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La competitività dei distretti industrialiSono state sufficienti alcune batterie di dati che segnano una flessione nelle esportazioni del Made in Italy (che peraltro, come ci ricorda dati alla mano Marco Fortis, continuano a fare meglio della media del sistema economico italiano!) e nelle teste di molti esperti ha iniziato di nuovo ad agitarsi il dubbio sulla debolezza delle piccole imprese e sulla difendibilità della specializzazione produttiva dei distretti industriali. Sono dubbi legittimi ma sono gli stessi dubbi che dominavano il dibattito economico venti anni fa. Tutte le volte che la locomotiva del Pil arranca, va in onda il refrain dei settori ad alta tecnologia, delle grandi imprese campioni nazionali, della finanza dei mercati azionari. Il dibattito sul declino di competitività del nostro Paese, riaperto a Cernobbio dalle riflessioni del Presidente onorario della Fiat Gianni Agnelli, scorre ancora una volta lungo il doppio binario, tutto italiano, della carenza di grandi imprese in grado di reggere l'urto della concorrenza internazionale, da un lato, e delle incrostazioni che ingessano il nostro sistema Paese, dall'altro. In mezzo, sembra esserci poco o niente ed è invece proprio qui che si giocano buona parte delle possibilità di sviluppo dell'industria manifatturiera italiana. Su Il Sole 24 Ore, dopo essersi lasciato scappare che i distretti costituiscono solo un terzo della produzione nazionale, Cesare Romiti ha enfatizzato la necessità di imprese forti in grado di reggere l'urto della concorrenza internazionale. Romiti sorvola sul fatto che i distretti sono uno dei grossi motori che fanno girare l'economia italiana; che sono le realtà che da anni "reggono meglio l'urto della concorrenza internazionale"; che, con i loro cospicui avanzi commerciali, sostengono la nostra bilancia dei pagamenti. La disattenzione per i distretti non finisce qui. Si è parlato molto delle ricette della Spagna del premier Aznar. Nessuno, tuttavia, si preoccupa di prendere sul serio i distretti industriali che sono uno dei pochi esempi di sviluppo al quale guardano con interesse la stessa Spagna e molti altri Paesi. Ovviamente questo non significa che tra le imprese dei distretti non ci sono problemi. E' vero, in Italia ci sono tante piccole imprese; forse ce ne sono troppe o, meglio, forse sono troppo piccole. E' vero, la globalizzazione propone sfide che molte piccole imprese non sembrano in grado di raccogliere. Ma la lezione dei distretti e del loro sviluppo ci ha offerto e continua ad offrire una evidenza particolare: la competitività delle piccole imprese nei distretti industriali è rafforzata dalle interrelazioni e dai legami che si stabiliscono sul territorio in forza della specializzazione settoriale. Le piccole imprese, da sole, non sono in grado di competere sui mercati internazionali ma questo non è necessariamente vero per i distretti industriali. Una politica per le PMI è sì una politica di mercati che funzionano, di flessibilità e di leggerezza amministrativa ma in ogni caso la strada maestra da percorre per rafforzare il nostro tessuto industriale consiste nel rafforzare i distretti. Il Club dei distretti segue preoccupato quanto sta succedendo nei distretti industriali. Di fronte a tutto quanto sta succedendo nei mercati, nelle nuove applicazioni tecnologiche e nelle reti distributive è giusto interrogarsi se formule organizzative così ben identificate e caratteristiche come quelle delle imprese dei distretti devono essere corrette. Vogliamo e dobbiamo chiarire, in primo luogo a noi stessi, quali sono i fondamentali della competitività delle imprese dei distretti; vogliamo scambiarci esperienze per capire come stanno reagendo le imprese alle sfide della globalizzazione; vogliamo offrire agli imprenditori dei distretti una sponda sulla quale confrontarsi. Ma vorremmo offrire loro anche i riscontri di un nuovo modo di fare politica industriale con strumenti mirati per rafforzare, a livello di territori e di filiere produttive, la ricerca, la formazione e la promozione di questi autentici baluardi del Made in Italy. Rafforzare i distretti, rafforzare l'economia italiana
"Rafforzare i distretti, rafforzare l'economia italiana", questo il tema del convegno promosso dall'ICE e dal Club dei Distretti Industriali che si è svolto a Mantova il 24 e il 25 Settembre. Sui problemi della competitività delle imprese dei distretti italiani si sono confrontati il Ministro del Commercio Estero, Piero Fassino, il presidente dell'ICE, prof. Fabrizio Onida, il presidente del Club dei Distretti, Paolo Sarti, e vari esperti che per motivi diversi si sono occupati dei sistemi produttivi di PMI. I veri protagonisti dell'incontro, tuttavia, sono stati dieci imprenditori di altrettanti sistemi produttivi locali; "li abbiamo invitati", ha affermato con enfasi Sarti, "perché con le loro esperienze ci possono aiutare a capire come in realtà i distretti stanno reagendo alle sfide della globalizzazione e ad adottare gli interventi necessari per fronteggiare le nuove sfide che questa propone a tutto il sistema economico italiano". Dopo i saluti del Prof. Roberto Gianolio, vice presidente della Banca Agricola Mantovana e l'introduzione di Gioacchino Gabbuti, direttore generale dell'ICE, i lavori sono entrati nel vivo con l'intervento di Luca Paolazzi (Il Sole 24 Ore). La Congiuntura La recente congiuntura, ha osservato, è stata particolarmente severa per i distretti di cui ha colpito la propensione a penetrare i mercati esteri. Paolazzi, tuttavia, ha invitato a non lasciarsi prendere la mano dai dati degli ultimi dodici medi per affermare che il modello distrettuale è giunto o sta per arrivare al capolinea; il segreto della loro competitività va ricercato nello specifico dinamismo interno di questi sistemi. I loro problemi, in effetti, si sono acutizzati per la concomitanza di alcuni importanti mutamenti strutturali tra i quali:
Sono trasformazioni, ha sottolineato Paolazzi, che costringono le imprese distrettuali a modificare il loro modo di operare e che hanno fatto emergere difficoltà di adattamento ai nuovi scenari competitivi. Tutto questo emerge, sia pure con diversa intensità, nel polso della congiuntura di tutti i distretti: tessili, occhiali, marmo, oggetti per la casa, meccanica strumentale, pelli e calzature... Ma restano sempre da fare molti distinguo: i distretti, come le imprese reagiscono in modi diversi alle mutate condizioni esterne. In generale nei casi in cui i mercati di sbocco sono meno soggetti alla concorrenza del Far East, i distretti tengono meglio, come nei casi delle piastrelle, del mobile e dei salotti imbottiti di Matera. Chiosando le sue attente analisi congiunturali, Paolazzi ha affacciato più di motivo per guardare ai prossimi mesi con relativo ottimismo, a partire dalla domanda mondiale che torna a crescere e prospetta nuove opportunità sul piano degli sbocchi commerciali. Sta ora ai distretti trovare la forza per rinnovarsi. D'altronde, i distretti hanno sempre stupito per al loro capacità di smentire le previsioni degli economisti e degli istituti di ricerca.
Made in Italy Su questo punto specifico Marco Fortis ha ricordato che circa 1/3 dell'intero export italiano e quasi il 60 per cento dell'export specializzato nei settori moda - arredo - casa - alimentazione mediterranea - meccanica strumentale proviene dai distretti. Dall'analisi delle quote sui mercati internazionali risulta che l'Italia detiene posizioni di leadership o di co-leadership in 36 prodotti che sono appunto quelli che meglio caratterizzano il Made in Italy. Queste quote di mercato costituiscono una base solida che i distretti fino ad oggi hanno dimostrato di saper difendere anche di fronte alla forte concorrenza dei Paesi emergenti del Sud Est asiatico. Difficilmente, ha sostenuto Fortis, questi Paesi possono mettere in gioco il patrimonio secolare di tradizioni artigianali, di design, di qualità e di senso estetico per le belle cose che caratterizza il sistema produttivo distrettuale.
Gli Imprenditori E' stata quindi la volta delle testimonianze degli imprenditori dei distretti di Belluno, Biella, Castelgoffredo, Cusio-Valsesia, Fermo, Lecco, Lumezzane, Pesaro e Prato. A quest'ultimo è legata la storia di Lineapiù, un gruppo tessile con un fatturato di 300 miliardi e 1050 dipendenti. "Qui" ha ricordato Giuliano Coppini, "nel 1975 io e altre tre persone lasciammo i nostri lavori in altre aziende tessili pratesi per creare Lineapiù; questo non sarebbe stato possibile senza l'esperienza e il know -how, che il distretto ci forniva". Nel tempo il gruppo è cresciuto tanto da apparire, per dimensioni e struttura organizzativa, una realtà un po' anomala per il distretto pratese con il quale, tuttavia, non ha reciso i suoi legami; come puntualizza Coppini, "non potremmo mai fare a meno del distretto. Ci sentiamo tutt'uno con esso, figli del distretto, e ancora viviamo in simbiosi". Il problema, lamenta Coppini, è che la cultura e il modo di fare propri del distretto non sempre sono adeguati alle esigenze di un'impresa che spazia su orizzonti molto ampi e si confronta in mare aperto con i concorrenti di tutto il mondo. Per questo Lineapiù è stata costretta a cercare manager e altre figure professionali qualificate fuori dal distretto. Il futuro del distretto, e questo non vale solo per quello pratese, si gioca nella formazione e nella ricerca di forme organizzative più moderne. Infrastrutture adeguate, norme burocratiche mortificanti, disattenzione da parte del settore pubblico, problemi di tutti i tipi che intralciano pesantemente la realizzazione di nuovi investimenti: questi temi sono emersi ripetutamente nelle testimonianze degli imprenditori. In questo cahier de doleance Fortis ha aggiunto l'inspiegabile ritardo nella liberalizzazione dei mercati dell'energia e l'insufficiente tutela dei prodotti Made in Italy contro le ripetute frodi internazionali che danneggiano non solo le esportazioni, ma anche l'immagine stessa del prodotto italiano di qualità. In una inquietante testimonianza diretta, Savinio Rizzio del distretto delle valvolame del Cusio Valsesia ha spiegato che a causa di estese pratiche di dumping e di contraffazione, i suoi prodotti non riuscirebbero a fronteggiare la concorrenza cinese nemmeno se lui potesse non pagare i propri dipendenti per un anno e mezzo.
Gli esperti Anche se la congiuntura sta migliorando, il dott. Francesco Serao, presidente del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti, e si sono soffermati sulla scarsa sensibilità del sistema politico per i problemi delle imprese in generale e di quelle piccole e medie in modo particolare. Lorenzo Boscarelli, consulente di direzione aziendale, ha analizzato l'impatto della nuova pressione competitiva sulle strategie delle imprese dei distretti auspicando una maggiore attenzione per le innovazioni e l'internazionalizzazione mentre Leonardo Simonelli, del Politecnico di Milano, ha illustrato i frutti della recente collaborazione tra un gruppo di docenti di design industriale e alcuni distretti. René Ghesquierre, consigliere economico dell'ambasciata francese, ha riferito che il Governo e gli imprenditori francesi seguono con moto interesse il fenomeno dei distretti italiani. Nell'intervento conclusivo, Piero Fassino, ha manifestato fiducia in una prossima ripresa che trova conforto nei segnali incoraggianti che giungono dall'andamento delle esportazioni. A medio termine, ha osservato, molte imprese dovranno incrementare la delocalizzazione delle produzioni per abbattere l'incidenza del costo del lavoro. Per questo ha auspicato una più stretta collaborazione fra governo e distretti affinché si adottino politiche adeguate alle esigenze delle imprese che ne fanno parte. Il convegno ha offerto materiale empirico e contributi analitici che riaffermano la centralità e la ricchezza del sistema dei distretti industriali nell'economia italiana ed ha indicato le strade da percorrere sul piano delle politiche economiche e della strategie aziendali. La conferenza Asem di Bari sui distrettiI distretti industriali e il trasferimento di tecnologia come mezzi per promuovere il commercio di beni e servizi, questo il tema della conferenza dell'ASEM ("Asia Europe Meeting"), un forum euroasiatico varato a Bangkok nel Marzo 1996 per facilitare cooperazione e dialogo (politico, economico, socio - culturale) tra i quindici Paesi dell'Unione Europea e dieci paesi asiatici (Cina, Giappone, Corea del Sud, Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore, Thailandia, Brunei, Vietnam). La conferenza, organizzata dal nostro Ministero del Commercio Estero, si è svolta a Bari il 5 Ottobre con il supporto di ICE, Confindustria, Regione Puglia e Provincia e Comune di Bari Negli ultimi anni è cresciuta notevolmente l'attenzione internazionale nei confronti dei distretti industriali italiani, fenomeno che ora incuriosisce anche molti Paesi asiatici. In effetti i distretti non sono un fenomeno e soprattutto non sono un'esclusiva italiana anche se nel nostro caso si sono sviluppati in numero e con modalità eccezionali. "In effetti", ha osservato Giancarlo Viesti, "i distretti possono fiorire ovunque siano presenti risorse naturali, forza lavoro qualificata, capacità imprenditoriale e know how specifici. Nella realtà tutto è molto complicato ed infatti soltanto di rado nascono distretti a partire da queste semplici condizioni". Come nascono allora i distretti? "I distretti industriali emergono dalla combinazione di risorse e input presenti su un determinato territorio; risorse e input che possono essere molto diversi da caso a caso", ha aggiunto; "ma gli ingredienti dei distretti spesso si assomigliano: storia, tradizioni comuni, valori e saperi condivisi". Le radici storiche dei distretti industriali italiani spesso risalgono a tradizioni artigianali molto antiche e, secondo Fabio Sforzi, questa particolarità ha contribuito in modo determinante a cementare quel particolare "sentimento di appartenenza alla comunità" che ha favorito la creazione una fitta rete di relazioni interpersonali e di continui scambi di informazioni che lubrificano l'economie distrettuali. Non è corretto, ha puntualizzato Sforzi, affermare che i distretti sono un prodotto del "post-fordismo"; questi esistevano anche prima della affermazione delle grandi concentrazioni manifatturiere e urbane che hanno fatto grande l'epoca fordista. E' vero che il loro sviluppo è coinciso con il declino dei principi di produzione di massa, ma questo perché la crescita di una domanda più frammentata e variabile ha aperto nuove opportunità di mercato ai distretti che già esistevano o si stavano formando. Sforzi ha tracciato una efficace panoramica di questo fenomeno sulla base dei dati del Censimento Istat 1996: i distretti industriali sono il 25% dei sistemi produttivi locali italiani e il 71% di quelli manifatturieri. Qui risiede il 24% della popolazione italiana (13,7 milioni), ed è occupato il 32% della forza lavoro. Nel dettaglio, sono "distrettuali" il 44,8% dell'occupazione manifatturiera ed il 43% dei manufatti esportati. A livello territoriale il 33% dei distretti sono localizzati nel Nord Est e il 30% nel Centro e una quota analoga nel Nord Ovest; il Meridione conta solo l'8% dei distretti ma il loro numero è in crescita. In termini di occupazione, i distretti del Nord Ovest hanno un peso maggiore (41.5 per cento) rispetto agli altri, probabilmente per le dimensioni medio grandi delle imprese di queste aree. Mentre nel Nord Est prevalgono imprese distrettuali "medio piccole" (da 50 a 250 addetti), i distretti del Centro e il Sud sono caratterizzati da "micro-imprese" (da 1 a 9 addetti). La rilevanze e il peso dei distretti nell'economia italiana è mutata nel tempo: nel 1951, per esempio, solo il 15 per cento di tutti i sistemi produttivi, diffusi peraltro su tutto il territorio nazionale, aveva le caratteristiche proprie dei distretti (specializzazione, PMI, ..) e vi lavoravano appena 360 mila persone. Nel 1971 la proporzione dei distretti era sostanzialmente simile, ma vi erano occupati oltre un milione di persone; nel 1991, infine, i distretti impiegano oltre due milioni di lavoratori. Sforzi ha fatto notare che le aree distrettuali primeggiano, rispetto al resto del Paese, per quanto riguarda livello di occupazione, salari, redditività e propensione ad esportare. In particolare, ha richiamato "l'effetto distretto" misurabile come differenziale di efficienza delle imprese che si trovano ad operare nelle aree distrettuali. Il contributo dei distretti alla bilancia commerciale italiana è stato analizzato da Rodolfo Helg che ha effettuato una serie di ingrandimenti sul posizionamento di questi sistemi sui mercati internazionali. Di fronte ad un contributo medio dei distretti alle esportazioni manifatturiere italiane pari al 43,3%, il peso della pelletteria sale a oltre il 69 per cento, mentre nel settore della ceramica la percentuale è del 66.2% (il solo distretto di Sassuolo conta per il 51 per cento circa) Helg ha messo in luce il fatto che i distretti italiani possiedono una enorme capacità competitiva, il cui merito è da attribuire alla qualità e all'alone di immagine che caratterizzano le produzioni del Made in Italy. Tutto questo non esenta le imprese dei distretti che intendono consolidare la propria presenza sui mercati internazionali dall'adottare un approccio più articolato e razionale: i differenziali nel u costo del lavoro spingono le imprese a spostare le produzioni al di fuori dei confini distrettuali ma quello che conta ai fini della tenuta dello sviluppo dei distretti è la rosa delle attività che saranno delocalizzate. Le relazioni e il dibattito che ne è seguito hanno presentato un quadro interessante anche se non privo di problemi; i distretti, ha sottolineato Andrea balestri, sono un fenomeno dal quale si possono mutuare esperienze e pratiche per processi di sviluppo che puntano più a mobilitare le risorse di una regione che ad attrarre capitali e fattori imprenditoriali organizzativi da altri paesi grazie a incentivi fiscali e sussidi. Tra l'altro, ho continuato, uno sviluppo "district-oriented" ha in sé maggiori possibilità di contenere la tendenza alla polarizzazione verso le grandi capitali, fenomeno che sta creando e creerà grandi problemi a molti Paesi asiatici, africani e sudamericani. Viesti, concludendo i lavori, si è soffermato sul tema della riproposizione dle modello dei distretti in altri contesti. In che termini ciò è effettivamente praticabile? Le politiche di sostegno sono importanti nella misura in cui cercano di completare processi di formazione di distretti già in atto; non sembrano in grado, tuttavia, di farli nascere "green field". Il modello italiano, dunque, può servire ai paesi asiatici come esempio; un fenomeno concreto per capirne la natura e i meccaniscmi che lo fanno funzionare, a partire dagli ingredienti iniziali (storia, valori, saperi) senza le quali, secondo l'esperienza italiana, non vi sarebbero distretti.
Il contributo dei distretti alle esportazioni di alcuni settori italiani (1996)
SETTORI (%) Tessile abbigliamento 42,6 Cuoio, calzature 47,4 Mobili e prodotti in ceramica 37,9 Gioielleria e strumenti musicali 39,6 Meccanica strumentale 18,1 Fonte: ISTAT (1999)
Il contributo di alcuni distretti alle esportazioni di mobili e prodotti per la casa (1996)
Distretto produzione % Desio prodotti in pannelli truciolari 15,1 Valpolicella pietre lavorate 25,6 Udine sedie 10,7 prodotti in pannelli truciolari 13,3 Sassuolo mattonelle 51,3 Civita Castellana sanitari 11,4 Fonte: ISTAT (1999)
Prodotti per i quali l'Italia è prima nella graduatoria mondiale per saldo commerciale attivo: Filati di lana Pietre ornamentali Tessuti di lana Piastrelle ceramiche Tessuti di seta Sedie e divani Calze Mobili e cucine Maglioni Lampade, illuminotecnica Cravatte e scialli Rubinetterie, valvole Occhiali Stufe Oreficeria, gioielleria Frigoriferi Pelli conciate Lavatrici Calzature Paste alimentari Fonte: M. Fortis, Università Cattolica, Montedison.
Prodotti per i quali l'Italia è seconda nella graduatoria mondiale per saldo commerciale attivo:
Articoli in pelle Pentole e posate Vestiti maschili Vini Vestiti femminili Fonte: M. Fortis, Università Cattolica, Montedison. Il distretto della maglieria di CarpiIl distretto di Carpi è uno dei più importanti del settore tessile abbigliamento in Italia; conta circa 11.000 addetti distribuiti prevalentemente tra Carpi, Cavezzo, Concordia, Novi di Modena, San Possidonio e lambisce una corona di comuni limitrofi. La quota di occupati nel T&A sul totale manifatturiero è pari ad oltre il 60%, il che significa che è il settore di specializzazione dominante e che definisce il distretto e la sua identità. Sempre nel distretto ci sono anche numerose imprese specializzate nella costruzione di macchine per il legno e di apparecchiature per usi biomedicali. Nella produzione di maglieria e confezioni operano 2.000 unità locali. Sono per la maggior parte di dimensioni piccola o molto piccola e il loro numero, attualmente, è inferiore a quello che caratterizzava l'area agli inizi degli anni '90. Dopo il 1995, tuttavia, il saldo tra le imprese nate e cessate è stato nullo; vi sono stati, infatti, nuovi fermenti tra le imprese di subfornitura soprattutto nel comparto della maglieria, mentre il peso delle imprese finali è da tempo in flessione. Il numero più consistente di subfornitori è costituito dalle aziende specializzate nella smacchinatura (detta anche tessitura), cui seguono quelle di cucitura e quelle che si occupano delle fasi finali del ciclo produttivo (stiro, controllo e imbusto). Le lavorazioni sono effettuate in piccola serie ed hanno un elevato contenuto di moda, nel senso di ampiezza delle gamme e di variabilità dei modelli. Le serie limitate dei lotti di lavorazioni e la assenza di strumenti efficaci di programmazione dei carichi di lavoro premono sulla produttività e sui margini di profitto di molti produttori, in particolare di quelli legati alle lavorazioni (subfornitura). Negli ultimi anni le imprese di subfornitura hanno cercato di ampliare la composizione e l'articolazione del portafoglio commesse per allentare la dipendenza dal cliente principale e ripartire i rischi su più fronti. Anche se le relazioni tra committenti e subfornitori tendono ad essere stabili e di lunga durata, la filiera produttiva è frastagliata e questo rende talvolta problematiche le relazioni all'interno della filiera. L'intero sistema di rapporti tra committenti e terzisti è percorso da tensioni che animano spesso dibattiti e confronti dialettici. E proprio da questa specie di riflessione sulle prospettive stesse del distretto, sono scaturite le proposte di favorire l'aggregazione tra i subfornitori o di "nuovi strumenti di distretto" per compattare la catena del valore tra le imprese di subfornitura e quelle finali. Interventi di questo tipo, si osserva, sono importanti per assicurare un livello di servizio tale da rendere meno interessante, per i committenti, il fatto di ricorrere a subfornitori esterni al distretto. La riorganizzazione della catena del valore può svolgersi sia sotto le spoglie di consorzi di aziende di fase che con la creazione di nuovi operatori impegnati specificatamente in ruoli di coordinamento e gestione delle reti di subfornitori. Questo consentirebbe alle imprese committenti, liberate dalla preoccupazione dei problemi organizzativi, di concentrare risorse e sforzi nella ricerca di nuovi mercati e nello sviluppo di canali distributivi alternativi ai grossisti che oggi veicolano ancora una parte consistente della produzione locale. Il distretto di Carpi ha attraversato e sta attraversando tuttora un periodo non facile a causa della forte concorrenza dei Paesi dell'Est ma anche per problemi interni che richiedono soluzioni rapide ed efficaci. Nonostante la criticità di questo snodo della storia locale, le imprese possono far leva sul fatto di appartenere a un distretto, e cioè di poter contare su competenze professionali, su un know-how accumulato nel tempo e un forte tessuto sociale alle spalle. Si tratta di un patrimonio consistente che Carpi possiede forse più di ogni altra area tessile, e che dunque la rende in un certo senso unica. Anche se oggi, nel distretto di Carpi, si tocca con mano la sensazione di disagio, la maggioranza delle imprese ritiene che vi siano ancora concrete possibilità, non di sviluppo, di difesa delle posizioni di mercato. Tutto questo si accompagna alla consapevolezza generale che per far valere le potenzialità del distretto occorrono , investimenti volti ad accrescere le capacità manageriali ed imprenditoriali, le strutture di servizio alle imprese e l'immagine stessa del distretto. Nel complesso, infatti, il distretto non utilizza le leve del marketing in modo proporzionale al suo peso industriale; vi sono, è vero, imprese che assolvono molto bene queste funzioni ma ve ne sono molte i cui rapporti con il mercato passano ancora in gran parte attraverso intermediari commerciali con tutto quello che ciò implica in termini di percezione dei segnali e di tempi di reazione alle fluttuazioni della domanda. Il distretto nel suo insieme è al centro di un campo di forze molto intenso che ne sta ridisegnando le architetture organizzative, le relazioni tra le imprese e i rapporti tra queste e i mercati. E da questo campo di forze con ogni probabilità prenderà volto un distretto in parte diverso, più strutturato, ma sempre legato al territorio di Carpi.
Graziella Borrelli RecensioniMarketing territoriale per il distretto di Montebelluna Quaderni della Cciaa Treviso Treviso, dicembre 1998 Gli strumenti del marketing territoriale possono facilitare i processi di trasformazione di un'area o distretto in crisi? Il tema, estremamente attuale per molti distretti industriali italiani, è stato discusso nel convegno "Un progetto di marketing territoriale per il distretto di Montebelluna" che si è svolto a Treviso il 16 Dicembre 1998. La pubblicazione degli atti del convegno a cura della Camera di Commercio di Treviso ci consente di ritornare sul quesito partendo da alcune idee presentate in quell'occasione. La cosa che fa di Montebelluna un caso particolare è la sua riconosciuta capacità di attirare investimenti esterni; da tempo, proprio per il clima di innovatività e la qualità dei servizi che offre nella realizzazione dei prototipi, questo distretto (insieme a Mirandola e alla "Packaging Valley" emiliana) ha calamitato, anche in assenza di strumenti specifici, importanti investimenti di aziende esterne (in particolare le multinazionali dello sport-system). Da qui partono le riflessioni sulla possibilità di sfruttare in modo consapevole e attivo questi fattori di eccellenza in chiave di marketing territoriale di distretto; tutto questo per un riposizionamento competitivo delle produzioni locali. La fertilità del territorio, è stato osservato, non riguarda solo la capacità di attrarre investimenti dall'esterno; le imprese, infatti, dovranno (come in parte è già avvenuto) rafforzare la propria presenza diretta sui mercati internazionali (investimenti esteri, delocalizzazione, ecc..). Secondo Livio Barnabò, Amministratore Delegato di Progetto Europa, "per non correre il rischio di perdere il controllo della fase di produzione" dobbiamo pensare a un adeguato supporto alla delocalizzazione che, in questo senso, rientra anch'essa tra gli strumenti di marketing territoriale. Per questo occorre gestire oculatamente la "riqualificazione delle fasi alte e recuperare nicchie di competenza tecnica eccellente per sostituire quella quota di produzione che si perde dal punto di vista territoriale, attraverso i processi di delocalizzazione". L'aspetto centrale su cui il libro focalizza l'attenzione è la necessità di porre in essere azioni coordinate e concertate tra quanti operano nel distretto, affinché le iniziative di marketing territoriale abbiano successo. Non è tanto una questione di un nuovo "Patto Territoriale", che in sostanza riflette la necessità di coordinamento, ma piuttosto di una maggiore concertazione tra gli attori competenti, il che vuol dire "avere un processo definito, con responsabilità assegnate ad un luogo [il distretto] dove i processi vengono gestiti in maniera integrata". Sul piano operativo, sono state raccomandate varie iniziative ma l'accento è spesso caduto sulel funzioni di coordinamento. Ad esempio, la Camera di Commercio ha stanziato risorse per l'innovazione, la ricerca e lo sviluppo; queste risorse devono fare quadrato con il progetto del Parco Scientifico Galileo e con tutte le iniziative che possono essere gestite anche in chiave territoriale dalle Associazioni degli Imprenditori.
I sistemi locali manifatturieri in Sicilia: analisi dei potenziali distretti industriali F. Mazzola e A. Asmundo (a cura di), Quaderni del Banco di Sicilia, 1999 Mentre i distretti "storici", dopo la lunga rincorsa segnano il passo e cercano di riposizionarsi sui mercati, avanza rapidamente il fenomeno dei nuovi distretti nel Mezzogiorno. Lo sviluppo di nuovi sistemi produttivi locali di PMI nel Sud Italia costituisce uno dei fenomeni più interessanti per le politiche di riduzione degli squilibri regionali. Qualche cosa si sta muovendo anche in Sicilia, anche se il deficit nella dotazione di fattori e le diseconomie esterne sembrano ostacolare la formazione di reti locali di PMI specializzate. Un pregevole studio su questi aspetti è stato realizzato dall'Osservatorio del Banco di Sicilia e i risultati sono stati pubblicati nel volume: "I sistemi locali manifatturieri in Sicilia: analisi dei potenziali distretti industriali". Sullo sfondo delle ricerche il famigerato decreto Guarino del '93, quello della griglia dei parametri statistici per l'individuazione dei distretti. Gli autori, forzando l'ambito di applicazione del decreto, hanno identificato per la Sicilia quattro Sistemi Locali Manifatturieri. Le indagini condotte sia sulle banche dati che sul campo evidenziano la presenza di vari ostacoli nello sviluppo dei sistemi manifatturieri siciliani (o "proto distretti") che sono: Custonaci, per la lavorazione del marmo; Santo Stefano di Camastra, per la ceramica; Milazzo, produzioni in metallo; e Brodo, per il tessile abbigliamento. Sono sistemi che rivelano un certo dinamismo interpretato con coraggio da presentano una quota consistente di lavoratori autonomi (imprenditorialità). Persiste, tuttavia, un deficit di relazioni di tipo sociale e comunitarie e questo va contro, alle esperienze di sviluppo distrettuale in senso classico: la fenomenologia evidenziata dall'indagine rivela la presenza di ostacoli sulla via della trasformazione delle aree manifatturiere siciliane. Per colmare tutto questo, gli autori propongono l'utilizzo di "agenti di trasformazione" quali, ad esempio, agenzie di sviluppo, centri dedicati e investitori finanziari. In Emilia Romagna, per esempio, questo ruolo è stato svolto in parte dalle Amministrazioni locali ma in Sicilia i rapporti tra queste e le imprese del Sistemi Locali Manifatturieri si snodano in un clima di sfiducia che sicuramente non vanno bene per un ruolo tanto delicato. Da dove partire, dunque? Gli autori non hanno dubbi: solo lavorando sulle politiche orizzontali (infrastrutture, formazione, promozione...) si può assecondare lo sviluppo dei sistemi locali manifatturieri della Sicilia e la loro metamorfosi in più tonici distretti industriali. EVENTI E NEWSLa voce del Club Il Club ha partecipato ai seguenti incontri:
L'ICE incontra le imprese del distretto Valle Trompia - Valle Sabbia Gardone V.T., 23 luglio 1999
Seminario "Composizione ed efficienza delle strutture produttive e dei mercati del lavoro meridionali" Roma, 21 settembre 1999
Convegno "Rafforzare i distretti industriali, rafforzare l'economia italiana" Mantova, 24 - 25 settembre 1999
Sviluppo locale in Europa: nuovi paradigmi e nuovi schemi di politica economica Varese, 1 - 2 ottobre 1999
I distretti industriali e il trasferimento internazionale di tecnologie come mezzi per promuovere il commercio di beni e servizi Bari, 5 ottobre 1999
Sviluppo locale in Europa: nuovi paradigmi e nuovi schemi di politica economica San Marco dei Cavoti, 1 - 2 ottobre 1999
Pubblicazioni
Un progetto di marketing territoriale per il distretto di Montebelluna Profili economici, 1998, n.5
I sistemi locali manifatturieri in Sicilia: analisi dei potenziali distretti industriali Quaderni di Ricerca, Banco di Sicilia Unità Studi, 1999 · Luigi Fuschetto Il tessile abbigliamento nell'area Fortorina. Analisi di un distretto industriale Banca di Credito Cooperativo di San Marco dei Cavoti e della Camera di Commercio di Benevento, 1999.
Segnalazione Convegni
Biella, 11 ottobre 1999 Organizzato con il patrocinio della Regione Piemonte;
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