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Uscire dai libri di testo Il Club dei distretti compie un anno. Questi primi mesi di attività sono stati impegnati per definire la «carta» del Club che è stata presentata ufficialmente il 14 novembre ("Politiche industriali e sistemi locali di imprese", pp. 4-5). Definiti assetto e misure, ora il treno è in grado di accelerare la sua corsa verso l'obbiettivo, sottolineato con enfasi dal Presidente del Club nel convegno di Carpi, di "spingere i distretti fuori dai libri di testo per farne protagonisti attivi delle politiche industriali nel nostro paese e nell'Unione Europea". Un anno è un arco di tempo ristretto per stilare un bilancio di un progetto sotto molti aspetti inedito nel quale hanno creduto operatori con esperienze e culture diverse (associazioni di categoria, camere di commercio, centri servizi). È presto, dunque, per i consuntivi ma non per affacciare quanto il Club si accinge a realizzare nei prossimi mesi. Nel 1991 il Parlamento italiano, con l'articolo 36 della legge 317, trasferiva alle Regioni gli interventi sui distretti industriali. Per una serie di problemi, sostanziali e formali, fino a oggi di strada effettiva ne è stata fatta poca. Solo Lombardia e Toscana hanno adottato piani specifici per i distretti. Nel corso del 1996 il Club aprirà una riflessione sulle politiche regionali a favore dello sviluppo locale; organizzerà incontri per favorire lo scambio di esperienze sui comitati di distretto e la loro attività; elaborerà una proposta con indicazioni specifiche sul tipo di interventi di cui si auspica l'adozione da parte delle Regioni. Il Club farà tutti gli sforzi del caso per accreditare i distretti presso i mass media e le istituzioni, e soprattutto presso l'Unione Europea e l'OCSE. Un altro fronte di attività che vedrà impegnato il Club riguarda l'identità stessa dei distretti. Il loro peso sull'economia nazionale non è riconosciuto come merita. Per colmare questo deficit di immagine, il Club ha deciso di premiare saggi e ricerche originali sul contributo dei distretti alla creazione dei flussi di prodotto, all'occupazione, alle esportazioni e alla qualità della vita nel nostro paese. Un ultimo riferimento per l'attività del Club è di tipo organizzativo. Per abbattere le distanze e rendere dense e continue le relazioni tra i distretti, il Club presto "viaggerà" su Internet. Ma i collegamenti tra i distretti non devono fermarsi qui. I convegni servono a richiamare l'attenzione; quello organizzato a Carpi, oltre a assicurare maggiore visibilità al Club, si è chiuso con una sorpresa. I lavori sono stati seguiti in videconferenza da cinque distretti: Belluno, Biella, Lecco, Pesaro e Prato. Sotto il profilo tecnico, le videoconferenze non presentano niente di nuovo; sul piano pratico, tuttavia, si è potuto toccare con mano la capacità di mettere in relazione operatori di territori diversi e c'è da augurarsi che stazioni per videoconferenze vengano presto aperte in tutti i distretti italiani.
Carpi, 14 novembre 1995 I lavori del convegno Il 14 Novembre, presso il CITER, si è svolto il Convegno organizzato dal Club dei distretti industriali per presentare il manifesto delle politiche industriali. Nell'intervento introduttivo, il presidente Enrico Botto Poala ha presentato il Club e gli obbiettivi che si è dato. Nei distretti industriali italiani operano 60.000 imprese con 600.000 addetti; insieme concorrono per il 10% alla formazione del PIL industriale italiano. Questa realtà, libri a parte, stenta ancora a trovare i riconoscimenti che merita presso il mondo politico comunitario, nazionale e regionale. Il Club, che sul piano organizzativo si configura come una rete di relazioni "soft" tra i distretti, si propone di rappresentare e tutelare gli interessi di questa parte del sistema economico nazionale. La sua attività, ha ricordato Botto Poala, si inserisce nelle grandi correnti di trasformazione del nostro paese con la richiesta di un sostanziale cambiamento nelle politiche industriali dove occorre abbandonare rapidamente la pratica dei trasferimenti diretti e dei contributi a pioggia per investire direttamente i sistemi locali delle scelte che riguardano il loro futuro. Daniele Verdiani , della D.G. III dell'Unione Europea, ha ammesso che l'impianto delle politiche comunitarie è improntato più sulle esigenze delle grandi che delle piccole e medie imprese. Alla luce dei consistenti successi economici dei distretti, e delle caratteristiche di equilibrio sociale e territoriale del loro sviluppo, Verdiani ha invitato il Club a contrastare le distorsioni delle politiche industriali nazionali e comunitarie con una carica di coraggio e di progettualità soprattutto nel settore della formazione e della internazionalizzazione. Michele Ventura, in rappresentanza del Coordinamento delle Regioni, ha commentato i contenuti del manifesto presentato dal Club, di cui ha detto di condividere l'impostanzione. Ventura ha espresso le sue perplessità per i disegni legge in esame attualmente in Parlamento che riguardano la riforma dell'Istituto del Commercio Estero e delle CCIAA. Questi progetti, ha sostenuto, vanno in direzione contraria al trasferimento di poteri auspicato anche dal Club, così come poco attento alle esigenze di sviluppo locale si dimostra il sistema creditizio del nostro paese. Maurizio Vaccaro, dell'Associazione nazionale calzaturieri, ha sottolineato la forte sovrapposizione tra le dimensioni locali e settoriali dell'industria delle calzature e ha invitato il Club a non sottovalutare il ruolo che le organizzazioni settoriali possono svolgere a favore dei distretti. Arnaldo Brocca, direttore dell'associazione industriali di Belluno, ha esortato il Club a investire risorse per farsi accreditare presso l'Unione Europea; nel suo intervento in videoconferenza da Belluno, ha rilevato che l'atteggiamento delle Regioni non può essere circoscritto alle istanze di trasferimento poteri e autonomia dal Centro; devono esse stesse dare esempio di apertura culturale e di capacità di iniziativa a favore dei sistemi locali. I lavori del convegno sono stati chiusi dal Segretario Generale del Censis (nonché Presidente del Cnel), Giuseppe De Rita. Se è vero che i distretti sono una colonna portante del paese e che l'economia reale (quella che fa sviluppo) sta nei distretti, perché - ha osservato De Rita- fino ad oggi i distretti non hanno sfondato sul piano della rappresentanza dei loro interessi specifici? La risposta va cercata nelle radici e nella evoluzione dei distretti. Quando il Censis iniziò a lavorare su questi sistemi locali, i quattro ingredienti che li caratterizzavano erano:
Oggi le cose sono cambiate ed è da qui che, secondo De Rita, occorre riprendere il filo del discorso. Un tempo le piccole e medie imprese si riconoscevano nel territorio di appartenenza; ora invece hanno strategie e riferimenti extraterritoriali. La potenza delle piccole e medie imprese non si scarica più nell'identità territoriale; gli interlocutori degli imprenditori dei distretti non sono più il Presidente della CCIAA, della Cassa di Risparmio o dell'Unione Industriale. Le imprese hanno bisogno di reti lunghe perché fanno trading e finanza a livello internazionale; perché hanno necessità di logistica, comunicazione e distribuizione che tracimano rispetto al distretto. Secondo De Rita, i quattro ingredienti di base dell'economia dei distretti (la rete di piccole imprese, il senso di identità, la mutua alleanza e la macro-azienda di settore) non sono più sufficienti a fare da collante. Le alleanze devono essere costruite sulle nuove esigenze dei distretti. Diversamente da quanto succedeva prima, non hanno molto senso i progetti locali per il traferimento tecnologico o la promozione; le imprese hanno esigenze di allacciare reti lunghe (che si spingono fuori dal distretto), di impiegare fattori alti (la migliore agenzia pubblcitaria, la merchant bank), di vivere in presa diretta le tematiche settoriali (e non solo o non prevalentemente territoriali). I distretti, inoltre, per continuare a tenere sul proprio territorio il fattore imprenditoriale devono assicurare un elevato grado di qualità alla vita locale. Nonostante le premesse, la legge 317/'91 non è stata di aiuto per l'affermazione di una sistema di rappresentanze dei distretti; in questi anni, per motivi diversi, si è creato un affollamento di enti di rappresentanza localistica: i patti territoriali, le aree obbiettivo 1, 2 e 5b; la legge 317, con la rincorsa a ottenere la certificazione, ha portato i distretti su un binario secondario. La rappresentanza, infatti, non nasce dalle vertenze e dalle rivendicazioni; nasce dai programmi e dai progetti di sviluppo; dagli accordi che portano a lavorare insieme sulle risorse e le competenze. L'autosuffic-ienza non è più percor-ribile; i distretti devono allearsi e coalizzarsi; devono individuare i ponti per fare coalizione e per pilotare il proprio sviluppo. Nella storia più recente, "solo i localismi hanno tenuta botta"; solo loro hanno radici lunghe e forti per proporsi come protagonisti del nostro sistema economico. È un delitto, ha concluso De Rita, se un segmento così importante della vita nazionale non riesce a rappresentarsi! Documenti Sistemi locali di imprese e politica industriale Questo documento è stato elaborato dalla segreteria del Club che, durante i lavori preparatori, ha invitato alle discussioni alcuni esperti di economia industriale e aziendale. I sistemi locali e lo sviluppo del paese Questo documento, che si rivolge ai responsabili delle politiche economiche e richiama la loro attenzione sulla rilevanza dei processi di sviluppo endogeno che si sono svolti in molte aree del nostro paese, nasce dalla collaborazione tra un gruppo di queste aree. I "sistemi locali" hanno svolto e svolgono un ruolo importante nello sviluppo del nostro paese. Il loro contributo alle attività economiche è stimato nel 20/25% del prodotto interno lordo e dell'occupazione; la loro quota sul totale delle esportazioni italiane è superiore al 25%. Tuttavia, i problemi specifici e le potenzialità in termini di occupazione di queste realtà locali non hanno trovato adeguato riconoscimento presso il mondo politico. I sistemi locali sono caratterizzati da una pluralità di settori e da modi di organizzare la produzione diversi tra loro. Tra questi i più noti sono i "distretti industriali" anche perché si presentano con una identità forte, associata a pochi elementi: la specializzazione in un settore manifatturiero, la divisione del lavoro tra le imprese, l'alto grado di imprenditorialità e la compenetrazione tra la vita sociale e quella economica. Il "Club dei distretti industriali" è stato costituito nel 1994 per colmare il vuoto di rappresentanza degli interessi specifici di queste realtà. Gli scopi del Club consistono nel:
Mentre maturava l'idea di creare il Club, il Parlamento decideva di trasferire alle Regioni potere di intervento sui distretti industriali (l. 317/'91). In questo lasso di tempo sono state disattese le speranze che, nel libro delle politiche industriali nel nostro paese, trovasse posto finalmente un capitolo dedicato ai distretti industriali.
Politiche di sviluppo e territorio La proposta del Club si inserisce nella prospettiva più generale della ridefinizione degli assetti dello Stato con il trasferimento di una parte delle funzioni amministrative verso le Regioni e il sistema delle autonomie locali. Il tessuto industriale italiano è troppo articolato e variegato per costituire oggetto di interventi di carattere generale. Come dimostra un'ampia casistica di esperienze maturate in varie Regioni, i problemi che i distretti si trovano a gestire sono spesso diversi tra loro; in alcuni casi riguardano la formazione professionale, in altri la depurazione delle acque utilizzate dalle imprese o lo smaltimento dei rifiuti, in altri ancora l'immagine delle produzioni locali o la predisposizione di aree per nuovi insediamenti industriali. Inoltre, una parte rilevante degli interventi che potrebbero essere adottati a sostegno dei distretti è costituita da servizi mirati di formazione e informazione, di supporto allo sviluppo di attività innovative e di potenziamento dei fattori di attrattività delle singole aree; sono tutti servizi che richiedono una profonda conoscenza delle dinamiche locali. L'unico modo per affrontare in modo efficace tanti problemi diversi sta nel conferire potere di proposta e di intervento direttamente alle circoscrizioni territoriali. La richiesta fondamentale che, come operatori dei distretti, rivolgiamo al mondo politico consiste nello spostare in modo netto e radicale le decisioni di intervento dai livelli centrali e regionali a quelli locali. Questo criterio di base non riguarda solo i "distretti industriali" ma si estende a tutti i "sistemi locali" del paese e configura un nuovo approccio alle politiche industriali basato sul territorio e sulla responsabilizzazione della comunità delle persone che vi risiedono.
Un nuovo modo di fare politica per l'industria I criteri fissati dal Ministero dell'Industria per identificare i distretti industriali (DM del 21/4/'93) si sono rivelati macchinosi e di difficile attuazione; questo ha frenato l'azione delle Regioni che, nonostante i poteri attribuiti dall'art. 36 della legge 317, non sono riuscite a imprimere una svolta nei programmi di intervento a favore dei distretti. Il trasferimento dei poteri di intervento dai livelli centrali e regionali a quelli locali costituisce la premessa di una nuova politica di sviluppo. L' identificazione dei sistemi locali come livello più appropriato per gli interventi di tipo economico non segue necessariamente parametri di tipo statistico ma si attiene a criteri geografici, storici e culturali. Le politiche per lo sviluppo devono avere come referente primario le comunità delle persone che operano nella stessa porzione di territorio e che sono unite da una comune identità; a loro deve essere riconosciuta la possibilità di affrontare i problemi che hanno di fronte nel modo più opportuno. I sistemi locali devono mobilitare le risorse e le energie di cui dispongono per concorrere alla realizzazione dei programmi di sviluppo; ma occorre che questi possano accedere in misura congrua a strumenti finanziari regionali e nazionali e collaborare con le Università, i centri di ricerca (CNR, Enea) e la pubblica amministrazione (Ministeri, ICE). Per assicurare maggiore respiro alle politiche per i distretti occorre integrare i piani di sviluppo locale con i programmi comunitari e con gli altri interventi nazionali e regionali per la formazione, per l'occupazione, per l'innovazione, per l'internazionalizzazione. L'integrazione tra programmi comunitari, nazionali e regionali, da un lato, e programmi locali, dall'altro, dovrebbe premiare la capacità di: · mobilitare le risorse, l'intraprendenza e la fantasia dei distretti; · definire progetti originali e innovativi; · potenziare la dotazione di infrastrutture di base e dei beni collettivi dei distretti.
La sfera di intervento a livello locale La svolta, qui auspicata, nelle politiche industriali e territoriali del nostro paese segue il criterio di sussidiarietà ed inizia con la possibilità di istituire, in ogni sistema locale o distretto, un luogo riconosciuto ufficialmente dalle Regioni deputato all'analisi e alla progettazione degli interventi. I distretti industriali sono ben organizzati sul piano civile; hanno raggiunto un discreto livello di sviluppo; al loro interno il tessuto delle relazioni civiche è ricco; tra gli operatori c'è fiducia reciproca e questo agevola la ricerca di accordi su obiettivi comuni. I luoghi di progettazione delle politiche dei distretti non configurano una nuova entità amministrativa che si aggiunge a quelle già esistenti. Il loro campo di azione è di tipo progettuale e di rappresentanza degli interessi locali nei confronti delle Regioni, dello Stato e dell'U.E. All'interno di questa cornice funzionale, i singoli sistemi locali decideranno che forma dare ai rispettivi organi di progettazione (agenzie), la cui autorità sarà espressione dei territori nelle loro diverse configurazioni. In questo senso, nei distretti rappresentati al suo interno, il Club si impegna a promuovere in via sperimentale la costituzione di organi di progettazione e di intervento a livello territoriale come base di confronto per la definizione di un appropriato quadro normativo regionale in materia di sviluppo territoriale. Profili di distretti Basso Cusio (Novara) L'ambito territoriale del Cusio risulta delimitato a Nord dalla nuova provincia di Verbania-Intra, ad est, oltre l'area di Arona ed il Ticino, dalla provincia di Varese, ad ovest, oltre il fiume Sesia, dalla provincia di Vercelli, mentre a sud si colloca il sistema forte dell'area novarese. Alla data del censimento del 1991, nei sei comuni individuati quale area a maggiore specializzazione produttiva nel campo rubinetteria e valvolame, risiedevano 15.050 abitanti (che nei confronti della nuova provincia di Novara rappresentano il 4,5% dell'intera popolazione) distribuiti su una superficie territoriale di 47 kmq. Con circa 7.585 persone attive ed un tasso di disoccupazione pari al 2,9%, l'area conferma l'importante ruolo economico ed il dinamismo imprenditoriale presente. La distribuzione territoriale dell'occupazione registra lo 0,7% di addetti in agricoltura, il 25,5% nei servizi e ben il 73,8% nell'industria. Il ruolo strategico rivestito dal settore industriale è confermato dall'indice di industrializzazione. I valori relativi ai comuni dell'area in esame (vale a dire quelli maggiormente indirizzati al comparto rubinetteria-valvolame) si attestano tra il 50 ed il 60%; il triplo rispetto alla media provinciale e a quella regionale, entrambe pari al 16%. La componente femminile risulta particolarmente rilevante: il 30% degli addetti è rappresentato da donne. L'area del basso Cusio è caratterizzata dalla presenza, quasi esclusiva, di un comparto specifico del settore metalmeccanico: la rubinetteria. Questo si divide in due grandi gruppi: la rubinetteria di erogazione (definita in termini commerciali cromata) e la rubinetteria di intercettazione o regolazione, detta anche gialla. La prima è posta al capo estremo della tubazione, mentre la seconda tra le condutture per regolare o interrompere il corso del fluido. La produzione del novarese interessa entrambi i tipi di rubinetteria e rappresenta un terzo della produzione nazionale. Caratteristica peculiare di questa area è la presenza di una consistente atomizzazione e frammistione del tessuto industriale in numerose piccole aziende anche a carattere artigianale. In pratica, accanto a poche imprese di dimensioni medio-grandi si è creato un indotto capillare di piccole imprese, molte a natura familiare, che svolgono per conto di terzi una o più fasi del ciclo produttivo. Il comparto si caratterizza inoltre per la elevata propensione ad esportare (65% del fatturato). Le principali aree di destinazioni risultano: l'Europa per il 58% circa (in particolare, Germania 25%, Francia 20%, e Paesi dell'Est 30%) e gli Stati Uniti per il 35%. Rilevanti come sbocchi commerciali, specialmente per il comparto valvolame, sono i Paesi del Medio Oriente. Recensioni Imprese e istituzioni nei distretti industriali che cambiano Ricerca realizzata dal
Censis con la collaborazione dell'Istituto Guglielmo Tagliacarne In questo nuovo viaggio tra i distretti italiani, il Censis in parte utilizza i filoni di ricerca messi a punto in anni di lavoro sui localismi ed in parte apre fronti di riflessione più originali. I distretti, nel complesso, sono usciti bene dalle sacche degli anni '80. Grazie anche alla scossa della svalutazione della lira, tutti gli indicatori (produzione, export, nascita di imprese e, in misura minore, occupazione) hanno evidenziato un netto recupero. Le imprese hanno affinato le leve competitive e gli orizzonti dei distretti si sono dilatati. Se nella evoluzione dei distretti le note sono ancora le stesse, lo spartito invece sta cambiando. Il loro sviluppo in questa prima parte degli anni '90 è striato da incertezze che si stagliano nitide sullo sfondo delle loro prospettive. Un contrasto poco rassicurante, osservano con eccessivo rigore i ricercatori del Censis, è costituito dal profilo socio culturale degli imprenditori: istruzione medio bassa, età avanzata, modelli gestionali autoreferiti e poco permeabili alle stimolazioni alla crescita e al consolidamento dell'impresa. Ancora più stridente il contrasto tra l'energia delle imprese e il contesto territoriale che le avvolge ("il vero punctum dolens"); il territorio dei distretti è ingolfato o infrastrutturato in modo appena sufficiente.
Sotto il profilo analitico, le varie traiettorie evolutive dei distretti (che sono diversi, oltre che per i settori, per la storia, per le dimensioni e, ora più di prima, per i comportamenti imprenditoriali) possono essere lette e ricondotte ad un ciclo di vita dei distretti; di questo la ricerca propone una sistematizzazione articolata in tre stadi:
Il laboratorio italiano costituisce il terreno appropriato per verificare la capacità predittiva di questa teoria. Gli stimoli più originali vengono, tuttavia, da un ampio capitolo dedicato al ruolo sociale che gli imprenditori giocano nel loro contesto territoriale e alla domanda politico-istituzionale che essi esprimono. In pratica, il Censis cerca di quantificare in che misura vi sia nell'attuale classe imprenditoriale dei distretti un'attitudine a esercitare una leadership generale. L'esercizio è condotto con una segmentazione dei circa 600 imprenditori intervistati in cinque gruppi distinti. Il primo comprende gli scettici arroccati in azienda (26,4%); troviamo quindi i nostalgici delle protezioni pubbliche (26,0%) e il gruppo degli obbligati a disimpegnarsi (13,8%) che hanno alle spalle una esperienza di vita associativa e amministrativa ma sono stati costretti (anche dalla impetuosità della ripresa) a reim-mergersi nell'impresa. I liberisti ( 21,6%) auspicano un mercato aperto e moderno, decentramento e regole certe; a loro avviso le responsabilità degli imprenditori non sono diverse da quelle degli altri cittadini. L'ultimo gruppo, il più piccolo in termini numerici (12,2%), è composto dagli imprenditori che, stanchi di delegare ai referenti politici, reclamano una nuova classe dirigente e si dichiarano pronti a mettere al servizio dello sviluppo collettivo le proprie capacità. Qui il Censis individua elementi che configurano un accostamento tendenziale degli imprenditori ai problemi sociali e politici, prodromo necessario per la costituzione di una leadership che si estende su tutta la vita del distretto. I distretti esaminati nella ricerca sono: Cantù (mobili), Castel Goffredo (calze), Arzignano (conciario), Cittadella (meccanica), Langhirano (prosciutti e salami), Mirandola (biomedicale), S. Croce (conciarie), Prato (tessile), Pesaro (mobili), Città di Castello (cartotecnica), Pomezia (elettronica, chimica, farmaceutica), Barletta (calzature). Notizie dal Club La voce del Club Il Presidente del Club o altri soci appositamente incaricati sono intervenuti nei seguenti convegni: · I.R.I.S. / Incontri pratesi
su · OCSE/ German Marshall Fund · Confindustria · Dipartimento di Scienze · Il Cnel ha varato un programma di studi e ricerche sul sistema territoriale dell'Italia settentrionale. I risultati intermedi di questo progetto saranno presentati e discussi in una serie di convention. La prima, dedicata ai fattori di competitività e alle politiche di internazionalizzazione, si è svolta a Verona il 6 dicembre e vi hanno partecipato alcuni soci del Club.
Assemblea L'assemblea annuale del Club dei distretti si svolgerà il 22 marzo 1996 presso la sede del Centro Innovazione Lecco, Via allo Zucco, 6, Lecco
Pubblicazioni (segnalazioni su libri, progetti e documenti relativi ai distretti industriali e alla loro evoluzione) · Iannuzzi, E. · Confindustria Marche · Sprint Progetti Eco-distretti. Programma di adattamento e innovazione ambientale nei distretti industriali. Il progetto si propone di promuovere attività pilota (manuali operativi, software) sulle quali modellare politiche di gestione ambientale e di audit a livello non di singole imprese ma di distretti. Riferimenti: Duccio Bianchi, Istituto di ricerche Ambiente Italia, tel. 02- 29406175.
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