multicliente sono venute da 23 aziende di tre Distretti: il costo sostenuto da ogni partecipante è stato pari a 2,5 milioni di lire. Il budget previsto per lo studio era di 50 milioni di lire corrispondente cioè a 20 partecipazioni. Lo studio è stato iniziato dopo il raggiungimento di 10 adesioni: l'effetto comunicazione previsto ha portato nei due mesi successivi a più che raddoppiarne il numero dei sottoscrittori.
Sul piano operativo, lo studio comprendeva un'indagine sullo stato dell'arte anche attraverso interrogazioni di banche-dati, visite presso aziende e l'organizzazione di una serie di riunioni con i partecipanti per discuterne gli orientamenti.

La realizzazione del progetto

Lo studio multicliente ho messo a fuoco tre percorsi di innovazione:

  1. Lo sviluppo di un processo di eliminazione del piombo superficiale dai rubinetti e valvole di ottone per soddisfare esigenze normative sui livelli ammessi di contaminazione dell'acqua potabile, in evoluzione in Europa e già in vigore negli Stati Uniti;
  2. Lo sviluppo delle applicazioni di trattamenti di superficie alternativi alla cromatura, per la protezione e decorazione di rubinetti e valvole;
  3. Lo studio dell'acciaio inossidabile per rubinetti e valvole come materiale alternativo all'ottone e al bronzo.
La prima innovazione per l'eliminazione del piombo era sicuramente la più urgente ed è su questa che si sono concentrati gli sforzi. Una prima idea avanzata riguardava la realizzazione di un impianto di trattamento consortile per provare industrialmente le tecnologie già disponibili.

Questa idea si dimostrò irrealizzabile per l'indisponibilità delle aziende fornitrici di tecnologia a partecipare a questo tipo di consorzio.
La seconda idea fu quella di sviluppare nel Tecnoparco del Lago Maggiore una tecnologia di eliminazione del piombo direttamente da parte delle aziende interessate.

Alla fine si è deciso di creare una società che aveva come obbiettivo primario lo sviluppo della tecnologia di eliminazione del piombo. La società, chiamata RUVARIS (RUbinetti e VAlvole RIcerca e Sviluppo), è stata fondata nel giugno del 1998 e si è insediata nel Tecnoparco.

Il tempo trascorso dal primo contatto tra il Direttore del Tecnoparco e l'imprenditore e la costituzione di Ruvaris è stato di circa 2 anni.

Il brevetto

La continuazione delle attività di ricerca e sviluppo nella nuova cornice della società Ruvaris ha comportato modifiche alla struttura dei vari attori dello SCA. Delle 23 aziende partecipanti allo studio multicliente, 5 hanno costituito Ruvaris. Nel capitale della società sono entrate anche due imprese che non avevano partecipato allo studio.

Una società, inoltre, è uscita dopo un anno, per cui il numero dei soci è oggi di 6. Sul piano della R&S, l'attività è stata condotta presso i laboratori dell'azienda socia fornitrice di prodotti galvanici mentre le prove industriali sono state condotte presso un'azienda di servizi galvanici, anch'essa socia.
Ruvaris, in pratica, ha operato quale azienda "a rete", con il minimo necessario di risorse e strutture proprie. Nel primo semestre del 2000, avendo messo a punto una tecnica originale di trattamento del rubinetto o valvola finita, è stata depositata domanda di brevetto europeo e americano.

La tecnologia è già applicata in due impianti industriali nel bresciano e nel novarese. La realizzazione di un proprio laboratorio di prova ha permesso a Ruvaris di attirare l'interesse di un importante Ente certificatore americano, cioè del Paese dove esiste attualmente il maggiore mercato di questi sistemi di trattamento Con l'industrializzazione e le prime vendite della tecnologia RUVECO e la realizzazione del laboratorio si è conclusa la fase di sviluppo e l'innovazione tecnologica è diventata in questo modo una nuova tecnologia industriale.
Il tempo trascorso tra la fondazione della società Ruvaris e la prima industrializzazione della tecnologia RUVECO è stato di circa un anno e dieci mesi, di cui un anno e mezzo circa dedicati alla R&S, interamente finanziata con risorse delle 6 aziende socie.

L'autofinanziamento ha certamente contribuito alla rapidità nel raggiungimento di risultati industriali. In sostanza, l'esperienza di Ruvaris dimostra che, adottando opportune metodologie derivate dalla Scienza della Complessità, è possibile promuovere l'innovazione tecnologica nei distretti attraverso l'identificazione di nuove tecnologie critiche per la crescita delle aziende del distretto; che per questo si possono utilizzare soluzioni basate sulla cooperazione, che superano i problemi finanziari e di disponibilità di risorse umane tipici delle piccole imprese.

Angelo Bonomi, Esperto Innovazione Tecnologica
Paolo Marenco, Ruvaris S.r.l.

NASCITA E SVILUPPO DEL "CASO RUVARIS" (1996/2000)

Marzo 1996: incontro Tecnoparco/Imprenditore
Aprile-dicembre 1996: incontri con le aziende dei distretti per la definizione del problema
Gennaio-giugno 1997: definizione della proposta di Studio Multicliente e promozione adesioni
Luglio 1997: partenza studio con 10 adesioni
Settembre 1997: ulteriori 13 adesioni
Dicembre 1997: presentazione risultati e consegna studio
Gennaio-giugno 1998: definizione modalità di cooperazione successive
Giugno 1998: fondazione di RUVARIS
Settembre 1999: messa in servizio primo impianto con tecnologia RUVECO
Marzo 2000: deposito domanda brevetto USA processo RUVECO
Luglio 2000: messa in servizio secondo impianto con tecnologia RUVECO
Settembre 2000: messa in servizio laboratorio

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Valenza, il distretto della gioielleria

La città di Valenza, in provincia di Alessandria, dà il nome ad uno dei distretti più noti e importanti nel settore della gioielleria. I suoi confini sono tracciati dal Po e dal Monferrato ed occupa una posizione baricentrica rispetto al vecchio triangolo industriale; è a 100 km di distanza da Genova, Milano e Torino.
Il distretto si estende su Valenza e su otto comuni contigui e lambisce anche tre comuni lombardi. Su un territorio (quello del versante piemontese) di poco più di 50 kmq, risiedono 33.590 abitanti, in larga parte dediti alla produzione di gioielli.

Il settore orafo annovera 1.300 aziende con 7.000 addetti; la produzione, che per la metà è esportata, è pari a circa a 3.000 miliardi di lire. Ogni anno, nel distretto vengono lavorate circa 30 tonnellate d'oro e l'80% delle pietre preziose importate in Italia.
Le forme giuridiche più diffuse tra le aziende sono le società di persone e le società a responsabilità limitata; nella maggioranza dei casi, sono imprese a conduzione familiare con una forte sovrapposizione tra aziende, imprenditore e affetti familiari.

Le dimensioni sono ridotte, con una media di 5,6 dipendenti per azienda e il ricambio imprenditoriale all'interno del distretto è sostenuto, segno di una intensa mobilità sociale. La forza lavoro specializzata nelle produzioni orafe è quasi tutta del posto. Molto diffusa la subfornitura che si caratterizza per la stabilità e la continuità dei rapporti fra committenti e fornitori.
I punti di forza del distretto sono un vasto patrimonio di know-how tecnico e professionale, maturato in oltre 150 anni di tradizioni orafe artigianali; la presenza di lavoratori qualificati, con conoscenze che vengono trasmesse e sono assimilate direttamente "on the job"; rapporti densi fra le imprese; rapidità di adeguamento al mutare delle richieste del mercato.

Del distretto va segnalata l'elevata propensione all'imprenditorialità, una risorsa importante che ha permesso all'intero sistema produttivo di mobilitare le energie di tutti i segmenti della popolazione, in particolare quella femminile. In questi ultimi anni la commercializzazione è diventata una delle funzioni critiche per molte piccole imprese e, in particolare, per quelle artigiane.
Il peso contrattuale delle micro imprese, anche se inserite nelle maglie del distretto, è limitato; salvo poche eccezioni, la leva promozionale è poco utilizzata. Per molte aziende la partecipazione alle rassegne espositive specialistiche, nazionali ed internazionali, è l'unica vera occasione nella quale si affacciano sui nuovi mercati.

Negli ultimi anni, inoltre, molte aziende che un tempo erano specializzate nella commercializzazione e seguivano direttamente i rapporti con i clienti, sono entrate nell'orbita delle grandi "firme" internazionali della gioielleria che, da un lato, offrono certezze di lavoro ma, dall'altro, ne limitano l'autonomia.
Il grado di dipendenza rispetto alle grandi organizzazioni è minore nei contratti che prevedono da parte degli orafi di Valenza la concessione in esclusiva del proprio campionario, ma sono frequenti anche i casi di semplici commesse, con le imprese di Valenza che lavorano sui disegni e i progetti elaborati direttamente dai committenti.

Del resto il mercato è percorso da correnti tumultuose che ne hanno ridisegnato profondamente le le caratteristiche: nel passato i piccoli produttori operavano direttamente sul mercato finale o attraverso una rete di rappresentanti che raggiungevano i piccoli negozi indipendenti di gioielleria. Oggi, l'avanzata della distribuzione organizzata, la notorietà dei marchi mondiali e l'affollamento delle campagne pubblicitarie lasciano decisamente meno spazi alle micro aziende artigiane.

Il distretto, che possiede ancora un grande know how produttivo, deve imparare rapidamente a rafforzarsi nella commercializzazione del prodotto. E' una sfida inedita per molte aziende che devono affrontare su basi nuove i rapporti con il mercato finale.
Gli strumenti di intervento predisposti dalla Regione Piemonte a favore dei distretti possono costituire un piedistallo per tonificare il contesto economico e sociale che avvolge le imprese; possono favorire campagne promozionali a livello di distretto; possono creare nuovi ponti con il mondo della ricerca.

In alcuni casi le risorse a disposizione possono essere utilizzate per stimolare le imprese a ripensare le proprie strategie; non meno importante è il contributo che un progetto forte a livello di distretto può dare in termini di fiducia. Tutto questo non basta perché non possono aiutare più di tanto le imprese nelle decisioni finali sulla modulazione delle leve competitive, le scelte sui canali distributivi e i mercati da aggredire e le soluzioni organizzative più adatte. Ed è qui che il distretto si gioca buona parte del suo futuro.

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Sistemi locali e creazione di occupazione

Alejandro Cunat, Giovanni Peri
Job Creation in Italy: Geography, Technology and Infrastructures
Igier, Cepr, Università Bocconi
Settembre 2000

L'esiguità dei posti di lavoro creati negli ultimi venti anni taglia trasversalmente tutto il fronte del dibattito sulla disoccupazione nel nostro Paese: tra il 1981 e il 1996 in Italia è diminuita ad un tasso medio annuo pari a -0,07%, a fronte di incrementi dell'1,74% negli USA, 0,72% in Gran Bretagna, 0,37% in Germania e 0,15% in Francia. Un altro elemento ricorrente nelle riflessioni sul tema è la marcata disparità che continua a contraddistinguere le dinamiche dell'occupazione tra le diverse regioni del Nord, del Centro del Sud e nei distretti industriali.

Un esempio di questa disparità "sono le province di Pescara e Teramo che, grazie al decollo di alcuni distretti industriali, registrano il più alto tasso di crescita sia dell'occupazione che del PIL". Questo è uno dei risultati evidenziati in una analisi che cerca di ricostruire l'influenza delle diverse caratteristiche del contesto socioeconomico sulla creazione di occupazione tra il 1981 e il 1996. L'esame è stato condotto sui dati dei censimenti a livello dei 784 Sistemi Locali del Lavoro (SLL).

I SLL, come noto, sono aree autocontenute individuate sulla base degli spostamenti quotidiani dei residenti per andare a lavorare; i loro confini sono tracciati in modo che almeno il 75% dei residenti di un SLL lavora al suo interno configurando così un mercato del lavoro locale con tutto ciò che questo implica in termini di circolazione di informazione.
Applicando una serie di parametri, all'interno dei 784 SLL l'Istat ha identificato 199 distretti. Gli autori hanno stimato quanta parte dei differenziali nella creazione di lavoro nei diversi SLL è spiegata da quello che possiamo chiamare l'effetto "cluster": densità delle relazioni di scambi e di subfornitura, contaminazione tra le imprese nella diffusione delle nuove applicazioni tecnologiche, infrastrutture, concentrazione di manodopera specializzata (anche se non vengono esaminati i livelli di scolarità).

Anche se talvolta sono utilizzati come sinonimi, i "cluster" non coincidono esattamente con i distretti industriali; nella filigrana di questi ultimi (oltre ai "moltiplicatori" di competitività prima richiamati e noti spesso come economie esterne e/o di agglomerazione) ci sono grumi di psicologia sociale radicati nella storia, nella cultura e nella politica dei singoli sistemi locali. In ogni caso, nei SLL sono compresi gli uni e gli altri e l'indagine si limita a rilevare e misurare un fenomeno comunque interessante per le politiche di sviluppo locale, e cioè l'influenza dei fattori locali nello sviluppo.

La verifica è stata effettuata assumendo (come si è soliti fare in questi casi) che una maggiore domanda di occupazione corrisponda ad un più elevato livello di competitività; la presenza di economie esterne è stata stimata con un indice della intensità dei legami tra le attività di un SLL con i settori fornitori e i settori clienti presenti nella stessa area.
Procedure analoghe, che combinano le informazioni dei SLL con le matrici input output e altri dati sulla struttura occupazionale, sono state impiegate per ponderare le esternalità riconducibili ai mercati del lavoro specializzati, alle innovazioni tecnologiche e alla loro diffusione tra le imprese. Per quanto riguarda il capitale materiale, gli autori hanno utilizzato gli incrementi nella dotazione di nove diverse categorie di beni pubblici e, all'interno di queste, le infrastrutture di trasporto e delle telecomunicazioni sono state esaminate come un fattore di sviluppo specifico.

Lavorando con strumenti econometrici su questa ampia batteria di dati e di informazioni, Cunat e Peri stimano che un terzo circa dei differenziali nella creazione di occupazione tra i SLL italiani sono spiegati dalla intensità degli scambi input output interni ai SLL e dagli investimenti in infrastrutture di trasporto. Un rapido sguardo alla mappa ricostruita con i dati esaminati vede nelle condizioni più propizie le regioni del Nord Est e l'asse meridionale della direttrice adriatica (parte dell'Abruzzo, Puglia).

Benevento e Foggia sono pronte per il decollo. La Campania meridionale, la Calabria, la Basilicata e la Sicilia sono le regioni con gli handicap più consistenti. Nel complesso, la ricerca evidenzia che i fattori locali, per quanto è stato possibile ricostruirne gli effetti, agiscono da catalizzatori dei processi che portano all'incremento dell'occupazione e rafforza le perplessità sulla efficacia delle leve di sviluppo sin qui utilizzate, prima fra tutte la l. 488.

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Eventi e news

Nuovi soci
Il distretto orafo di Valenza (AL), rappresentato dalla CNA di Valenza e il distretto meccanico di Marsciano (PG), rappresentato da CE.CO.FOL. del Comune di Marsciano

La voce del Club
Il Club ha partecipato ai seguenti incontri:

  • FICEI I consorzi ASI e i distretti industriali nel nuovo quadro normativo per lo sviluppo economico e per la crescita dell'occupazione Roma, 12 luglio 2000

  • Ambasciata Thailandia in Italia e Club dei distretti Vista al distretto di Lumezzane, Lumezzane, 7 settembre 2000

  • Longarone Fiere L'occhiale nella rete. Strategie e Strumenti per estendere il business su Internet 6 settembre 2000

  • ??? L'impiego dei Fondi Strutturali a sostegno dello sviluppo locale Caserta, 14 settembre 2000

  • Associazione Progetto Brianza Net economy nei distretti Industriali Mialno 21 settembre

  • Istituto italiano per il Commercio Estero Italia & Polska: crescendo Varsavia, 21-29 ottobre, presente insieme ai distretti di Lumezzane, Belluno e Cusio -Valsesia

  • I.C.E. Casablanca PMI e Distretti Industriali Italiani Casablanca, 30 ottobre

  • ??? E-commerce frontiera del nuovo sviluppo Treviso, 9 novembre

  • ??? Pubblica Amministrazione e Fondi Strutturali. I Fondi Strutturali e le nuove opportunità di sviluppo per la Puglia Bari, 10 novembre

  • Fondazione Montedison Net Economy: una nuova sfida per distretti e PMI Milano, 4 dicembre

  • ????? IV Convegno - Industrializzazione e Cultura d'Impresa L'Aquila, 6 dicembre

Pubblicazioni sui distretti

Saggi di carattere generale

F. Vidal
"Les districts italiens. Un modéle de développement exemplaire"
futuribles, septembre 2000, numéro 256, pp. 3-21.

G. Viesti
Come nascono i distretti industriali
Laterza, Roma, Bari 2000

Ricerche quantitative
Unione Industriale Biellese e Camera di Commercio di Biella
Ciclo economico e risultati di bilancio delle imprese tessili e meccanotessili biellesi (1996-1999)
Quaderni di ricerca n. 15

Unione Industriale Biellese e Camera di Commercio di Biella
Economia Biellese 1999
Biella 2000

A. Balestri (a cura di)
Prato sui mercati mondiali. Il commercio estero del distretto industriale pratese nel 1999
La Spola, Prato, 2000

Distretti nel Mezzogiorno

D. Cersosimo, C. Donzelli
Mezzo Giorno. Realtà, rappresentazioni e tendenze
del cambiamento meridionale
Donzelli editore, 2000

G. Viesti
"I mezzogiorni; tipologie economiche di sistemi locali del Sud",
in Sviluppo locale, anno VI, n. 11, 1999 pp. 5-32

G. Viesti "La proiezione internazionale dei distretti meridionali del made in Italy"
L'Italia nell'economia internazionale. Rapporto ICE 1999-2000 Istat,
Ice, Roma 2000, pp. 215-221

G. Viesti (a cura di)
Mezzogiorno dei distretti
Donzelli editore, 2000

Prossimi eventi Club distretti - Telecom
I portali di distretto. Il progetto del distretto di Lumezzane
14 dicembre
Milano, Palazzo delle Stelline

OECD, Datar
World Congress on Local Clusters.
Local Networks of Enterprises in the World Economy
Cité des Sciences et de l'Industrie de la Villette
Paris, 23/24 January 2001

 

 

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