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Innovazione tecnologica nei distretti
Con tutta tranquillità possiamo affermare che le politiche a sostegno
dell'innovazione per le PMI adottate fino ad oggi hanno scontato più
insuccessi che successi. Alla base di questo fiasco ci sono vari nodi che
dipendono, da un lato, dalle caratteristiche della domanda di servizi per
l'appropriazione delle nuove applicazioni tecnologiche e, dall'altro, dal
modo di operare del sistema istituzionale depositario dei saperi
scientifici.
Più che di supporti per il trasferimento tecnologico hanno bisogno di
qualificare i processi produttivi e per questo richiedono servizi di
certificazione, laboratori e collaudi che in parte sono già disponibili sul
mercato. Queste aziende hanno difficoltà dialogare con tutto l'apparato
istituzionale dell'innovazione (università, centri di ricerca, agenzie,
stazioni sperimentali, etc…) e da tutte le indagini emerge che non vi
intrattengono rapporti semplicemente perché non ne avvertono il bisogno o
perché è un mondo che vedono lontano o dove si parla un'altra lingua.
In questo caso le critiche relative alle difficoltà a coltivare rapporti con gli enti deputati all'innovazione sono fondate. E' vero che anche queste imprese non sempre sono attrezzate (cenrti, laureati,..) per dialogare con i ricercatori in camice bianco. Tutto questo però non esime nessuno dal tracciare una via italiana, e possibilmente una via percorribile dalle imprese dei distretti, per spingere i processi di innovazione delle nostre piccole e medie imprese. Dalla lezione degli insuccessi maturati in passato si possono mettere a frutto alcune indicazioni utili per azzannare trasferimento tecnologico e innovazione. Una prima indicazione consiste nel tenere presenti le diverse esigenze sul tappeto e nel segmentare gli strumenti. Una buona parte delle imprese distrettuali non domanda complesse operazioni di trasferimento o programmi particolarmente ambiziosi; a queste servono servizi tecnologici in parte già offerti dal mercato e qui si deve incoraggiare un uso più esteso di questi servizi. I "campioni distrettuali", le aziende innovative che potrebbero trarre grossi benefici da un rapporto più organico con gli apparati tecnico-scientifici, meritano invece un sistema d'offerta di servizi per l'innovazione decisamente più mirato e ripensato nel modo stesso con il quale questo si presenta; l'attività di queste organizzazioni deve scendere dalle torri d'avorio per assumere un approccio "market-oriented". I distretti industriali, infine, chiedono di essere presi nella dovuta considerazione non solo sul fronte delle teorie economiche, ma anche e soprattutto nella allocazione delle risorse per l'innovazione, soprattutto se si condivide il principio che queste devono mirare al rafforzamento del cuore del nostro sistema competitivo. I piani per l'innovazione devono superare le logiche di settore e sposare interventi modulati non solo sui programmi delle singole imprese ma su quelli delle filiere produttive e sui sistemi territoriali dove queste sono insediate. I bilanci dei distrettiSeguire l'evoluzione dei distretti attraverso l'osservazione degli indicatori di bilancio delle imprese: è questo ciò che si propone di fare il primo numero della collana dei Quaderni di Ricerca del Club dei Distretti Industriali. L'analisi e il confronto dei bilanci dei vari gruppi di aziende che vi operano sono strumenti sensibilissimi per monitorare lo stato di salute e le tendenze evolutive dei distretti perché vi si riflettono le trasformazioni della catena del valore delle imprese, intreccio vitale tra le strategie distrettuali e quelle delle singole aziende. In questo primo rapporto, i curatori (Hermes lab) esaminano otto distretti: Biella e Prato per il tessile; Cusio-Valsesia , Lecco e Lumezzane per meccanica e metallurgia; Belluno per l'occhialeria; Fermo e Montebelluna per le calzature. Per ciascun distretto sono stati reperiti i bilanci degli esercizi 1997-98 di campioni consistenti di imprese (in tutto sono 968) operanti nei settori di specializzazione. Dai dati così costruita sono stati ricavati un "bilancio somma" ed una serie di indicatori economico finanziari utile per il c.d. "benchmarking". Dai vari indica emerge, in primo luogo, che la performance dei distretti nel periodo in esame è stata migliore di quella del campione del rapporto annuale Mediobanca, composto, come è noto, prevalentemente da imprese medie e grandi. Il 1998 è stato un anno di stagnazione per l'industria italiana che ha subito le ripercussioni della crisi asiatica e le imprese distrettuali non si sono sottratte a questa tendenza. La dinamica del fatturato, però, risulta migliore nei distretti (+1,1%) rispetto alle grandi imprese dove è diminuita dello 0,3%. Ancora una volta le imprese distrettuali hanno mostrato una maggiore rapidità nel riposizionarsi su mercati più dinamici. anche se vi sono notevoli differenze. I distretti tessili e della calzatura accusano un calo nel fatturato (Fermo -5%; Montebelluna -9%; Biella -4,5%; Prato -1,2%) mentre quelli meccanici e siderurgici hanno realizzato buone performance (Lecco +3,1%, Cusio-Verbania +6,4%; Lumezzane +8,6%). L'occupazione è cresciuta in cinque distretti su otto, mentre nelle imprese del campione Mediobanca si è verificato un calo di oltre 21mila dipendenti (- 5,2%). Nei distretti, ancora, gli investimenti lordi si sono mantenuti elevati (+12,6% per gli immobilizzi ed in particolare +27% per gli immobilizzi materiali ) e più vivaci di quelli delle grandi imprese, dove la crescita degli immobilizzi materiali lordi è stata del 14,7%.
La banca dati contiene molte informazioni utili per chi deve affrontare i
nodi dello sviluppo locale.
Utilizzando un indicatore grezzo di concentrazione (peso del fatturato delle
prime cinque imprese su quello totale del distretto), la ricerca distingue
tra tre gruppi di distretti: ad elevata polarizzazione (presenza di imprese
leader forti), a media concentrazione (significativo numero di imprese di
media dimensione e assenza di vere e proprie imprese leader) e distretti
caratterizzati da imprenditorialità diffusa. Analizzando e confrontando la redditività del capitale investito (ROI, reddito generato dalla gestione industriale per ogni lira di capitale investito), si ricava che questa è più bassa a livello di distretto nel suo insieme laddove esiste una marcata presenza di imprese leader, mentre la differenza tra i distretti del secondo e quelli del terzo gruppo è meno netta. Da queste prime indicazioni, quindi, non sembra che la presenza di imprese leader nel distretto produca necessariamente risultati migliori, almeno dal punto di vista della redditività. Considerando, invece della redditività del capitale investito, i margini operativi in rapporto al fatturato (rapporto tra profitto al lordo di oneri finanziari e imposte e fatturato) si ottengono differenze meno marcate. Come sottolineano gli autori, il volume propone il frutto di una prima lettura di fenomeni complessi: per giungere a conclusioni più solide occorrerà osservare un maggior numero di distretti e di imprese per smorzare gli effetti di specificità (in primo luogo settoriale) dei singoli distretti. E il Club dei distretti ha già deciso che ripeterà l'indagine sui bilanci del 1999 ampliando la platea delle aziende e dei distretti esaminati. Il distretto dell'elettronica di Sestri Ponente
Per molti anni l'economia di Genova è stata segnata dai processi di
declino industriale dei suoi settori portanti, con la crisi delle grandi
aziende pubbliche e dell'industria "pesante": siderurgia e cantieristica. Il peggio adesso sembra alle spalle; i problemi non mancano ma fenomeni nuovi come il rapido sviluppo di nuove attività nel settore dell'elettronica e dei servizi ad essa collegati sono il segno tangibile di una inversione di tendenza che sottintende una voglia di reagire. Dalle ceneri di attività finite male nei settori delle costruzioni navali, l'elettromeccanica, la siderurgia, le produzioni militari, dei mezzi di trasporto sono sorte ("spin off") decine di nuove aziende che operano nel campo delle tecnologie avanzate, dell'elettronica, del biomedicale. Un recente studio della Provincia di Genova ha censito in questi settori oltre 100 aziende, in gran parte localizzate nell'area di Ponente e con baricentro ideale proprio nella parte della città in passato più colpita dal declino industriale. Sono imprese abbastanza diverse sotto il profilo organizzativo: vi sono società che fanno capo a gruppi multinazionali (Marconi, Esaote e Piaggio Aero Industries); "spin-off " dei vecchi dinosauri delle Partecipazioni Statali e tante piccole e medie imprese private; 20 aziende hanno più di 50 addetti, le altre sono piccole ma dinamiche (tassi di crescita del fatturato del 20% e più all'anno). Anche se non c'è una struttura organizzativa formale, gli operatori di questa realtà iniziano a riconoscersi in un distretto dell'elettronica forte di 9.500 addetti e circa 2.000 miliardi di fatturato annuo. Con l'indotto si arriva a una occupazione complessiva di 15.000 persone. Nel febbraio 1998 era stata presentata una richiesta alla Regione Liguria per avviare le procedure del riconoscimento del distretto dell'elettronica industriale di Genova ma solo adesso, grazie alla maggiore flessibilità introdotta dalle Bassanini e dalla legge 140/99, questa è diventata una strada concretamente percorribile. Indipendentemente dagli atti della programmazione regionale a favore dei distrteti (provvedimenti che in Italia spesso si sono limitati a tracciare mappe sul territorio senza preoccuparsi del corredo di strumenti e di incentivi per il loro sviluppo) in questa parte di Genova l'atmosfera del distretto è tangibile; emerge nella ritrovata energia imprenditoriale, nei rapporti di collaborazione tra le imprese, grandi e piccole, nei linguaggi e nei temi in discussione sul piano politico. Un passo avanti nella istituzionalizzazione di questo distretto che replica nel settore dell'elettronica le logiche dei distretti del sistema moda e del Made in Italy, è stato fatto il 2 giugno 2000. Al termine di un convegno organizzato dalla Provincia di Genova, l'assessore alle attività produttive Marisa Bacigalupo ha annunciato la costituzione di un Comitato a sostegno del distretto dell'elettronica e delle tecnologie avanzate di Sestri Ponente. Il Comitato ha raccolto adesioni tra associazioni imprenditoriali, enti pubblici, università, centri di ricerca e imprese del settore dell'elettronica, dell'informatica, delle telecomunicazioni e delle tecnologie avanzate. Il Comitato si è dato il compito (ambizioso, ma sempre a portata di mano) di predisporre un piano triennale di attività (infrastrutture, formazione, animazione..) da sottoporre alla Regione. Il documento sarà consegnato prima di fine anno.
La Regione è stata invitata a fare proprio il progetto che si muove in
un'ottica diversa rispetto a quella dei Patti Territoriali, perché riguarda
una realtà in forte crescita, con buone potenzialità, soprattutto nel
collegamento imprese-ricerca. Per i distretti del sistema moda e del Made in Italy, esperienze come quelle in corso a Genova, che peraltro non sono le uniche, rappresentano una fonte di idee e di pratiche che possono rivelarsi estremamente preziose nei loro processi di rinnovamento. Biella, produces
Una grande virgola rossa che separa "Biella" e "produces": questo è il
marchio che dal maggio di quest'anno identifica il distretto tessile
biellese.
Lo scopo è quello di promuovere non solo le produzioni tipiche
biellese (filati, tessuti di lana, maglie, ecc.), ma la specificità
culturale locale.
Il marchio è stato selezionato tra trentasei proposte proprio con
questo tipo di finalità: un simbolo grafico semplice, facilmente
riconoscibile ma al tempo stesso astratto e senza nessun esplicito richiamo
al settore tessile.
La nuova immagine da utilizzare verso l'esterno si presenta con tanto di
regole grafiche e una prima cartellina istituzionale composta da tre
depliant tematici dedicati rispettivamente al settore tessile, al resto
dell'economia biellese e al contesto ambientale, culturale e turistico.
Tornando al marchio d'area, storia e lavoro restano i due temi centrali
dell'identità locale e l'attenzione per l'archeologia industriale è il
filo rosso che i biellesi hanno coltivato con tanta determinazione per
salvaguardare le caratteristiche del loro territorio e della loro vita.
Anche il paesaggio è intimamente legato al processo di
industrializzazione: il territorio è ancora segnato da opifici
ottocenteschi, oggi destinati ad attività di servizio ed usi culturali, che
costituiscono il primo nucleo di un percorso che coniuga il presente con la
storia e la geografia del luogo.
L'industria tessile è diventata sempre più attenta e rispettosa
dell'ambiente, sposando un percorso di sviluppo sostenibile; l'eredità
storico-industriale è diventata uno dei temi di forte valorizzazione
turistica.
Circa la metà delle produzioni prende la strada dell'export e raggiunge
principalmente i vicini paesi europei ed in secondo luogo l'Estremo Oriente
e le Americhe. Envirdis.netEnvirdis (acronimo di European Network for Virtual Districts) è un progetto coordinato dall'Associazione degli Industriali di Vicenza con la partecipazione di quindici partners europei: Associazioni Industriali e Centri per lo sviluppo tecnologico di Francia, Germania, Italia, Spagna e Norvegia e il Club dei Distretti Industriali. In pratica l'obbiettivo di questo progetto, che beneficia dei contributi della Unione Europea previsti nei Programmi per l'Innovazione, consiste nel fornire alle imprese, tramite un apposito sito internet, strumenti mirati per accedere ad informazioni riguardanti l'innovazione tecnologica e per allacciare partnership con altre imprese o enti di ricerca, Si tratta, in sostanza, di dare vita ad una rete telematica dove imprenditori, ricercatori, agenzie, enti, associazioni ed istituzioni interagiscono tra loro creando un "distretto virtuale" tematico centrato sulla domanda e sull'offerta di servizi per l'innovazione tecnologica: il progetto cerca di sfruttare le potenzialità di Internet per coinvolgere le piccole imprese e si propone di farlo con un occhio particolare al mondo dei distretti industriali. Il sitoEnvirdis.net (vedere per credere!) consiste in una serie di strumenti user-friendly attraverso i quali si accede a informazioni selezionate o si propongono quesiti, ricerche e collaborazioni, il tutto ovviamente reso più efficace grazie a sensibili motori di ricerca: è una grande vetrina per pubblicizzare le innovazioni relative a prodotti, processi e capacità. Sul piano operativo, ogni giorno sedici organizzazioni (enti, imprese e istituzioni) alimenteranno il sito operando sulla base delle loro conoscenze dei problemi delle pmi. Le imprese che vogliono accedere ai servizi possono scegliere tra vari tipi di query: "offerta/"ricerca"; "aperta/mirata"; "confidenziale/pubblica". Tutti i documenti pubblici possono essere consultati e le organizzazioni possono scambiarsi informazioni mediante newsgroup o contatto diretto: ed è proprio in queste maglie elastiche e modulabili in tanti modi diversi che emerge il calco del distretto. Il progetto Envirdis costituisce una base per affrontare tre grandi sfide che le pmi non possono eludere: l'impatto della globalizzazione dei mercati, le opportunità offerte dai computer, l'ispessimento delle relazioni (scambi, collaborazioni, ..) tra le imprese dell'Unione Europea; e per questo ha immaginato un percorso originale che guarda a nuove forme organizzative: le imprese virtuali, le imprese estese, i distretti virtuali. Del resto cresce la consapevolezza che i distretti industriali materiali che tutti conosciamo devono assolutamente appropriarsi delle nuove tecnologie e sviluppare presto servizi Intranet per il commercio elettronico e per la gestione della supply chain. Secondo uno studio condotto dalla Commissione Europea, nel 2010 saranno non più di 60/65 le imprese globali che opereranno in tutto il mondo.
Queste saranno circondate da un gran numero di piccole imprese; piccole, ma
di forte impatto sull'organizzazione e sull'efficacia dei metodi di
produzione mondiali, che diverranno sempre più ad alta intensità di capitale
umano ("brain intensive").
Tutto questo è presente nel modello distrettuale ed è per questo
che il distretto industriale italiano è considerato dal progetto
Envirdis come un esempio a cui ispirarsi. Il modello del distretto virtuale non richiede che le PMI trasformino la loro natura ed offre in modo semplice la possibilità di essere attivi in mercati in cui per competere non sono sufficienti le risorse della singola PMI, ma occorre che attorno ad essa si aggreghino (ecco la virtual district enterprise) risorse addizionali: di know how, di specializzazione e di complementarità. Distretti industriali e imprese leader
Alcuni distretti industriali hanno modificato o stanno modificando la loro
struttura organizzativa, affrancandosi dalla tradizionale divisione del
lavoro tra imprese propria dei "distretti marshalliani".
Questi due vettori evolutivi sono emersi in un'indagine condotta su quattro
distretti italiani; in particolare sono stati eseguiti studi approfonditi su
otto imprese operanti nei distretti delle province di Bari/Matera, Forlì,
Pistoia e Udine che, come è noto, sono specializzati nel settore del
mobile-arredamento.
Alla base di questa scelta vi è l'esigenza di assumere un maggior
controllo sulla qualità dei prodotti e di ottimizzare l'intera
organizzazione dei processi. In altri, invece, le imprese leader si sono limitate ad acquisire quote in partecipazione, spesso di minoranza, di aziende subfornitrici ritenute più strategiche; in quest'ultimo caso i gruppi fanno capo direttamente agli imprenditori proprietari dell'impresa attraverso partecipazione possedute a titolo personale e vanno visti come la continuazione di un processo di crescita imprenditoriale individuale e non come il passaggio verso un diverso rapporto tra proprietà e gestione. Un secondo aspetto rilevato dall'indagine è la ristrutturazione dei network inter-organizzativi avviata dalle imprese leader. La necessità di dare stabilità alle relazioni di subfornitura, di controllare i flussi materiali, di gestire tutte le informazioni e di ridurre i rischi dovuti a disfunzioni nella gestione della catena del valore ha portato le imprese leader a ristrutturare i rapporti con i subfornitori.
Esse, in particolare, hanno avviato un processo di selezione delle imprese
con cui si relazionano, basato non solo sul fattore prezzo, ma anche
sull'affidabilità, sulla flessibilità e sulla capacità di recepire e
promuovere i cambiamenti; tutto questo ha portato alla riduzione del numero
di imprese appartenenti ai relativi network. Nella maggior parte dei casi, infatti, l'impresa leader richiede l'esclusività del rapporto, programma la produzione delle imprese terze, controlla il flusso delle informazioni, fornisce le materie prime necessarie e comunque non delega mai la fase di progettazione. Nonostante la superiorità gerarchica, in molti casi l'impresa leader non usa il proprio potere per scaricare sulle imprese terze le fluttuazioni di mercato, in qualità di capacity buffer; al contrario, essa protegge la crescita dell'impresa subfornitrice tanto più quanto più quest'ultima è dipendente da essa per la quota di fatturato dedicato. Va detto, infine, che le diverse modalità con cui le imprese leader hanno perseguito le strategie di crescita per linee interne hanno avuto un differente impatto sui network inter-organizzativi.
Infatti, si è riscontrato in alcune aree un orientamento alla
definizione di legami di collaborazione con imprese impegnate in fasi
strategiche o dotate di competenze complementari e capacità innovative. Nunzia Carbonara (estratto dalla tesi di dottorato di ricerca in Ingegneria dei Sistemi Avanzati di Produzione : Nuovi modelli di relazioni inter-organizzative nei distretti industriali: il ruolo dell'impresa leader) Il distretto conciario di SolofraIl Servizio Studi e i Nuclei Regionali per la ricerca economica della Banca d'Italia stanno scandagliando i distretti industriali. Queste note sono state ripresa da uno studio della primavera del 1998 del Nucleo Regionale della Campania.
Il distretto conciario di Solofra è situato in provincia di Avellino e
comprende anche i territori dei comuni Montoro Inferiore e Montoro
Superiore; in tutto, sono 60 kmq dove risiedono circa 28.000 abitanti. Nel
distretto operano circa 1.900 unità locali con 7.600 addetti; di questi il
60% appartenente al settore conciario.
Il ricambio, infatti, è molto veloce: sebbene la tradizione della
concia in questo territorio abbia radici antichissime, l'età media delle
imprese è di soli 20 anni. Il grado di autonomia delle imprese subfornitrici è particolarmente basso: i rapporti con i committenti sono esclusivi (la quota sul fatturato dei primi tre clienti supera il 70%, contro un dato distrettuale medio del 43%) e stabili (la durata media del rapporto con il primo committente è di 10 anni, contro gli 8,5 anni della media dei distretti).
La pelli arrivano semiconciate dall'Africa e dal Medio Oriente; negli ultimi
anni questi paesi hanno realizzato delle politiche per lo sviluppo di
concerie in loco e questo ha avuto qualche ripercussione sulle dinamiche
competitive delle imprese di Solofra. La propensione all'export è forte (77% del fatturato); i prodotti sono diretti prevalentemente verso l'Estremo Oriente, che ne assorbe oltre il 66%. Il calo degli ordinativi che ha colpito il distretto tra il 1997 ed il 1999 è stato generato proprio dal peso dei mercati asiatici.
Nella commercializzazione del prodotto molte imprese evidenziano elementi di
debolezza: la vendita avviene prevalentemente attraverso reti commerciali
proprie o rappresentanti esclusivisti. Rispetto ad altri distretti, si ha un
minore ricorso ad intermediari specializzati e non ci sono accordi tra le
imprese per la commercializzazione di prodotti locali. Nell'attività di export gli unici servizi di supporto utilizzati sistematicamente sono quelli legati al regolamento dei pagamenti, alla spedizione, agli adempimenti doganali e alle coperture assicurative delle merci. La maggior parte delle transazioni con paesi esteri è regolata con lettere di credito; non c'è adeguata consapevolezza o semplicemente non c'è interesse ad ottenere crediti agevolati per il finanziamento (che come è noto hanno più appeal nelle esportazioni di macchinari) o garanzie assicurative a sostegno dell'attività di esportazione; e per questo si fa ampio ricorso al credito ordinario. L'autofinanziamento è la fonte prevalente degli impieghi in investimenti fissi: le imprese di Solofra ricorrono in maniera minore al credito rispetto anche a quanto avviene negli altri distretti, forse a causa della assenza di una "banca del distretto" che, in particolar modo in Italia centrale, spesso ha svolto un importante ruolo di sostegno allo sviluppo locale. Dal 1993 al 1998 l'andamento della redditività delle imprese è stato molto variabile, ma tendenzialmente calante: la diminuzione dei profitti può essere giustificata dalla peculiare struttura dell'offerta con elevato turnover aziendale, bassa dimensione media delle imprese, prevalenza di forme di concorrenza basate sul prezzo di vendita, che può agire come leva negativa della redditività nelle fasi negative del ciclo economico. Eventi e news
Siti dedicati ai distretti industriali: La voce del Club Il Club ha partecipato ai seguenti incontri:
Pubblicazioni sui distretti Distretti e innovazione
Il distretto industriale di Lecco di fronte alle sfide dell'innovazione e
della globalizzazione Ricerche quantitative
Club dei Distretti industriali
P. Ganugi (a cura di) Casi di distretti
G. Becattini Prossimi eventi
Prato, Villa Medicea di Artimino, 11-15 Settembre 2000
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