n° 6 - Novembre 1997

 

 

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Il decollo delle politiche per i distretti

Finalmente qualcosa si sta muovendo nel capitolo, fino ad oggi trascurato, delle politiche per i distretti industriali. Le novità interessano più fronti. Il primo, e di gran lunga più importante, riguarda le nuove regole istituzionali - amministrative. Il teatro di battaglia è quello dei decreti Bassanini. La delega al Governo prevede il conferimento “alle regioni e agli enti locali, nell’osservanza del principio di sussidiarietà..., di tutte le funzioni e i compiti amministrativi relativi alla cura degli interessi e alla promozione dello sviluppo delle rispettive comunità, nonché tutte le funzioni e i compiti amministrativi localizzabili nei rispettivi territori” (art. 1). Questa è una linea di principio che il Club dei distretti condivide pienamente e che cercherà di seguire nella sua attuazione anche se, per il momento, nessuno riesce a capire esattamente quale è il tavolo (ministero, commissioni, regioni...) dove si stanno scrivendo le nuove regole. Una seconda novità sta prendendo finalmente corpo dalla piccola finestra aperta nel 1991 con l’art. 36 della legge 317. Fino ad oggi sono stati riconosciuti più di 71 distretti industriali da nove regioni (v. articolo pagine 4-5); in alcuni casi sono già stati approvati e finanziati i “piani di distretto”. Scorrendo rapidamente obbiettivi e risorse impegnate si ha l’impressione che la partita per il momento si gioca su campi secondari ma, grazie alle esperienze maturate, regioni e distretti affineranno le loro capacità progettuali e di intervento. Sempre sul fronte della l. 317 c’è da registrare un’altra novità. Lo scorso 31 luglio, la Camera ha approvato in via definitiva il disegno di legge “Interventi urgenti per l’economia” (decreto Bersani) che assegna 50 miliardi in due anni ai programmi dei distretti (quelli riconosciuti dalle regioni) per sviluppare reti di servizi, e in primo luogo quelli telematici e informatici. Nella agenda dei lavori delle Camere ci sono ancora bozze che potrebbero avere un notevole impatto sul sistema dei distretti industriali, come la normativa sulla subfornitura. La proposta ha suscitato polemiche e reazioni molto diverse da parte delle associazioni interessate; agli economisti industriali più attenti non è sfuggito comunque l’impatto che la legge potrebbe avere sulla flessibilità dei distretti. L’ultimo elemento da registrare è quello del dibattito politico dove spesso si affacciano proposte per piani di intervento a favore dei distretti. Paolo Sylos Labini su La Repubblica (7 luglio) ha perorato una riforma dei distretti industriali basata su una nuovo politica per la formazione e sulla istituzione di tre sportelli: burocratico-fiscale, finanziario e tecnologico. In tema di promozione commerciale Giacomo Becattini (Il Sole 24 Ore, 15 agosto) esorta a agganciare il made in Italy alle immagini culturali dell’Italia facendo leva sui caratteri distintivi dei distretti. Infine, su Il Corriere della Sera (11 settembre), il Presidente dell’ICE, Fabrizio Onida, sostiene a chiare lettere che le politiche di sostegno pubblico devono puntare “alla valorizzazione delle decine di distretti locali specializzati”. Tra leggi, decreti e confronti si è aperta una partita importante per i distretti industriali che il Club seguirà costantemente. Al tema, nei prossimi mesi, dedicheremo ampi spazi sulle colonne di questo notiziario e nel nostro sito Internet. Sui provvedimenti che si stanno per prendere, infine, raccoglieremo contributi di cui discuteremo in appositi incontri e seminari.

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Il Club dei distretti a Tokyo

In occasione della quinta edizione della “Japan Investment Promotion Fair” (Tokyo, 27-30 maggio 1997), Enrico Botto Poala, presidente del Club, ha illustrato ad un gruppo di presidenti delle più importanti aziende giapponesi il funzionamento dei distretti industriali.
L’incontro, organizzato dall’Ice, si proponeva di presentare ai convenuti (operatori alla ricerca di luoghi dove investire ingenti somme di denaro in progetti industriali) i vantaggi localizzativi offerti dal nostro paese e giustamente la scelta è caduta sui distretti, ovvero su tutti quei sistemi territoriali che, con le loro attività, tengono alta l’immagine dell’industria italiana nel mondo.
Le note che seguono raccolgono una sintesi della relazione “I distretti industriali italiani. Aree di eccellenza per chi vuole investire” presentata da Botto Poala.

 

Un sistema economico simile a quello giapponese

Sullo scacchiere economico internazionale l’Italia riveste il ruolo di un primario polo di sviluppo culturale ed economico e costituisce un ponte ideale fra i diversi paesi dell’area europea e mediterranea.
Con una popolazione di circa 57 milioni di abitanti, concorre per il 5% alla formazione del prodotto lordo mondiale.
La sua densità imprenditoriale (le imprese sono quasi cinque milioni) risulta superiore a quella degli altri paesi europei (probabilmente è tra le più elevate nel mondo) e detiene la leadership mondiale in alcuni settori del commercio estero: l’arredamento, la moda, le macchine industriali.
Questi risultati sono stati conseguiti da un sistema economico e produttivo (e per certi aspetti anche politico) che presenta più analogie con il modello giapponese di tutti gli altri paesi europei. Come il Giappone, l’Italia è un paese privo di materie prime ed ha fondato il suo sviluppo sulla capacità di concepire, sviluppare, produrre e commercializzare prodotti manifatturieri. Come in Giappone, la capacità imprenditoriale è diffusa e la struttura produttiva vede la prevalenza di imprese di piccola e media dimensione. Anche nel nostro paese operano imprese con dimensione e notorietà internazionali (basti pensare ai gruppi Fiat, Olivetti, Ferrero, Barilla, Buitoni) ma la vera spina della proiezione economica italiana sui mercati internazionali si sostiene su una struttura diffusa di piccole e medie imprese. Lo sviluppo economico italiano è stato alimentato da un contesto sociale e culturale fertile: di questo contesto fanno parte le competenze diffuse sui processi produttivi, l’impiego originale delle tecnologie, l’impegno nelle attività professionali, la spiccata attitudine al rischio e il sistema di valori che motiva operai e tecnici e spesso gli induce a trasformarsi in imprenditori.
Dalla combinazione di tutti questi elementi nasce la forza competitiva del nostro paese in una serie di settori manifatturieri, da quelli tipici del made in Italy (moda, alimentari, arredo, mobilio, articoli per la casa, occhiali, ..) ai più moderni costruttori di impianti e macchinari.

 

I vantaggi competitivi

I vantaggi competitivi dell’industria italiana emergono con particolare evidenza in quella parte di economia che fa capo ai distretti (sistemi produttivi diffusi anche in Giappone dove sono chiamati “sanchi”).
I distretti industriali sono entità sociali ed economiche con una base territoriale locale ben delimitata dove opera un numero consistente di imprese medie e piccole; la presenza dominante di imprese che appartengono alla medesima filiera di prodotto e la comune appartenenza territoriale crea una identità che tiene legate persone e processi produttivi.
Una recente analisi dell’Istituto Italiano di Statistica ha identificato 199 distretti industriali dove operano 2,2 milioni di addetti, vale a dire oltre il 40% dell’occupazione del settore manifatturiero italiano. Queste cifre permettono di documentare il fatto che i distretti non sono una realtà marginale del mondo economico italiano ma ne rappresentano una delle componenti più consistenti.
L’attività manifatturiera svolta nei distretti può essere raggruppata in quattro grandi famiglie di beni: i prodotti della moda, i prodotti per la casa, i prodotti per l’alimentazione, le macchine industriali specializzate.
Le prime tre linee di prodotto riguardano direttamente o indirettamente i mercati dei beni di consumo e costituiscono ciò che da sempre viene identificato come manifestazione del Made in Italy. La quarta linea di prodotti, quella del macchinario specializzato, non è meno qualificata o meno importante. Se è vero che stile, design, gusto sono stati e rimangono tuttora fattori decisivi per il successo di molti distretti italiani, nel panorama industriale vi è anche una componente tecnologica rilevante, accanto alla quale emerge una consistente e articolata realtà produttiva basata su attività a forte contenuto tecnico. Tutto questo ha precisi riscontri numerici: dei 199 distretti, 69 sono specializzati in produzioni tessili e dell’abbigliamento, 27 nelle calzature, nella lavorazione delle pelli e del cuoio, 39 nei prodotti per l’arredamento, 17 nell’alimentare e 32 nella costruzione di macchinari.
I distretti, con le reti di piccole imprese, hanno attinto copiosamente dal grande patrimonio tecnico dei costruttori di macchinari che hanno messo a punto gli impianti necessari per affermarsi, con produzioni variate e con costi competitivi, sui mercati internazionali.
Alla base di questo successo collettivo in settori difficili da difendere per un paese che ha una struttura dei costi come l’Italia ci sono vari fattori:
tra questi il Presidente del Club ha sottolineato la focalizzazione nella offerta specifica di ciascun distretto, il mix equilibrato di relazioni competitive e di rapporti di collaborazione. La competizione interna ai distretti assicura efficienza e capacità continue di innovarsi; nello stesso tempo, tuttavia, le innovazioni diventano presto patrimonio comune di tutti gli operatori che involontariamente si trovano così a collaborare lungo un percorso che spinge verso le frontiere della efficienza economica. I rapporti tra le imprese dei distretti, infatti, non si esauriscono nel confronto competitivo. Uno dei meccanismi che caratterizzano la macchina distrettuale è la divisione del lavoro tra imprese; questa garantisce condizioni di flessibilità, elasticità ed efficienza economica.
La risorsa più abbondante nei distretti è l’imprenditorialità e il suo punto di forza è la mobilità: i distretti sono sistemi socialmente coesi e in genere registrano con una minore conflittualità rispetto alle forme organizzative di tipo fordista.
Nei distretti è sempre sostenuta la nascita di nuove aziende che vanno ad arricchire con energie fresche l’economia locale.
Le caratteristiche sociali, culturali, produttive e localizzative presenti nei distretti possono costituire, ha sottolineati il Presidente Botto Poala, un contesto ricco e favorevole allo sviluppo di nuove iniziative imprenditoriali. Essere presenti nei distretti italiani significa essere nel cuore dell’Europa, essere nel cuore di alcuni mercati mondiali e avere accesso ad una dotazione di risorse culturali, umane e tecnologiche di eccellenza.

 

Il successo dei distretti

I distretti spesso sorgono intorno a piccoli centri e città medio piccole dove vi è un diffuso benessere ed una buona qualità della vita.
Le condizioni appena citate proprie delle economie distrettuali hanno precisi riscontri in termini di performance: il reddito pro capite dei residenti nei distretti è fra quelli più elevati d’Italia e il tenore di vita è allineato con quello delle zone più ricche d’Europa. I tassi di crescita economica sono fra i più dinamici, l’export cresce con ritmi doppi rispetti a quelli medi nazionale.
Ma la realtà dei distretti è anche una realtà che sa affrontare il cambiamento, che sa adattarsi, che evolve rapidamente; lo dimostrano le storie avvincenti dei singoli distretti e lo confermano anche la capacità di aver suscitato interessi internazionali, dai summit del G7 ai vertici dell’UE; lo ricordano le ricerche sulle politiche aziendali adottate nei distretti dove molte imprese pensano allo sviluppo in chiave internazionale attraverso la realizzazione di joint-ventures con partner stranieri. Questo qualifica la cultura imprenditoriale dei distretti come dinamica e aperta.
Concludendo, Botto Poala ha sostenuto che i distretti industriali possono essere considerati come aree di eccellenza, come luoghi di sicuro interesse per effettuare investimenti, luoghi dove non mancano interlocutori qualificati dentro e fuori dal mondo delle imprese. Le caratteristiche sociali, culturali, produttive e localizzative presenti nei distretti prospettano un contesto ricco e particolarmente favorevole allo sviluppo di nuove iniziative imprenditoriali estere, come del resto è già successo in alcuni distretti dell’Emilia Romagna e del Veneto.

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Le regioni e i distretti industriali

Con l’approvazione della legge 5 ottobre 1991 n.317 "Interventi per l’innovazione e lo sviluppo delle piccole imprese", contenente il primo riconoscimento giuridico dei distretti industriali, si è finalmente cercato di colmare un vuoto nella politica industriale del nostro Paese: era ormai difficilmente sostenibile –infatti- che una realtà di tale rilievo per la nostra economia, quale quella dei distretti, continuasse ad essere così palesemente ignorata a livello istituzionale. In secondo luogo l’attuazione delle nuove disposizioni ha dato la stura ad un processo di decentramento di funzioni dallo Stato alle Regioni su un tema –la politica industriale- tradizionalmente di competenza di organi nazionali.
Come stabilito dall’art. 36, entro 180 giorni dall’entrata in vigore della legge -sulla base di un decreto del Ministero dell’Industria che fissava i parametri di riferimento- le Regioni avrebbero dovuto individuare i distretti industriali presenti sul proprio territorio. Questi, a loro volta, sarebbero stati destinati a ricevere finanziamenti regionali nell’ambito «di progetti innovativi concernenti più imprese, in base ad un contratto di programma stipulato tra i consorzi e le Regioni medesime, le quali definiscono altresì le priorità degli interventi».
Il decreto ministeriale è stato approvato, con ritardo, il 21 aprile 1993. Esso indicava, come aree territoriali da prendere a riferimento, i "sistemi locali" in cui l’Italia è stata suddivisa dall’Istat e dall’Irpet sulla base degli spostamenti quotidiani degli abitanti tra luogo di residenza e luogo di lavoro. La principale caratteristica di un sistema locale così definito consiste nel fatto che la gran parte della popolazione residente lavora all’interno di esso, e che i datori di lavoro reclutano la maggior parte dei lavoratori dalle località che lo costituiscono. I sistemi locali, per essere “promossi” distretti, devono rispondere a cinque requisiti: a) una media del 30% superiore a quella nazionale degli addetti all’industria manifatturiera; b) un indice di densità imprenditoriale dell’industria, calcolato in rapporto alla popolazione residente, superiore alla media nazionale; c) un indice di specializzazione produttiva «calcolato in termini di addetti, come quota percentuale di occupazione rispetto al totale degli addetti al settore, superiore del 30% dell’analogo dato nazionale»; d) un livello di occupazione nell’attività di specializzazione superiore al 30% degli occupati dell’area; e) una quota di occupazione nelle piccole imprese operanti nell’attività di specializzazione che sia superiore al 50% degli occupati in tutte le imprese di specializzazione dell’area.

 

Nove regioni, settantuno distretti

Dall’approvazione del decreto ministeriale ad oggi, nove Regioni hanno provveduto al riconoscimento dei distretti industriali, ovvero: Abruzzo, Campania, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte, Toscana e Sardegna. Alcune di queste -come il Piemonte- hanno successivamente modificato le proprie scelte, una volta avuti a disposizione dati più aggiornati (quelli dell’ultimo Censimento). Il Piemonte ha inoltre provveduto ad aggregare i distretti contigui aventi le medesime specializzazioni settoriali, promuovendo in questi casi la costituzione di un unico comitato di distretto. Degli originari 25 distretti ne sono così stati definitivamente determinati 14. Altre hanno concluso gli studi individuando i distretti, ma non hanno ancora formalizzato la scelta. Complessivamente i sistemi locali finora ufficialmente “promossi” a distretti industriali sono “solo” 71, anche perché mancano all’appello regioni come il Veneto (che conta “ufficiosamente” più di trenta distretti) o l’Emilia Romagna, in cui il modello dell’industrializzazione diffusa appare particolarmente radicato. I distretti riconosciuti finora sono comunque altamente rappresentativi del variegato panorama industriale offerto dalla nostra nazione: le loro specializzazioni spaziano dal tessile al mobilio, dagli strumenti musicali alla meccanica.
Il caso dell’Emilia Romagna è di particolare interesse, in quanto esemplifica le difficoltà che si possono incontrare nel voler applicare «griglie statistiche» rigide ad una realtà multiforme quale è quella dei sistemi locali di piccole e medie imprese: i ritardi nell’applicazione della normativa si spiegano col fatto che l’individuazione in base ai parametri della l. 317/91 avrebbe privato del riconoscimento aree tradizionalmente considerate come distretti industriali, prima tra tutte quella di Sassuolo. Ma l’Emilia Romagna non è l’unica ad incontrare questo tipo di problemi: la Regione Lazio, per la quale nessun sistema locale rientra nei criteri fissati, ha chiesto una modifica o integrazione dei parametri a suo tempo stabiliti, così da non doversi trovare ad escludere dal novero dei distretti poli industriali come quello, ad esempio, di Civita Castellana, che produce il 35% dei sanitari in ceramica fabbricati in Italia.
La Campania, insieme ai sette distretti identificati, ha definito anche cinque «aree di sviluppo produttivo» -una per ogni provincia- «per favorire allargamenti della filiera produttiva e promuovere lo sviluppo per gradi dell’intero territorio regionale» (parole dell’assessore all’Industria della Regione Campania). Molise, Calabria e Sicilia non hanno riscontrato la presenza di alcun sistema produttivo specializzato.

 

I comitati di distretto

Come previsto dall’art. 36 della l. 317/91, e come si evince dal complesso delle esistenti delibere di individuazione degli interventi prioritari (relative a Lombardia, Piemonte, Toscana, Abruzzo, Liguria), i soggetti che più frequentemente vengono preposti alla stipulazione dei «contratti di programma» (detti anche «piani programma di sviluppo») con le Regioni stesse sono costituiti da provincie, comuni, comunità montane, consorzi intercomunali ed interaziendali, società consortili miste, camere di commercio, associazioni imprenditoriali ed artigiane ed organizzazioni sindacali. I rappresentanti di tali organismi (che, come nel caso della Liguria, possono anche essere esperti designati dagli organismi stessi) sono variamente riuniti all’interno di “comitati di distretto” (in Toscana, comitati di area).
L’aspetto più rilevante nella costituzione dei comitati consiste nel riconoscimento che viene finalmente attribuito a tutti gli attori la cui azione è rilevante a livello locale, in applicazione del principio di sussidiarietà. Come è ben espresso nella delibera della Regione Piemonte, «la funzione del Comitato di distretto è [infatti] quella di costituire una sede locale di confronto fra le parti interessate sui temi di politica industriale locale».

 

Gli obiettivi

Il ventaglio dei programmi che le Regioni hanno contemplato per le iniziative dei comitato di distretto risulta molto ampio, decisione che lascia dunque ai singoli distretti ampi margini di scelta. L’unico vincolo è nei destinatari che non devono essere direttamente le singole imprese ma il sistema distrettuale nel suo complesso.
I programmi per i quali le Regioni si impegnano a concorrere per il 40% delle spese, possono avere come obiettivo lo sviluppo e l’ammodernamento del sistema produttivo locale esistente (anche attraverso misure di coesione e cooperazione tra imprese) oppure quello di favorire processi di riconversione interna (con particolare riferimento all’introduzione di tecnologie avanzate o di procedimenti per il controllo di qualità) o verso altri settori delle risorse attualmente impegnate nelle tradizionali specializzazioni produttive ed interessati da fenomeni di declino industriale. Tutto ciò dovrà essere fatto in accordo con i progetti esistenti a livello regionale, nazionale e comunitario.
Delle due tabelle che corredano il testo, una elenca le aree identificate dalle Regioni come distretti industriali; l’altra propone uno specchietto con alcuni tra i principali contenuti dei piani programma, così come risulta dalle delibere regionali. Un cenno particolare merita la Regione Abruzzo la quale, a differenza delle altre, utilizza in prevalenza un approccio di tipo settoriale anziché territoriale, limitando parte degli interventi alle sole industrie elettromeccanica, alimentare e del legno/mobilio. Lombardia e Toscana, infine, sono già passate alla fase operativa.

Maria Gabriella Cerreta

 

Principali contenuti dei piani programma:

  • realizzazione di centri servizi (con particolare riferimento alle attività ad alto contenuto innovativo), in relazione alla necessità di consolidamento-sviluppo ovvero di riqualificazione-riconversione delle attività produttive nelle quali il distretto industriale è specializzato;

  • creazione di sportelli di promozione ed assistenza per l’utilizzo degli strumenti di supporto relativi agli interventi regionali, nazionali e comunitari, o per la diffusione dell’informazione finalizzata all’innovazione;

  • sostegno alle attività di promozione e commercializzazione delle produzioni del distretto;

  • promozione della cooperazione tra PMI (interessante la specificazione indicata per la Toscana: “…cooperazione…tra imprese di punta e PMI subfornitrici, tra PMI, nonché tra produttori, fornitori e clienti”), anche per lo svolgimento di attività di R&S, trasferimento tecnologie tra imprese dell’area ed acquisizione di nuove tecnologie dall’esterno;

  • la creazione di laboratori per la ricerca e sviluppo (un particolare accento viene posto sulla certificazione di qualità) e per la formazione del personale;

  • il recupero di siti industriali dismessi;.

  • realizzazione di opere di urbanizzazione aventi destinazione d’uso industriale e/o artigianale.

  • predisposizione di analisi e di metodologie di intervento innovative rispetto a problematiche ambientali oppure in ambito telematico.

Regioni
(n° distretti industriali)

 

Abruzzo (4)

Vibrata-Tordino Vomano; Maiella; Piana del Cavaliere; Vastese

Campania (7)

Solofra (concia); Calitri (T-A); S.Marco dei Cavoti (T-A); Casapulla (T-A; macchine); Grumo Nevano (T-A; calzature); S.Giuseppe Vesuviano (T-A); Nocera Inferiore (alimentare)

Friuli-Venezia Giulia (4)

Maniago (prodotti in metallo); Manzano (legno e mobile); Sacile (legno e mobile); S. Daniele del Friuli (calzature; abbigliamento; biancheria)

Liguria (1)

Fontanabuona/Cicagna (lavorazione ardesia)

Lombardia (21)

Asse Sempione (tessile-cotoniero); Como (serico); Brianza comasca milanese (legno e mobili); Lecco (meccanica); Brianza (meccanica); Val Brembana (legno); Val Seriana (T-A); Sebino-Bergamasco (guarnizioni di gomma); Camuno Sebino (metallurgia); Val Trompia-Val Sabbia (prod. metallo); Bassa bresciana (abigliamento); Castelgoffredo (calze-abbigliamento); Canneto sull’Oglio (giocattoli); Treviglio (prod. metallo e macchine); Casalasco viadanese (legno); Belgioioso (meccanica); Vigevanese (calzature, macchine per calzature); Lomellina (tessile); Palazzolo sull’Oglio (T-A); Oltrepò mantovano (maglieria)

Marche (9)

Piandimeleto (legno, mobili); Fossombrone (legno; mobili); Mondolfo (T-A); S.Angelo in Vado-Urbania (T-A); Filottrano (T-A); Serra De’Conti (cuoio, calzature); Fabriano (meccanica); Recanati (strumenti musicali); Tolentino (pelli, cuoio, calzature)

Piemonte (14)

CHIERESE: Chieri-Cocconato;
CANAVESANO: Ciriè-Sparone, Forno C.se, Rivarolo-Pont C.se;
TORINESE: Pianezza-Pinerolo;
BIELLESE: Biella, Cossato, Crevacuore, Tollegno, Trivero;
VERCELLESE: Livorno Ferraris-Santhià;
VALSESIA: Gattinara-Borgosesia, Carpignano;
NOVARESE: Oleggio, Varallo Pombia;
VERBANO-CUSIO: Omegna-Varallo Sesia-Stresa, S.Maurizio d’Opaglio-Armeno;
CASALESE: Casale-Quattordio-Ticineto, Cerrina M.;
VALENZA: Valenza;
VALLE BELBO: Canelli-S.stefano Belbo;
LA MORRA: La Morra;CORTEMILIA: Cortemilia;
CUNEESE: Revello, Sanfront.

Toscana (7)

Lamporecchio (calzature); Castelfiorentino (abbigliamento); Empoli (abbigliamento); Prato (tessile); S.Croce sull’Arno (concia); Poggibonsi (mobili); Sinalunga (mobili)

Sardegna (4)

Calangianus (sughero); Orosei (marmo); Samugheo (tappeto); Gallura (granito)

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I distretti della provincia di Ascoli Piceno

La provincia di Ascoli Piceno, con un territorio di 2.086 kmq, si colloca nel Sud delle Marche, regione posta al centro del versante adriatico.
Il suo territorio si estende dai monti dell’Appennino fino al mar Adriatico ed è costituito per il 26% da montagna e per il restante 74% da zone collinari.
L’area provinciale è suddivisa in 73 comuni e conta una popolazione residente di 366.000 unità; il capoluogo è Ascoli Piceno con 53.000 abitanti.
Per la posizione geografica di cerniera, sotto il profilo socio - economico la provincia si caratterizza per la coesistenza di caratteri tipici e delle regioni meridionali e delle aree del Centro - Nord.
Con circa 156.000 persone presenti sul mercato del lavoro, nel 1996 ha registrato un tasso di attività del 50,6% (superiore alla media italiana pari al 47,5%) ed un tasso di occupazione del 47,1% (contro una media nazionale del 41,8%). Il tasso di disoccupazione risulta del 7%, ben al di sotto del tasso nazionale pari al 12%.
Gli occupati si distribuiscono tra i settori nel modo che segue: il 12% lavora nell’agricoltura, il 38% nell’industria e il 50% nei servizi e altre attività.
Le imprese attive sul territorio sono 29.818, di cui 8.792 (circa il 29%) operano nell’industria.
Le imprese artigiane sono 12.824 (43% del totale). Nel 1992 la provincia di Ascoli Piceno è risultata la più “artigiana” d’Italia in base al rapporto PIL artigiano/PIL totale.

Nella provincia di Ascoli Piceno operano due distretti industriali:

  • il distretto calzaturiero localizzato nella zona del Fermano;

  • il distretto agroalimentare localizzato nelle valli del Tronto e del Tesino.

 

Fermo

Il settore calzaturiero a livello provinciale conta 3.329 imprese e 3.564 unità locali, in cui lavorano 24.146 addetti. Il fatturato raggiunge i 2.000 miliardi e il 55-60% della produzione è destinata all’export.
L’80% delle imprese ha meno di 10 addetti e solo l’1% ha più di 50 addetti; inoltre l’81% delle imprese ha forma artigiana.
La parte più consistente dell’attività di fabbricazione di calzature è orientata verso un prodotto collocabile nella fascia di mercato medio-alta e destinata, per quanto riguarda l’utente finale, alla donna.
Il 93% delle imprese provinciali e l’87% degli addetti sono concentrati su un’area territoriale che comprende 36 comuni: Altidona, Belmonte Piceno, Campofilone, Carassai, Cupra Marittima, Falerone, Fermo, Fracavilla d’Ete, Grottazzolina, Lapedona, Magliano di Tenna, Massa Fermana, Massignano, Monsampietro, Morico, Montappone, Monte Giberto, Monte Rinaldo, Monte S. Pietrangeli, Monte Urano, Monte Vidon Combatte, Monte Vidon Corrado, Montefiore dell’Aso, Montegiorgio, Montegranaro, Monteleone di Fermo, Montottone, Ortezzano, Pedaso, Petritoli, Ponzano di Fermo, Porto S. Giorgio. Porto S. Elpidio, Rapagnano, S. Elpidio a mare, Servigliano, Torre S. Patrizio.
Tale area, denominata area del Fermano e situata nella parte Nord della provincia al confine con quella di Macerata, ha una superficie di 684 kmq, conta 162.090 abitanti e ha una densità pari a 237 abitanti per kmq.
Il comparto calzaturiero in questa ara conta 3.087 imprese, 3.292 unità locali e 20.920 addetti.

 

San Benedetto del Tronto

Il settore agroalimentare, a livello provinciale, conta 745 imprese e 876 unità locali in cui lavorano 3.488 addetti.
Le più importanti produzioni del settore sono:

  • lavorazione e conservazione del pesce (circa 30 imprese con 700 addetti);

  • lavorazione e conservazione di frutta e ortaggi (11 imprese con 573 addetti);

  • produzione di bevande con specifico riferimento ai vini (31 imprese con 244 addetti).

Interessanti risultano anche alcune produzioni tipiche locali: produzione di olive verdi, confezionamento di olive farcite, produzione di paste alimentari di qualità e di salumi e formaggi.
Il settore agroalimentare è concentrato nelle valli del Tronto e del Tesino, che comprende i seguenti 13 comuni: Acquaviva Picena, Castignano, Cossignano, Grottammare, Monsampolo del Tronto, Montalto delle Marche, Montedinove, Montelparo, Monteprandone, Offida, Ripatransone, Rotella, San Benedetto del Tronto.
La zona, con un territorio di 378 kmq, conta 93.857 abitanti e ha una densità di 248 abitanti per kmq.
Il comparto agroalimentare in tale area conta 237 imprese, 279 unità locali e 1.317 addetti.
Il valore della produzione riferita al solo settore della trasformazione (alimentari di base più surgelati) è stimato in 830 miliardi, di cui 320 relativi alle aziende di surgelati. Il settore della surgelazione, tra laltro, ha un notevole peso a livello nazionale: la quota di mercato delle aziende locali è pari al 19% circa. Inoltre, nell’area viene prodotto il 70% dei prodotti surgelati ittici e il 20% di quelli ortofrutticoli.

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Corsi per progettazione di politiche nei distretti industriali

Formazione per dirigenti, funzionari e operatori dei distretti industriali

Il Club dei distretti sta organizzando una serie di seminari “sullo sviluppo economico locale” in collaborazione con l’Università di Pavia e l’International Training Centre dell’ILO.
Per il momento sono programmate quattro edizioni del seminario che si svolgeranno tra novembre ‘97 e gennaio ‘98 in Piemonte, Lombardia, Veneto e Toscana.
I seminari (durata variabile tra un giorno e mezzo - due giorni) avranno carattere residenziale.

Questi i temi affrontati:

  • i rapporti locale-globale;

  • le dinamiche dei sistemi locali;

  • diagnosi dei sistemi distrettuali;

  • strutture e soggetti intermedi e consolidamento dei vantaggi competitivi;

  • le leggi regionali per le politiche dei distretti.

Il corso si rivolge a dirigenti e funzionari di amministrazioni pubbliche, camere di commercio, associazioni di categoria. Informazioni sulle date, i luoghi, i docenti e le modalità di partecipazione disponibili presso la segreteria del Club e la redazione di Distretti Italiani.

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Eventi e news

Nuovi soci

Il distretto del sughero di Calangianus, rappresentato dalla C.C.I.A.A di Sassari

 

La voce del Club

Il Club ha partecipato ai seguenti incontri:

  • Tecna Pinta - Japan Investment Promotion Fair
    Tokyo 27/30 Maggio 1997

    Pubblicazioni

  • Centro Studi Unione Industriale Pratese, a cura del
    L’albero e la foresta. Protagonisti dei distretti industriali italiani
    Guerrini e Associati

  • Andrea Balestri e Dario Caserta, a cura di
    6° Rapporto annuale sul sistema economico pratese (1996)
    Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura di Prato

  • Unione Industriale Biellese, C.C.I.A.A di Biella
    Economia biellese ’96

  • C.M. Belfanti e T. Maccabelli, a cura di:
    Un paradigma per i distretti industriali. Radici storiche, attualità e sfide future (con un’intervista a Giacomo Becattini),
    Centro di Studio e ricerca “Brescia industriale tra passato e futuro”

  • A. Durante, a cura di:
    Montebelluna fa giocare il mondo
    Fondazione museo dello scarpone e della calzatura sportiva

 

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