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Distretti proiettati verso gli anni 2000 Il distretto industriale è stato uno dei motori propulsivi dello sviluppo italiano dal dopoguerra ad oggi. E la vitalità dei distretti, malgrado talune difficoltà legate ai mutamenti dello scenario economico mondiale, non sembra esaurita se è vero, come si afferma, che gli oltre 100 "sistemi locali" operanti in Italia contribuiscono a una percentuale del 20-25% all'export, alla formazione del PIL e all'occupazione, manifestando per di più - come emerge da una ricerca del Censis nel 1994 - un dinamismo pari, e in molti casi superiore, alle 'performances' dell'intera economia italiana. All'origine di questi successi stanno evidentemente dei punti di forza, in gran parte legati alle peculiari caratteristiche operative delle piccole imprese, che rappresentano la componente di base dei distretti: capacità a "fare sistema"; specializzazione produttiva e ampio ricorso ai rapporti di sub-fornitura; rapida circolazione delle informazioni con conseguente formazione, a livello di area, di un patrimonio comune di conoscenze; diffusione informale delle tecnologie attraverso i rapporti diretti tra operatori; alta qualificazione della manodopera, acquisita soprattutto attraverso l'esperienza sul campo. Grazie a questi punti di forza, che si risolvono in altrettanti fattori di competitività, il distretto industriale: assurge anche a ruolo di modello, quale assetto produttivo più idoneo per promuovere il decollo industriale delle aree meno sviluppate e, in particolare, dei Paesi del Terzo Mondo. L'Unido, ad esempio, si sta orientando in questa direzione nella convinzione che possano avviarsi processi di crescita autonomi e autopropulsivi in grado di mobilitare le risorse, umane e materiali, disponibili in loco. I distretti industriali italiani costituiscono oggetto di studio anche da parte dell'OCSE, che intende proporli ai Paesi membri quali strumenti per lo sviluppo locale. Ma a fronte di questi aspetti positivi, ombre di varia natura si vanno addensando sul futuro. Il processo di globalizzazione dei mercati è fonte, anche per i distretti, di profondi e significativi mutamenti. L'accentuarsi della concorrenza, conseguente all'apertura dei mercati, potrà determinare squilibri competitivi, diseconomie interne, effetti di spiazzamento sui mercati di acquisto e di vendita, rapida obsolescenza delle tecnologie e delle strategie operative sin qui adottate. Le piccole imprese operanti nei distretti, che già in passato, grazie alla loro flessibilità, hanno saputo adattarsi ai cambiamenti dello scenario economico, vista l'accresciuta rapidità evolutiva dei mercati e delle tecnologie, dovranno ancor più fare appello alle loro capacità, attuando nuove strategie, se vorranno evitare il degenerare dei "sistemi locali" in aree marginali di sviluppo; strategie peraltro che, a differenza del passato, dovranno ricercare soluzioni appropriate non soltanto in ambito locale, per la inadeguatezza delle risorse ivi disponibili, ma guardando alle più ampie opportunità presenti in un contesto mondiale. Ecco allora l'esigenza di travalicare l'area locale per la ricerca delle combinazioni e delle dimensioni produttive più confacenti, costruendo su spazi economici allargati una rete di relazioni, di sinergie, di competenze che consentano di recuperare i vantaggi competitivi che il distretto trova difficoltà a garantire. Ciò comporta un cambiamento dei tradizionali orizzonti operativi e la valorizzazione di percorsi esterni al distretto che facciano compiere un salto di qualità alle imprese nelle funzioni più "deboli", quali la ricerca, la logistica, la cooperazione industriale. Su questi percorsi si è inserita di recente anche Confindustria con l'iniziativa di "decentramento produttivo", tesa a favorire la collaborazione industriale tra imprese operanti in "sistemi locali" diversi promuovendo l'incontro fra domanda e offerta di capacità produttiva, per ora limitatamente al settore meccanico. Ma al di là di tali strategie vanno comunque rafforzate le specifiche potenzialità dei distretti, consolidando i fattori "orizzontali" di sviluppo come la formazione professionale, la salvaguardia dell'ambiente, le infrastrutture e i servizi pubblici, la "qualità della vita" locale, per i quali vanno impegnate le autorità e le risorse pubbliche. Lungo queste direttrici si gioca il futuro dei distretti industriali, "un patrimonio solido, affidabile e realmente distintivo dell'economia italiana", come lo definisce il Censis; un patrimonio, è da aggiungere, che se opportunamente governato e sorretto, potrà continuare anche negli anni 2000 a svolgere il proprio fondamentale ruolo nell'economia italiana. Innocenzo Cipolletta
Attività Delegazione del Club a Bruxelles Il 14-15 marzo una delegazione del Club dei distretti, guidata dal Presidente Enrico Botto Poala, ha incontrato un gruppo di funzionari italiani che lavorano nelle Direzioni Generali e nei gabinetti dei Commissari dell'U.E. Le prime note in merito a questa esperienza sono per le «impressioni di viaggio». Una cosa che ci ha sorpresi è la mancanza di visibilità del fenomeno dei distretti industriali; il «deficit di immagine» è risultato più grave del previsto e questo rafforza la centralità della decisione di investire risorse sul fronte Bruxelles. In sostanza, in Italia i distretti industriali hanno acquisito consapevolezza sul proprio ruolo e sono diventati un interessante «case study» per il mondo accedemico; fuori da queste due dimensioni, tuttavia, sono ancora un «movimento allo stato nascente». I nostri interlocutori si sono dimostrati aperti e abbastanza ben disposti ma non hanno nascosto i numerosi ostacoli che il Club dovrà affrontare. Dai vari incontri è emerso questo quadro: - in primo luogo, occorre dare una dimensione trasnazionale al Club, cercando raccordi con sistemi territoriali di altri paesi della Comunità; solo se riusciremo a presentarci con altri partner le richieste del Club potranno essere prese in considerazione; - un secondo ostacolo che il Club dovrà aggirare è costituito dal principio ispiratore delle politiche U.E. che puntano soprattutto al «riequilibrio territoriale»; l'esperienza dei distretti si muove in una direzione parzialmente diversa e pertanto i distretti potranno accedere ai programmi comunitari solo in forma indiretta nell'ambito di azioni di carattere generale; - il Club dovrà cercare di offrire ufficialmente il suo «expertise» nei progetti che riguardano i sistemi di PMI: il «gruppo di lavoro sulla competitività» presieduto da A. Ciampi; le riflessioni sulle nuove forme di organizzazione del lavoro in atto presso la DG V; il «Quinto programma quadro» per la ricerca (1999); il «Libro verde sull'innovazione» che sarà presentato nei prossimi mesi; il forum sulle PMI che si svolgerà a giugno nel quadro delle conferenze per la chiusura del semestre di Presidenza italiano; - in cambio del riconoscimento da parte dell'U.E., il Club dovrà prepararsi a offrire assistenza a paesi con i quali la U.E. sta preparando progetti di collaborazione (ex area socialista, Mediterraneo, ecc..) - in prospettiva, pensando alla revisione dei fondi strutturali e delle iniziative cominitarie (1999) occorre prepararsi con fantasia progettuale e proposte di sperimentazione. Un primo progetto a breve termine (prossimo autunno) messo a fuoco a Bruxelles consiste in un convegno sulle politiche industriali e del lavoro nei distretti industriali europei; questo costituirebbe un evento importante per conferire visibilità ai distretti industriali. Prima dell'estate, infine, organizzeremo una giornata a Milano con funzionari europei che conoscono bene i programmi per l'innovazione tecnologica (Esprit, Craft, ecc..) per verificare insieme quali sono gli ostacoli principali che le PMI dei distretti incontrano nell' accedere ai fondi. Il confronto dovrebbe avere due tipi di ricadute: la prima verso la Commissione e la seconda verso le imprese e i centri servizi dei distretti. Le politiche La
«Cittadella dell'occhiale» L'occhialeria bellunese Il sistema economico e sociale che ruota attorno alla produzione di occhiali nella provincia di Belluno costituisce un caso esemplare di distretto industriale. Le imprese industriali nel settore sono 160 con 9.000 dipendenti; quelle artigiane oltre 600 con 2.000 dipendenti; il valore della produzione è pari a oltre 2.000 miliardi (l'85% del totale nazionale); la quota venduta all'estero supera il 60%. Nel distretto operano i leader mondiali del settore degli occhiali; questi sono specializzati soprattutto nelle montature in metallo (la produzione locale di lenti è marginale); le lavorazioni tipiche sono quelle della micromeccanica dove coesistono produzioni estremamente personalizzate con impianti e processi automatizzati. Soggetti attivi di politica industriale Nel 1992 la Provincia, la Camera di Commercio, la Comunità Montana Centro Cadore, la Magnifica Comunità di Cadore, l'Associazione fra gli Industriali, l'Unione Artigiani, l'Associazione Piccola Industria e Artigianato «Appia» e i sindacati CGIL, CISL e UIL di Belluno hanno costituito il «Comitato di Iniziativa per lo Sviluppo dell'Occhialeria Bellunese». Il Comitato, che non ha fini di lucro, ha lo scopo di coordinare la presenza e le attività degli enti e delle associazioni di categoria della Provincia. La sua attività comprende la realizzazione di progetti di sviluppo a favore dell'occhialeria bellunese la gestione di progetti per il consolidamento, l'innovazione, la crescita e l'internazionalizzazione delle imprese artigianali ed industriali della Provincia. Il Comitato ha attribuito rilevanza prioritaria ai seguenti obbiettivi: - realizzare un centro (la
«Cittadella dell'occhiale») attorno al quale coordinare l'attività di una
pluralità di istituzioni e di servizi per lo sviluppo dell'industria
dell'occhiale e promuove l'interscambio tra industria, università e ricerca. Per l'elaborazione del progetto, il Comitato è partito dalla considerazione che un fattore strategico dei prossimi anni consiste nella messa a disposizione delle imprese (e in modo particolare a quelle di piccole dimensioni) di strutture in grado di erogare i servizi indispensabili per la loro crescita e per il consolidamento della loro competitività. Sulla base di queste valutazioni, il Comitato ha individuato cinque aree prioritarie per accompagnare i processi di adattamento del settore dell'occhiale; le aree sono - l'economia distrettuale; Un centro di raccordo interno al distretto Il Comitato ha messo a fuoco un articolato progetto con il quale si è inteso dare vita ad un sistema coordinato di servizi reali a favore delle attività imprenditoriali locali. Nel progetto sono coinvolti direttamente vari organismi in grado di erogare servizi specializzati alle imprese del settore dell'occhialeria. La «mission» della Cittadella dell'Occhiale, che funge da centro di raccordo, consiste nel facilitare le interazioni e l'interscambio di dati ed informazioni fra le diverse istituzioni e fra queste e le aziende del distretto e nel realizzare un collegamento organico fra il «mondo del sapere» (istituzioni esterne al distretto come le università e i centri di ricerca) ed il «mondo del fare» (il sapere diffuso delle imprese). Le unità operative sulle quali si sostiene il progetto sono: 1 - l'osservatorio sulle dinamiche del distretto. Un centro permanente e autorevole in grado di monitorare e interpretare costantemente l'evoluzione e la consistenza del distretto bellunese dell'occhiale; 2 - l'istituto per la certificazione «Certottica». Questo rappresenta un tassello estremamente importante del programma; «Certottica» (Istituto Italiano per la Certificazione dei Prodotti Ottici) è una società consortile a carattere misto, pubblico e privato, già operante e preposta alla certificazione dei prodotti ottici secondo i parametri determinati dalla normativa nazionale e di derivazione Comunitaria; 3 - il centro per l'informazione e la consulenza tecnica «Centro Servizi Occhialeria». È una società consortile che avrà sede a Tai di Cadore e gestirà una banca dati collegata con i principali centri mondiali per la ricerca; ad esso potranno accedere le aziende e le associazioni di categoria per i servizi in tema di trasferimento di tecnologie, diffusione dell'informazione, analisi di mercato e offerta di lavorazioni specialistiche. Il Centro si avvarrà della collaborazione di Certottica per le competenze da quest'ultima maturate in tema di lavorazioni specialistiche, nuovi materiali, ecc.; 4 - la scuola dell'occhiale, la cui attività è articolata su due livelli. Il primo è di tipo universitario e consiste nel corso di laurea breve in tecnologia dell'occhiale; a partire dall'anno accademico 1995/96, in base ad un accordo con la Facoltà di Ingegneria dell'Università di Padova, sarà istituita la «laurea breve» in Tecnologie dell'Occhiale (Corso di ingegneria meccanica). L'altro riguarda la formazione permanente, con particolare riferimento alla formazione tecnica dei quadri e delle maestranze; questa sarà gestita congiuntamente da Certottica e dall'Associazione fra gli Industriali che, con la collaborazione della Comunità Montana Centro Cadore, hanno già realizzato progetti di questo tipo per tecnici esperti in CAD (Euroform); 5 - la Fondazione per il museo dell'occhiale, quale organo deputato alla promozione dell'immagine della produzione del distretto bellunese dell'Occhiale. Il museo costituisce il punto di raccordo ideale fra la conservazione della cultura storica della civiltà del lavoro del distretto bellunese e le sue prospettive future. I singoli organismi preposti al conseguimento degli obbiettivi del programma messo a punto dal Comitato (l'analisi economica, la certificazione, la ricerca ed il trasferimento delle tecnologie, la formazione e la promozione dell'immagine) si preoccuperanno di instaurare stabili contatti con i più importanti centri nazionali ed internazionali di ricerca e di formazione dando vita ad una rete di relazioni e collegamenti; questa servirà ad acquisire il bagaglio di conoscenze e di esperienze necessari per consolidare la competitività delle aziende del settore dell'occhialeria.
Lo stato di avanzamento del progetto Al febbraio 1996 lo stato di realizzazione del progetto "Cittadella dell'Occhiale" è il seguente: - «Certottica» è stata
costituita nel 1992 con una dotazione di 2 miliardi di lire di cui il 40 % è
stato erogato dagli enti pubblici. È previsto un ulteriore investimento di
2,3 miliardi; il settore pubblico vi concorrerà con un contributo in conto
capitale di mezzo miliardo e con 450 milioni di contributi alla gestione
distribuiti sul triennio 1995-97; Il quadro delle strategie di sviluppo del distretto dell'occhiale e del suo progetto «Cittadella» comprende, infine, il «Premio Internazionale Belluno per l'Innovazione nel Settore dell'Occhiale»; la seconda edizione del premio si svolgerà nel prossimo autunno. Anche questa iniziativa attesta la particolare attenzione degli attori dell'area per il continuo miglioramento dell'agire d'impresa e per l'innovazione di processo e di prodotto. Il Premio ha carattere internazionale e possono concorrere persone fisiche, imprese, enti o gruppi di ricerca, anche accademici, di qualsiasi nazionalità. Il Comitato, infine, aderisce (ne è stato un convinto promotore) al «Club dei Distretti Industriali».
Lumezzane (Brescia) Il distretto di Lumezzane è localizzato sulle sponde del lago d'Iseo, poco a Nord di Brescia. I residenti nel comune sono 24.000 abitanti; gli addetti nell'industria 10.000; di questi l'80% è occupato nella produzione di prodotti in metallo e in modo particolare di valvolame e casalinghi. Il carattere industriale dell'area è evidenziato anche dal numero di aziende attive in questo settore: 1.000 su un totale di 1.800. Un altro elemento caratteristico del distretto è costituito dalla densità imprenditoriale, come emerge chiaramente da alcuni dati: - un'impresa ogni 13 abitanti (ovvero un'impresa ogni tre nuclei familiari); - un'azienda del settore industriale ogni 24 abitanti (in pratica una ogni 7 nuclei familiari); - una dimensione media delle aziende industriali di circa 10 addetti per unità locale, in particolare circa il 70% è compreso nella classe dimensionale da 1 a 10 addetti, il 27% in quella con 10-49 addetti, il restante 3% nelle classi superiori; - l'88% delle aziende sono società di persone e soltanto il 12% società di capitali, ma anche tra queste predominano le imprese familiari. Il fatturato industriale di Lumezzane è stimato intorno ai 1.500/1.800 miliardi di lire, dei quali il 40/45% è esportato. I confini effettivi del distretto del valvolame e dei casalinghi di Lumezzane, tuttavia, includono da tempo un'area più vasta che comprende alcuni comuni contigui, tanto nella provincia di Brescia che in quella di . In questa nuova e più ampia definizione rientrano nel distretto anche aziende di proprietà di imprenditori lumezzanesi non operanti nel comune di Lumezzane ma strettamente interrelate al sistema originario, nonché un certo numero di imprese di subfornitura che formano un indotto specifico; il numero complessivo delle aziende sale così a 2.000 unità; quello degli addetti a 20.000 addetti e il fatturato complessivo a 3.800-4.000 miliardi. In termini di occupati, le specializzazioni più importanti sono, in ordine decrescente, la rubinetteria (23,7% del totale), le valvole (17,9%), i casalinghi (stoviglie, vasellame, posaterie, attrezzi da cucina e accessori; 10,5%), la fonderia di metalli non ferrosi (9,7%), il trattamento e rivestimento dei metalli e la meccanica in generale (6,5%). Nel distretto, ancora, operano gruppi meno consistenti, ma importanti, di imprese specializzate nella costruzione di utensileria e costruzione di stampi (6,4%) e di articoli per serramenta e ferramenta (5,2%). L'incidenza del coimune di Lumezzanze in termini di unità locali e addetti in queste categorie su scala provinciale e regionale è molto elevata. Qui, infatti, è localizzato più del 50% delle unità locali provinciali, sia per il settore della rubinetteria e valvolame, che in quello dei casalinghi. La leadership dell'area nei settori di specializzazione emerge nettamente anche in un'ottica regionale e nazionale. Montebelluna (Treviso) Situata in una dolce zona collinare, in provincia di Treviso, a 50 km da Venezia, Montebelluna costituisce un centro calzaturiero di rilevanza mondiale. Le prime notizie sull'artigianato della calzatura nell'area risalgono agli inizi dell''800: un documento dell'epoca sottolinea la presenza di un nucleo di calzolai (10 artigiani su un totale di 4.000 abitanti) che, favoriti dalla disponibilità di materie prime (pelle per le tomaie e legno per le suole), realizzavano le "gallozze", vendute ai boscaioli e ai contadini dei dintorni. Da allora sono passati due secoli e oggi il distretto della calzatura, il cui cuore rimane Montebelluna, si estende su 15 comuni con una superficie totale di circa 320 Kmq e poco meno di 100.000 abitanti. Il settore calzaturiero sportivo è stato il protagonista dello sviluppo locale che ha mobilitato risorse ed energie anche nel settore agricolo, attraverso l'utilizzazione dei ritagli di tempo delle famiglie contadine, e in quello dei servizi dove, sotto la spinta trainante del boom delle calzature, sono sorte numerose imprese e attività professionali. Montebelluna forse non si può definire un'area monoculturale nel senso più stretto del termine (solo il 18% della popolazione attiva è impegnata nella produzione di calzature) ma rientra a pieno titolo tra i distretti industriali. Nella produzione di calzature sportive operano 550 aziende, tra industriali e artigianali, con 8.000 addetti. Lo scarpone da sci è il prodotto che più caratterizza il distretto: qui, infatti, viene realizzato circa il 75% della produzione mondiale di questo articolo. Le aziende di Montebelluna producono inoltre calzature da montagna, calcio, ciclismo, fondo e snowboard, pattini da ghiaccio, pattini in linea e, ancora, doposci e ballerine. Da alcuni anni le aziende locali, forti della notorietà dei loro marchi, hanno iniziato a fabbricare anche abbigliamento sportivo. La produzione complessiva è di circa 38-40 milioni di paia di scarpe/anno; il fatturato globale è stimato in 2.200 miliardi e dal 1991 cresce a tassi medi annui del 10/12%. Anche se, per sfruttare i differenziali nei costi del fattore lavoro, una parte lavorazione delle scarpe è stata decentrata nei Paesi asiatici, la produzione delle imprese di Montebelluna si colloca ai vertici della qualità, soprattutto nelle scarpe dove è richiesta una particolare abilità manuale o conta di più la componente tecnologica. Gli ingredienti del successo di Montebelluna risiedono in questo mix di tradizione e tecnologia e nella presenza di un prezioso indotto di aziende di subfornitura specializzate. Così, mentre per gli articoli più semplici parte della produzione si sta spostando verso i Paesi dell'Est o dell'Estremo Oriente, per le scarpe più complesse (scarpone da sci, motocross, ciclismo) le ditte straniere vengono a produrre a Montebelluna. Recensioni Andrea Saba Franco Angeli, Milano, 1995, Lit. 26.000
Le 160 pagine che Saba ha dedicato ai distretti industriali costituiscono uno dei testi più vivaci pubblicati negli ultimi tempi su questo fenomeno. L'autore riesce a utilizzare con la stessa disinvoltura gli strumenti analitici degli economisti e l'enfasi narrativa delle inchieste giornalistiche. Il quadro d'insieme risulta colorito. Se non fosse per un capitolo (l'ottavo) scritto sopra le righe, il testo potrebbe essere consigliato come una guida per avvicinarsi ai sistemi locali di piccole imprese. Saba, docente di economia industriale alla Sapienza di Roma, non nasconde di essere affascinato dai distretti che considera il risultato più alto dello sviluppo economico italiano «non solo per efficienza ma per flessibilità, per equilibrio territoriale, per diffusione di cultura industriale». Il libro si snoda lungo due percorsi analitici che si intersecano più volte; il primo cerca di rendere conto della consistenza del sistema economico italiano partendo proprio dal contributo dei distretti industriali; il secondo riassume efficacemente le più significative lezioni di politica industriale associate alla esperienza storica dei nostri distretti. La premessa riprende con stile avvincente un tema caro alle ricerche sui sistemi locali di piccole imprese, quello del disagio delle teorie economiche convenzionali che non riescono a dare una spiegazione plausibile e coerente dei vantaggi competitivi delle nostre schiere di piccole imprese. L'Italia è un paese ricco di contraddizioni. Apparentemente non merita fiducia; i suoi «fondamentali» sono fragili; ha un basso rapporto investimenti in R&S rispetto al PIL; il sistema produttivo è sbilanciato verso settori maturi con incerte prospettive di sviluppo; le graduatorie internazionali con le quali si compendiano decine di variabili associate alla competitività ci assegnano spesso posizioni di coda. Nonostante tutto questo, il nostro paese si conferma una potenza economica; il reddito medio pro capite è tra i più alti in Europa. L'Italia è il terzo esportatore nel mondo di macchine utensili; detiene saldamente la leadership in molti settori nei quali si confronta a viso aperto con i concorrenti di tutto il mondo. Dietro il caos apparente che domina lo scenario italiano, in realtà si cela un sistema efficace per il quale si addice la metafora del calabrone che, a dispetto di quanto prevedono le leggi della fisica, continua a volare. E la chiave di tutto, sostiene Saba, sta in questa peculiarità tipicamente italiana dei distretti industriali e nelle «variabili invisibili» alla base della loro competitività. I tempi e i percorsi con i quali si sono formati risultano diversi e delle loro storie il libro propone un compendio efficace. I distretti nascono e si sviluppano in un particolare contesto caratterizzato da una cultura industriale che attinge dalle tradizioni dell'organizzazione del lavoro delle famiglie mezzadrili e dal senso per le cose belle delle botteghe artigiane e delle attività commerciali. Nella fase di decollo, molte imprese sfruttano le ampie smagliature della rete dei controlli amministrativi per cui, di fatto, l'«economia sommersa» funziona come un incubatore di nuove risorse imprenditoriali. Gradualmente le piccole imprese escono dal «crepuscolo del sommerso» e danno vita ad un capitalismo più autentico e più indipendente dal potere politico rispetto a quello dei grandi gruppi industriali: «nei distretti industriali i piccoli imprenditori hanno scelto una vita più rischiosa, meno comoda; ma sono uomini liberi che dipendono solo dalle loro capacità e audacia imprenditoriale». Questo modo particolare di organizzare la produzione, osserva, «presenta indubbi vantaggi in termini di benessere sociale diffuso e di radicamento di una cultura democratica». Gli altri ingredienti dello sviluppo dei distretti sono costituiti dalla presenza, nel nostro paese, di imprese leader nel settore della meccanica strumentale e dalla legge «Sabatini» che ha attivato un circuito virtuoso di investimenti e di rinnovamento tecnologico. Le considerazioni più originali e stimolanti de «Il modello italiano» riguardano la parte normativa; dalla esperienza italiana l'autore cerca di distillare alcuni criteri generali di politiche industriali per i paesi in via di industrializzazione. Premesso che lo sviluppo di sistemi come i nostri distretti industriali non costituisce un fatto meccanico ma richiede un mix di circostanze economiche, sociali e culturali abbastanza complesso, Saba suggerisce quelle che ritiene le leve più efficaci per una politica industriale orientata a stimolare una crescita dal basso come quella dei nostri distretti. Queste sono le facilitazioni creditizie per l'acquisto di macchine e impianti; la creazione di strutture consortili e di associazioni in grado di erogare servizi alle imprese minori (dalla contabilità ai consorzi fidi, dalle azioni promozionali alla formazione); le aree industriali e artigianali attrezzate che consentono di tagliare i tempi e di contenere le soglie finanziarie nelle fasi di «start up». In tutto questo Saba si dimostra osservatore attento e intelligente della esperienza dei distretti ma in almeno un paio di passaggi, come abbiamo rilevato, indugia nella narrativa giornalistica e finisce con l'attribuire valore generale a circostanze particolari o comunque marginali. A noi appare francamente eccessivo il rilievo attribuito all'evasione fiscale e soprattutto infondato nei termini in cui è posto; in particolare questo vale per i «mercati delle fatture». Nello stesso modo non convincono le note sul ruolo di «merchant bank» svolto da commercialisti e notai e sui circuiti finanziari da questi attivati per fornire liquidità alle imprese. Nella storia di molti distretti italiani, di fatto, risulta decisamente più importante il ruolo svolto dagli istituti di credito locali. C'è infine un ultimo rilievo che in realtà non è rivolto solo a Saba ma vale per la maggior parte dei ricercatori che si sono occupati di distretti industriali. Nell'era della globalizzazione dei mercati, non si può ritenere che alla base del successo dei distretti italiani vi siano solo o prevalentemente «variabili invisibili» come le abilità di stampo artigianale, l'atmosfera industriale, la creatività e la versatilità culturale degli italiani. Queste spiegazioni hanno un sapore «preindustriale» e non rendono giustizia alle soluzioni manageriali, organizzative e gestionali adottate dalle piccole imprese dei nostri distretti industriali. Notizie dal Club Nuovi soci Sono diventati nuovi soci del Club l'Agenzia Lumetel, del distretto di Lumezzane (Brescia) e il Museo dello Scarpone del distretto di Montebelluna (Treviso) Assemblea annuale del Club L'assemblea annuale del Club dei distretti si è svolta il 22 marzo 1996 presso il Centro Innovazione di Lecco. È stato approvato il nuovo programma di attività che prevede l'istituzione di un osservatorio congiunturale sui distretti, l'apertura di una finestra su Internet, l'organizzazione di un evento specifico con i rappresentanti della stampa estera in Italia per presentare il "fenomeno" dei distretti, il varo di un progetto interdistrettuale sui futuri fabbisogni di figure professionali per il quale si utilizzeranno le risorse dell'Obbiettivo 4, asse 1, dei fondi strutturali europei. Proseguirà, inoltre, l'azione per accreditare il Club a Bruxelles e la newsletter continuerà a fungere da strumento di comunicazione verso l'esterno. Il Club e gli enti locali dei distretti Su iniziativa di Demos Malavasi, il sindaco di Carpi, e Antonio Lucchesi, Vice Sindaco di Prato, il 22 marzo si è svolta una riunione tra alcuni comuni capoluoghi di distretti. Con questo primo incontro si sono gettate le basi per creare una rete di collegamento e scambio di esperienze tra enti locali capoluogo di distretti industriali. Gli obbiettivi di questa nuova rete (che ha molti elementi in comune con il Club) sono: · creare un network tra amministratori e dirigenti degli enti locali dei distretti industriali per favorire scambi di informazioni e di esperienze; · promuovere iniziative nelle attività (formazione dirigenti e funzionari, sviluppo di soluzioni telematiche e informatiche per i cittadini, ..) dove la partecipazione di più enti locali può produrre importanti sinergie progettuali e attuative; · mettere a punto un sistema di indicatori di efficienza e di efficacia relativi all'attività degli enti locali (costituire un «benchmarking» di riferimento); Per informazioni rivolgersi al sindaco di Carpi (Corso Alberto Pio, 91, 41012, Carpi; tel: 059-649111 / fax: 649200) o al Vicesindaco del Comune di Prato (Piazza del Comune, 50047 Prato; tel. 0574-616232 / fax 21763).
Audioconferenza Il 12 febbraio la sessione di lavoro della segreteria del Club si è svolta in audioconferenza. Erano collegate Biella, Belluno, Carpi, Lecco e Prato. La seduta è durata circa un'ora; l'audioconferenza si è dimostrata uno strumento efficace per ridurre le distanze tra i soci.
La voce del Club Il Club ha partecipato ai seguenti incontri: · Confartigianato e C.N.A. · Provincia e associazioni di
categoria di Ascoli Piceno, Fermo · Sviluppumbria
Pubblicazioni (segnalazioni su libri, progetti e documenti relativi ai distretti industriali e alla loro evoluzione) · D. Caramanti, A. Cartotto,
M. Ricchetti
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