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L'innovazione riparte dal basso Sui distretti industriali negli ultimi mesi si sono accese le spie di un nuovo ciclo economico i cui contorni, per il momento, restano abbastanza incerti. Le numerose indagini congiuturali locali delineano un clima freddo dove le ansie per la flessione della produzione si intrecciano con le preoccupazioni per il progressivo esaurimento delle spinte espansive. I fondamentali della competitività dei distretti (imprenditorialità, flessibilità, creatività,....) non sono in discussione ma i profondi rimescolamenti degli scambi internazionali e le nuove ondate tecnologiche seminano, come al solito, dubbi sulla loro capacità di tenuta. E anche questa volta, non diversamente dal passato, la partita si giocherà sul campo dell'innovazione. Riflettendo sulla straordinaria casistica di innovazioni di successo realizzate nei distretti industriali da tanti "operai di mestiere", si scopre che le innovazioni non costituiscono il prodotto finale di un percorso esplicito e lineare; più spesso scaturiscono dall'intreccio tra diverse forme di saperi che solo in parte sono "scientifici"o connessi direttamente con attività di R&S. Più di questi, infatti, hanno contato i saperi pratici, le conoscenze tacite sedimentate nelle procedure tecniche e la cultura materiale delle popolazioni che vivono nei distretti. Come in passato, l'innovazione è l'arma più efficace per contrastare il nuovo ciclo congiunturale riflessivo; diversamente dal passato, tuttavia, nei sentieri innovativi dei nostri distretti sta crescendo il peso specifico dei saperi scientifici. Mai come in questi tempi, nei documenti ufficiali delle politiche economiche (dai summit del G7 ai vertici dell'UE e del governo nazionale) ricorrono gli inviti a sostenere i processi innovativi delle piccole e medie imprese. Al di là delle buone dichiarazioni di intenti, le politiche adottate fino ad oggi non sono riuscite ad azzannare il problema. Dall'esperienza dei distretti, si possono estrarre almeno tre elementi di riflessione basilari per correggere il tiro delle politiche per le PMI e l'innovazione. Uno. La leva più efficace per favorire i processi innovativi consiste nel buon funzionamento delle attività industriali. Una buona parte delle attività di manutenzione e di lubrificazione di sistemi di PMI deve essere svolta (e non potrebbe essere altrimenti) a livello decentrato con il diretto coinvolgimento dei destinatari finali. Due. Se i nuovi scenari competitivi spostano il pendolo dei processi innovativi verso le forme di sapere formale rispetto a quelle pratiche, una delle preoccupazioni primarie diventa quella di arricchire il bagaglio di cultura economica e scientifica dei residenti nei distretti. Numerose ricerche hanno rilevato che i loro livelli di istruzione risultano spesso inferiori a quelli medi nazionali perché in questi casi le carriere professionali dei giovani iniziano molto presto. Il rapporto tra cultura generale e cultura professionale è delicato e va governato con interventi modulati sul particolare mix di storie, di culture e di specializzazioni produttive che caratterizzano i vari distretti. Tre. Un tassello centrale delle politiche per l'innovazione è costituito dai centri ricerca (Cnr, Enea, Stazioni sperimentali, Università...). Si è molto discusso della specializzazione dei centri e della loro diffusione sul territorio (sportelli). A partire dagli anni '80 sono stati fatti sforzi per avvicinare queste strutture ai distretti con risultati in parte diversi ma nel complesso deludenti. La strada da percorrere è un'altra. Una parte dei fondi fino ad oggi destinata a questi centri dovrebbe essere impiegata in modo diverso. Per dare un salutare scrollone al mondo della ricerca, sarebbe decisamente più opportuno ed efficace attribuire direttamente ai distretti la facoltà di decidere quali tipi di programmi di ricerca finanziare e a quali organizzazioni assegnare i fondi a disposizione. Un po' di pressione competitiva (come quella che si respira nei distretti) sarebbe salutare anche per quest'ultima. Analisi Il voto nei distretti industriali Le analisi pubblicate dai giornali sull'articolazione territoriale del voto del 21 aprile scorso hanno enfatizzato la presenza di una correlazione più o meno stretta tra le preferenze degli elettori e la fisionomia socio economica delle regioni in cui risiedono. Da una rapida lettura dei voti emerge, infatti, che nelle aree ad alta intensità urbana con una solida base industriale e presenza di organizzazioni di rappresentanza ben strutturate (sindacati, associazioni di categoria) ha ottenuto più voti la coalizione dell'Ulivo; in quelle, sempre ad alta densità urbana ma con una maggiore presenza di attività terziarie, pubbliche e private, sono stati eletti prevalentemente i candidati del Polo. I bacini elettorali della Lega, invece, sono contraddistinti dalla presenza di tante piccole imprese dinamiche che operano in aree dove la densità insediativa è ancora relativamente contenuta. Questa "macro" lettura, insieme al fatto che una buona parte dei collegi dove la Lega ha ottenuto le percentuali più alte di voti (oltre il 40% di preferenze nel sistema maggioritario) sono localizzati nelle province a più alta concentrazione di "localismi" (Vicenza, Treviso, Belluno, Pordenone, Bergamo e Brescia), ha portato ad istituire una specie di correlazione tra i distretti industriali e preferenze politiche a favore della Lega o delle istanze federaliste in generale. Come abbiamo scritto nel nostro "Manifesto sulle politiche industriali" (Distretti italiani n. 2; dicembre 1995 ), la proposta del Club fa proprie le istanze di rinnovamento istituzionale in direzione di un trasferimento netto e deciso di una parte delle funzioni amministrative e delle politiche dello sviluppo verso le Regioni e il sistema delle autonomie locali. Indirizzi politici di tipo federalista, pertanto, sono ampiamente diffusi tra gli operatori dei distretti industriali come del resto non hanno mancato di sottolineare i giornali. Ma la correlazione si ferma qui; la Lega, infatti, ha funto da collettore solo di una parte delle istanze federaliste presenti nei nostri distretti. Questo emerge chiaramente da una micro indagine svolta tra i distretti che hanno aderito al Club (vedi Tavola). Le caratteristiche sociali ed economiche, infatti, "spiegano" solo una parte della varianza dei comportamenti elettorali dei distretti industriali. In effetti, più di queste sembrano pesare fattori geografici e le tradizioni: la Lega raccoglie le preferenze dei distretti del Nord Est; la rappresentanza dei localismi del Nord Ovest si divide in parti praticamente uguali tra Polo e Ulivo; nel Centro, infine, predomina quest'ultimo. In pratica non si riscontrano regolarità nei comportamenti elettorali dei distretti industriali e questo vale per tutti gli schieramenti.
Come hanno votato i distretti (elezioni nei collegi uninominali della Camera del 21 aprile 1996)
Lega Polo Ulivo Lumezzane (Brescia) 37,1 26,9 36,0 Prato = 37,2 62,8 Biella 1 26,6 35,1 34,8 Biella 2 21,7 37,0 33,2 Montebelluna 49,3 26,3 24,4 Basso Cusio (Novara) 23,0 39,3 33,6 Belluno 43,3 21,8 34,9 Carpi = 32,5 67,5 Empoli 1 2,3 29,3 68,4 Empoli 2 2,5 25,5 72,0 Carrara 5,8 39,8 54,4 Pistoia Pesaro Como 32,9 38,0 26,7 Lecco 30,8 30,6 36,8 Le politiche Il fascino internazionale dei distretti Nell'ultimo decennio si è costantemente rafforzata la convinzione che le Piccole e Medie Imprese (PMI) giocano un ruolo determinante nel favorire lo sviluppo economico e garantire una maggiore stabilità sociale. Alla base di questa presa di coscienza stanno gli esempi di successo individuabili in vari paesi, tra cui spicca in modo particolare il caso dei distretti industriali italiani. La creazione o il rafforzamento di un distretto o "cluster", come viene definito dagli economisti un raggruppamento geografico e settoriale di imprese, può essere oggetto di specifiche politiche nazionali e regionali. Un ruolo fondamentale per il loro sviluppo può essere svolto dalla cooperazione tra clusters, attivando progetti comuni, trasmettendo esperienze e conoscenze e trasferendo modelli di intervento locale. Sulla base di queste considerazioni l'UNIDO, Organizzazione delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Industriale, in cooperazione con il Ministero degli Esteri Italiano, ha lanciato nello scorso marzo un programma per sostenere la crescita economica di alcuni paesi in via di sviluppo promuovendo la ristrutturazione e modernizzazione di specifici clusters in tali paesi. L'idea di base è trarre insegnamenti pratici dall'esperienza maturata nei distretti industriali italiani per applicarli ai paesi in via di sviluppo partecipanti al programma. In particolare si ritiene che la cooperazione tra distretti italiani e distretti di paesi in via di sviluppo possa accelerare quei fenomeni di apprendimento e di emulazione che sono stati i fattori chiave del successo dell'esperienza italiana. Il vantaggio di queste iniziative è reciproco: le PMI italiane vengono aiutate a internazionalizzarsi e ad entrare in mercati nuovi di non sempre facile accesso; le PMI del paese beneficiario entrando in contatto con l'esperienza maturata in molti contesti locali italiani possono stimolare dinamiche di sviluppo endogene. Si mira, in sostanza, non solo a sostenere lo sviluppo e la crescita competitiva dei paesi beneficiari, ma anche ad offrire varie opportunità alle imprese italiane: investimenti, scambi commerciali e rapporti produttivi che possono derivare dalla costruzione di reti di relazioni internazionali. In questo tipo di approccio è estremamente importante identificare, per i clusters da mettere in relazione, un soggetto locale (associazione, consorzio, camera di commercio, centro di servizio, amministrazione locale, ecc.) che faccia da riferimento e da coordinamento del dialogo che si vuole instaurare tra le imprese. Una volta stabilita la comunicazione a livello istituzionale, le PMI nei paesi partecipanti saranno facilitate nell'ottenere informazioni necessarie sui mercati esteri, sulle opportunità presenti e su possibili partners commerciali e industriali. A cura di UNIDO (Per ulteriori informazioni
rivolgersi a Fabio Russo, UNIDO
Le ricerche La competizione e i servizi Il ruolo chiave giocato dai distretti produttivi italiani all'interno dell'economia del Sistema Paese appare noto. I distretti hanno un peso rilevante sulla produzione di ricchezza a livello nazionale e contribuiscono largamente alla competitività internazionale dell'Italia. Le ragioni di tale successo sono da ricercarsi in una serie di caratteristiche, o fattori critici di successo, tipici dei distretti italiani: forte innovatività tecnologica, elevate capacità di design e progettazione, marcata flessibilità organizzativa, alta specializzazione, alta propensione all'associazionismo. Grazie allo sviluppo e all'affinamento costante di tali capacità, i distretti hanno saputo operare al meglio nell'ambito del quadro competitivo internazionale.
Il nuovo paradigma della competizione I contesti competitivi che li hanno visti emergere stanno però cambiando, e la comprensione delle nuove tendenze appare cruciale al fine di mantenere e rinnovare una posizione di forte successo. Le principali direttrici evolutive della competizione internazionale sono attualmente di due tipi: - crescente complessità e competitività dei mercati: la competizione a basso costo dei paesi emergenti, la progressiva riduzione delle barriere alla competizione, la marcata compressione di spazi e tempi e la rapida crescita dei mercati geograficamente distanti determinano la necessità di controllare un numero sempre maggiore di variabili competitive; - crescente importanza dei contenuti di servizio: l'alto impatto della tecnologia informatica, la criticità di servizi finanziari "su misura", l'alta rilevanza della comunicazione e la crescente importanza della ricerca e dell'innovazione evidenziano prepotentemente l'importanza di disporre di servizi avanzati per fronteggiare i concorrenti. Tali trend emergenti avranno molte implicazioni rilevanti per i distretti. Tra queste, una appare fondamentale: non si competerà più soltanto tra poli produttivi nazionali ed internazionali, ma tra "sistemi competitivi integrati" al cui interno agiranno i poli produttivi insieme ai servizi che li sostengono e alla politica economica che li indirizza. Come potranno i distretti adeguarsi efficacemente a questo nuovo paradigma della competizione? Quali potranno essere validi alleati per vincere le nuove sfide competitive?
Il ruolo dei servizi I servizi alle imprese, in particolare, potranno giocare un ruolo chiave in questo nuovo scenario competitivo. L'evoluzione del quadro economico internazionale sopra descritta rende pressanti interventi adeguati. A tal proposito, molte società che forniscono un supporto essenziale alla competitività dei distretti (servizi finanziari, telecomunicazioni, trasporti, ricerca e sviluppo, formazione professionale, ...) stanno dimostrando una certa sensibilità verso le grandi opportunità di sviluppo che si presentano loro, disegnando strategie che si propongono di migliorare la performance dei distretti e la propria. Lo sviluppo dovrà però avere connotati diversi dal passato. Le società di servizi devono abbandonare sia l'approccio ai distretti disegnato con logica di offerta, sia il concepimento di interventi spesso indipendenti da quanto realizzato da società operanti in altri servizi. Per rispondere adeguatamente al mutare delle regole competitive, infatti, occorre definire regole nuove anche nelle interazioni servizi-distretti. Da un lato, i primi devono stimolare un'approfondita collaborazione con i secondi, al fine di concepire interventi mirati alle necessità dei distretti destinatari. Inoltre, gli interventi dei diversi servizi dovranno essere contraddistinti da una forte integrazione e da un elevato coordinamento, assicurando così un'unica direzione di sviluppo alla realtà distrettuale. Dall'altro, anche i distretti dovranno svolgere la propria parte in questo percorso evolutivo. La maggiore efficacia di tale interazione può essere assicurata da un approccio strutturato che consenta ai servizi di intervenire su tre livelli: - interventi nel distretto: hanno l'obiettivo di sostenere i Fattori Critici di Successo dei Distretti e di contribuire all'evoluzione della loro struttura organizzativa; - interventi nei legami tra distretti: si propongono di rafforzare le aree ed i legami critici della Filiera su cui operano Distretti collegati; - interventi tra distretti ed attori collegati: mirano a migliorare le interazioni tra le filiere di distretti ed i fornitori di prestazioni dedicate alla filiera (associazioni di categoria, enti di promozione,...).
Una ricerca applicata sui distretti Queste problematiche competitive sono spesso analizzate con metodologie d'avanguardia da Monitor Company, società americana di consulenza strategica fondata dal Prof. M. Porter. Monitor si dedica da molto tempo ai temi riguardanti la costruzione ed il miglioramento della competitività delle nazioni e delle regioni, ed ha sviluppato una metodologia applicata in vari paesi del mondo. Monitor attualmente sta analizzando anche la realtà produttiva italiana tramite un progetto di portata nazionale ("Crescita": acronimo di Costante Ricerca dell'Eccellenza dei Servizi per la Competitività dell'Italia). Il fine principale di questa iniziativa è quello di individuare strategie ed aree di azione tramite le quali le società di servizi italiane possano fornire un contributo chiave al miglioramento ed all'evoluzione dei Distretti italiani. È stata quindi avviata una collaborazione con i principali attori del mondo dei servizi italiani, con i quali si è aperto un dialogo che coinvolgerà anche i rappresentanti delle più significative realtà distrettuali, sviluppando soluzioni congiunte e condivise che permettano all'ltalia dei distretti di operare con successo all'interno del nuovo paradigma della competizione. a cura di Monitor Company Il progetto "Crescita" e i risultati conseguiti nella prima parte saranno presentati a Venezia, presso il Centro Studi San Salvator (San Marco 4826) , il 17 Ottobre 1996 (NdR). Casi I distretti della Sardegna Dopo l'epoca del miracolo economico del triangolo industriale e dopo il boom del Nord Est e del Centro Italia, nel libro del nostro sviluppo economico si sta affacciando, timidamente, un nuovo capitolo. In varie regioni meridionali, e in modo particolare lungo l'asse adriatico, sono sbocciati alcuni sistemi territoriali di piccole e medie imprese. La loro performance in termini di creazione di imprese, occupazione ed esportazioni propone un'immagine inedita del nostro Mezzogiorno. Le fondamenta sulle quali si sostengono questi prodromi di una possibile nuova ondata di sviluppo sono molto instabili; il «capitale sociale» non è solido come nella civilissima Emilia; la dotazione di infrastrutture non aiuta il decollo; il fardello delle diseconomie esterne intralcia ancora i processi endogeni di crescita. Sul piano soggettivo, tuttavia, si avverte una spinta dal basso e una voglia di fare impresa che ricorda il clima che si respirava a fine anni sessanta a Prato, Sassuolo, Treviso, Castelgoffredo o in Brianza. Un altro elemento di novità è costituito dal fatto che, dopo il fallimento dei poli della grande industria e delle grandi infrastrutture, nella agenda della industrializzazione del meridione è balzata in primo piano l'idea della promozione dei distretti industriali. L'associazione degli Industriali di Sassari ha colto prontamente il vento nuovo che soffia sui processi di industrializzazione promuovendo una attenta analisi dei tre sistemi locali di piccole imprese sorti nella provincia: il distretto del sughero di Calangianus, il distretto dei prodotti caseari (pecorino) che ha il suo centro più importante a Thiesi e il distretto del granito che si è affermato recentemente nella Gallura ("I distretti industriali del Nord Sardegna. Protagonisti, relazioni, prospettive"; Consorzio 21, Maggio 1996). Le produzioni di granito, pecorino e sughero sono profondamente legate alla storia, alla cultura a alla configurazione territoriale di questa regione; insieme occupano 5.000 addetti per un volume di affari di oltre 1.000 miliardi di lire. Per quanto diversi sotto il profilo dei mercati e dei processi produttivi, i tre distretti presentano alcuni elementi comuni come la divisione del lavoro tra piccole e medie imprese, l'autonomia dai sistemi di interventi di politica industriale (in pratica sono cresciuti facendo affidamento solo sulle proprie forze), la posizione di leader (quote di mercato) nel settore specifico. La presenza di sistemi integrati di imprese che hanno saputo dare vita a un processo di sviluppo autonomo (e soprattutto che hanno di fronte a se prospettive di ulteriore sviluppo) costituisce un elemento di estrema rilevanza: i tassi di disoccupazione nella provincia di Sassari sono tra i più elevati del paese: 26% contro un valore medio del Mezzogiorno pari a 22,2% (per l'Italia è 12,3%). Produzione e occupazione potrebbero crescere ulteriormente ma qui lo sviluppo dei distretti si scontra con una serie di vincoli tra i quali ricordiamo il deficit di infrastrutture (fattore critico per il trasporto del granito o per gli impianti di smaltimento per gli scarti della lavorazione del sughero), i nodi burocratici (i ritardi nei piani delle concessioni per l'estrazione) e le rigide politiche del credito. Tra le indicazioni di politica industriale emerse dagli incontri promossi appositamente dall'Associazione degli Industriali della Provincia di Sassari (progetto "Nord Sardegna 2001") figurano la forestazione regionale, i sostegni alla proiezione sui mercati internazionali, i collegamenti con i centri di ricerca universitari, la cura dell'immagine dei distretti e dei loro prodotti e il varo di una politica industriale specifica secondo quanto disposto dall'art. 36 della L. 317/1991.
Il distretto del sughero Nella lavorazione del sughero operano 130 aziende che occupano 1.400 addetti. A questi si aggiungono i 1.200 addetti che lavorano nelle attività ausiliarie: estrazione, trasporti, macchinari, servizi. Il trend dell'occupazione è crescente: +3-5% negli ultimi tre anni. Il valore della produzione, che per l'80% trova impieghi nel settore enologico, è pari a 180 miliardi di lire. I problemi del settore sono in parte legati alla reperibilità delle materie prime (un terzo del sughero lavorato è importato) e in parte alla struttura finanziaria delle imprese; la stagionatura del sughero richiede, infatti, un ingente fabbisogno di capitale circolante che le imprese coprono prevalentemente con indebitamento a breve termine.
Il distretto del pecorino Nel distretto "lattiero caseario" della provincia di Sassari operano 24 caseifici (10 imprese industriali e 14 società cooperative); gli addetti sono 900 e la produzione totale ammonta a 330 miliardi di lire. La produzione del pecorino (Pecorino romano, Pecorino sardo doc e Fiore Sardo doc) e degli altri prodotti caseari (soprattutto ricotta e formaggi a pasta molle) utilizza come materia prima il latte raccolto da oltre 10.000 aziende di allevamento per un totale di 2,5 milioni di pecore (su un totale regionale di circa 4 milioni di capi). Tra i maggiori problemi del settore ci sono le politiche di marketing (immagine dei prodotti, marchi di origine) e l'innovazione di processo (interventi nella catena del freddo per dilatare le gamme).
Il distretto del granito Il distretto del granito è relativamente recente (circa 20 anni) ed ha i suoi centri più importanti a Tempo Pausania, Arzachena e Buddusò-Ala dei Sardi. Le cave attive (estrazione) sono circa 260 e 20 le imprese che tagliano e lavorano il granito. Gli addetti nella estrazione sono circa 1.500; quelli nella lavorazione 500. Il giro di affari ammonta a 240 miliardi di cui 50 sono esportati. La capacità di estrazione è valutata in 400.000 metri cubi per anno (90% della produzione nazionale). Negli ultimi quattro anni, produzione e occupazione sono cresciute sensibilmente e vi sono ancora buone opportunità di espansione, soprattutto nella trasformazione. Recensioni Federico Visconti Egea, Milano 1996. L. 33.000
Il piccolo (e combattivo) esercito di ricercatori che milita sul fronte degli studi dei distretti ha pubblicato e continua a pubblicare una ricca messe di studi. I contenuti dei lavori prodotti sono spesso molto diversi; li accomuna, invece, il fatto che le analisi sono centrate sulle relazioni tra «blocchi di imprese» e il contesto in cui queste sono inserite. Gli studi sui distretti, grazie all'approccio deliberatamente «sistemico», hanno prodotto risultati estremamente interessanti e promettono di continuare a sorprendere. Per questa stessa ragione, tuttavia, si è creata una stridente sproporzione tra l'attenzione dedicata ai punti di forza delle imprese considerate nel loro insieme (i «blocchi») e quella riservata alle singole imprese e alle leve competitive da esse utilizzate. Riccardo Varaldo ha cercato di gettare un ponte tra queste due sponde mettendo a fuoco l'identità di quella che ha definito l'«impresa distrettuale». Un nuovo contributo in questa direzione viene proposto da Federico Visconti in un libro dove confluiscono le esperienze di un corso universitario svolto insieme al collega Guido Corbetta: Strategie delle piccole e medie imprese operanti nei distretti (Università L. Bocconi). L'economia aziendale, oltre a valutare strutture e performance dei distretti, si può dedicare in modo specifico all'esame delle condizioni di esistenza e di funzionamento delle singole aziende e questo rappresenta un passaggio obbligato per capire la dinamica evolutiva tanto delle varie formule imprenditoriali che dei distretti industriali; mentre le ricerche sui «blocchi» territoriali di imprese tracciano le mappe generali, con lo studio delle aziende si entra nel vivo dei percorsi strategici delle singole imprese. La sfida che gli aziendalisti hanno di fronte si presenta particolarmente complessa perché le imprese dei distretti sono immerse in un contesto territoriale al cui interno le relazioni tra impresa e ambiente assumono forma e intensità tale da originare un intreccio delicato e ricco di implicazioni. Questo, tuttavia, non impedisce a un gran numero di imprenditori di avere ampia autonomia sul piano operativo, economico e finanziario; di perseguire efficacemente i propri fini; di modellare le architetture organizzative. Su questo terreno, fino ad oggi arato solo in superficie, spaziano le riflessioni di Visconti. I capitoli più originali del volume sono dedicati alla genesi delle imprese, alle formule imprenditoriali ricorrenti, agli archetipi competitivi fino ad oggi pubblicizzati, per la verità, più nelle inchieste giornalistiche che nelle indagini sul campo; la scelta di imbastire le analisi su casi imprenditoriali prevalentemente di «seconda mano» non toglie efficacia al quadro d'insieme. Il rapporto tra imprese e contesto territoriale non occupa posizioni di primo piano ma non è mai trascurato; anche da una lettura di stampo aziendalistico si arriva alla conclusione che il distretto, oltre a costituire una fonte di opportunità da cui attingere, deve rappresentare per ogni imprenditore un patrimonio da alimentare costantemente. L'invito ad avvicinarsi ai distretti con la lente dell'economia aziendale non vale solo per le problematiche dello sviluppo delle singole imprese; Visconti sottolinea con enfasi che esistono ampi spazi per una gestione di taglio manageriale anche dei problemi del territorio e dello sviluppo locale. Lo studio delle singole aziende conserva tutto il suo valore ma la presenza di alcuni fattori specifici suggeriscono anche l'opportunità di una lettura che si collochi al di sopra delle singole iniziative imprenditoriali. In questa sfera locale si collocano funzioni «metadirezionali» di rilievo tra le quali l'autore ricorda soprattutto la fertilizzazione del contesto locale, la comunicazione e la formulazione delle visioni a medio termine. I tentativi di comprensione dei problemi dello sviluppo dei distretti promossi da province, camere di commercio, banche locali e associazioni hanno offerto un valido contributo analitico ma nei fatti hanno inciso poco sulla loro evoluzione; sul piano delle politiche, l'attenzione è stata rivolta soprattutto ai fattori trasversali dello sviluppo: la formazione, le infrastrutture, il trasferimento tecnologico, la creazione di strutture consortili, i servizi reali per le PMI. Anche da questo punto di vista, gli studi di economia aziendale, da un lato, e la messa a fuoco delle funzioni meta direzionali, dall'altro, possono dare un contributo molto importante in direzione di un nuovo corso negli interventi sui sistemi economici dei nostri distretti industriali. Notizie dal Club Nuovi soci Il distretto conciario di Santa Croce (Pi)
Il Club e gli enti locali dei distretti Dopo il primo incontro svoltosi a Lecco il 22 marzo, i sindaci dei comuni capoluoghi dei distretti si sono incontrati di nuovo a Pesaro (27 giugno) e quindi a Prato (13 settembre); negli incontri sono stati affrontati vari temi di cui renderemo conto nel prossimo numero di questa newsletter.
Incontro con la stampa estera Il 10 maggio, Luca Paolazzi, giornalista de Il Sole 24 Ore, ha presentato le peculiarità dei distretti industriali italiani ai colleghi corrispondenti dei giornali esteri presenti in Italia. L'incontro si è svolto presso il Circolo della Stampa di Milano. Erano presenti Enrico Botto Poala, presidente del Club, e gli amici dei distretti di Carpi, Montebelluna, Prato, Biella, Belluno e Lumezzane.
La voce del Club Il Club ha partecipato ai seguenti incontri: Fondazione Museo dello
Scarpone, Montebelluna · Associazione Industriali
della provincia di Sassari · Associazione Industriali di
Novara · C.N.R. · SDA Bocconi Milano, 15 maggio 1996 · Unione Industriale Biellese · Comune di Pesaro · Gruppo Giovani dell'Unione
Industriale Biellese
Pubblicazioni · Unione Industriale Biellese.
Centro Studi · Sviluppo locale
(periodico edito da Rosemberg & Sellier) · Regione Emilia Romagna,
Comune di Carpi
Convegni · I.R.I.S.
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