L'assemblea
generale del 15 maggio, tenutasi nella splendida cornice della Sala degli
Specchi di P
alazzo Vivarelli Colonna
a Firenze, è stata preceduta dalla consueta riunione del consiglio direttivo nel
corso del quale il presidente Paolo Terribile e il segretario Italo Candoni
hanno informato i presenti delle recenti attività intraprese e sviluppate da
Distretti Italiani. Sono stati
poi approvati il bilancio consuntivo 2005 e quello previsionale 2006.
Il consiglio ha poi accolto calorosamente
Giuseppe Morandini, Vice Presidente di Confindustria e Presidente Piccola Industria
Confindustria, col quale Distretti Italiani ha recentemente avviato
un importante dialogo volto a una collaborazione che si prospetta proficua.

In alto, da sx: Italo Candoni, Giuseppe Morandini, Paolo
Terribile - In basso: Paolo Terribile
La
giornata è poi entrata nel vivo con l'assegnazione del Premio Giorgio Fuà 2005,
che è andato al distretto Industriale di Capannori per il progetto PIONEER
“L'industria della carta operante in rete: un esperimento di revisione
dell'EMAS”. Maggiori informazioni sul progetto vincitore
www.life-pioneer.info
A seguire la tavola rotonda dedicata al tema ricorrente dei Distretti della Soft
Economy con interventi di Vito di Bari, Giuseppe Morandini, Fabio Renzi e
coordinamento affidato a Roberto Galullo, del Sole 24 Ore.
Scarica la sintesi
dell'incontro in formato rtf.zip
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- Tavola Rotonda -
I DISTRETTI DELLA SOFT ECONOMY
Sintesi degli interventi a cura
di Distretti Italiani

In alto, da sx: Fabio Renzi, Roberto Galullo, Giuseppe
Morandini, Vito Di Bari
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Roberto Galullo,
moderatore - Giornalista de Il Sole 24 Ore
Nel libro Soft Economy viene analizzato un
nuovo modello di sviluppo di cui l'Italia dovrebbe farsi interprete. Di cosa si
tratta?
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Fabio
Renzi – Segretario generale di Symbola,
Fondazione per le qualità italiane
Il libro “Soft Economy", di Antonio Cianciullo
e Ermete Realacci, di cui oggi porto il saluto, è un primo tentativo di
definizione accurata di una nuova dimensione socio-economica particolarmente
calzante per la specificità italiana. La Soft Economy è il territorio in primo
luogo, il distretto stesso. La qualità della vita è importante non solo per
poter lavorare, ma anche per rimanere nel territorio: investire in formazione,
servizi, infrastrutture è la scelta più sensata per costruire solide basi per lo
sviluppo economico. Una case history interessante è quella di Bialetti,
azienda di Omegna, che acquistando altri marchi, è riuscita a creare un intero
polo dei prodotti per la casa. Lungimiranti investimenti vanno destinati a
ricerca e innovazione, ma non solo, sono parimenti importanti l'ambiente e i
beni culturali, attraverso i quali la qualità della vita realmente si manifesta.
In Italia, a dispetto della piccola dimensione di molte aziende, bisogna
considerare che molti dei progetti di lavoro coincidono con progetti di vita,
spesso a gestione famigliare. Interpretando eminenti studiosi, tra cui lo
statunitense Richard Florida, teorico dell'ascesa della classe creativa,
l'Italia avrebbe tutte le caratteristiche per potersi affermare nei mercati
globali, al di là di alcuni attuali segnali negativi. Il punto chiave del
successo sarà da ricercare proprio nella qualità della vita. Attraverso
investimenti in ambiente, cultura, formazione e ricerca si potrà operare una
operazione innovativa che consenta di inglobare tutti questi aspetti
nell'immaginario che i prodotti Made in Italy evocano. Un esempio
interessante è rappresentato dalle molte aziende agroalimentari statunitensi che
si sono date un nome "italian sounding": l'Italia dovrebbe sfruttare
appieno tali oppurtunità di inserimento nei mercati globali. In questo contesto
sono importanti le reti, come quelle create da Distretti Italiani o da Symbola:
attraverso le reti infatti è possibile sensibilizzare al contempo sia i
territori produttivi che la politica economica.
Per maggiori informazioni sul libro:
www.softeconomy.it
- Antonio Cianciullo e Ermete Realacci, Soft Economy, Edizioni Bur
Rizzoli, 2006
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Roberto Galullo,
moderatore - Giornalista de Il Sole 24 Ore
Innovazione, investimento e
internazionalizzazione: senza queste tre componenti, come evidenziato da Fabio
Renzi, non si riesce a parlare di Soft Economy. Vorrei portare l'esempio del
distretto del cappello di Montappone, tra i primi in Italia a delocalizzare la
produzione in Cina negli anni settanta, pur mantenendo fede alla propria storia
e tipologia di prodotto. A Vito Di Bari chiederei come vede il rapporto tra i
distretti classici e quelli innovativi.
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Vito Di
Bari – Docente di Progettazione,
Gestione e Innovazione dei sistemi multimediali per l'impresa al Politecnico di Milano;
editorialista del Il Sole 24 Ore
I distretti "territoriali" rappresentano un
quarto del valore aggiunto del nostro sistema paese, e ben il 45% dell'export
nazionale. L'ex Ministro dell'innovazione Lucio Stanca sosteneva che il futuro
dei distretti classici è segnato e che saranno solo i distretti tecnologici a
potersi sviluppare. Io sono convinto che la cultura manifatturiera e il suo
legame col territorio, non dovrebbero essere screditati: è proprio in quel
tessuto preesistente che andrebbe iniettata l'innovazione. Un sistema
socio-economico e produttivo è vitale quando dimostra capacità di reinventarsi.
I distretti finora hanno sempre manifestato capacità innovative. Ma oltre
all'innovazione di processo è necessaria una innovazione di prodotto: solo con
nuovi prodotti c'è la speranza di aprire e conquistare nuovi mercati. Un buon
esempio estero a questo proposito è quello delle scarpe giapponesi munite di un
sensore che, recependo un segnale trasmesso dal satellite, riesce a fare da
"navigatore" nel contesto urbano fornendo stimoli alla scarpa stessa che li
trasmette al piede sottoforma di vibrazioni, guidando la persona verso la
direzione desiderata. Un altro esempio è quello dei "Memory Glasses", occhiali
che attraverso un display interno collegato a un database informatizzato
consentono di accedere a informazioni. Alcune detrattori dei distretti
industriali citano studi di Kenichi Ohmae che risalgono a 15 anni fa. Lo stesso
Ohmae ha nel frattempo rivisto alcune sue teorie e recentemente ha pubblicato
studi sull'importanza di sistemi locali, pure in riferimento a modelli di
distretti industriali molto compositi che si stanno sviluppando in Cina. Altri
studiosi, come Paul Krugman, autore di I colletti bianchi diventano blu,
prospettano un futuro determinato dall'importanza crescente di creatività,
stile, know-how, specializzazione coltivata e trasmessa per generazioni:
non è un modello visino a quello dei distretti italiani? Purtroppo oggi si
registra, specie in Italia, un forte disallineamento tra il mondo universitario
e quello produttivo e senza una cooperazione è molto difficile ottenere
risultati accettabili. Altri due autori che vorrei citare sono Joel Kotkin e
Richard Florida. Kotkin, autore di The New Geography, prefigura, da qui
al 2030, una deurbanizzazione progressiva, un flusso migratorio dalle città a
centri più piccoli, che prestano al contempo maggior attenzione all'ambiente e
allo sviluppo di particolari attività produttive ad alto tasso di innovazione e
tecnologia. D'altro canto Richard Florida sostiene che i territori più appetibli
saranno quelli che offrono maggiori attrattive artistiche, culturali, ambientali
e, ovviamente, di realizzazione professionale. Attenzione però, il riferimento
preso in questione è quello della Silicon Valley, che già oggi incorpora tutti
questi elementi e dove un ingegnere su due è straniero. Anche se Florida non fa
riferimento ai distretti industriali italiani non possiamo non notare come
questi ultimi potrebbero incarnare perfettamente il nostro modello. In
conclusione vorrei elencare quattro punti cruciali per lo sviluppo economico
nazionale: 1) sistema univarsitario all'altezza; 2) Stato "amico"a supporto, che
semplifichi la burocrazia e investa in formazione continua; 3) Innovazione di
prodotto e non solo di processo; 4) legame con il territorio.
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Roberto Galullo,
moderatore - Giornalista de Il Sole 24 Ore
Vorrei chiedere ora a Giuseppe Morandini come
viene vissuta all'interno dei distretti una proposta come quella di Vito Di
Bari.
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Giuseppe
Morandini, Vice Presidente di
Confindustria e Presidente Piccola Industria Confindustria
Non posso dimenticare come gli imprenditori
denuncino la difficoltà incontrata spesso in Italia quando si tratta di aver a
che fare con alcune procedure burocratiche. Abbiamo ad esempio proposto che
venissero snelliti i controlli per le aziende certificate. Gli uffici tecnici
ministeriali hanno risposto con un documento di più di venti pagine, giuntomi
oggi e che non ho ancora potuto approfondire, ma che non sembra vada nella
direzione della semplificazione delle procedure, data la corposità. Ricoprendo
il mio ruolo ci si trova spesso ad accogliere delegazioni estere in visita in
Italia. Ebbene, la prima domanda che mi viene posta è sempre la medesima: "mi
parli dei distretti industriali". Esiste all'estero una curiosità diffusa verso
questo modello, un desiderio di voler capire come sono nati o nascono i
distretti, come si sviluppano, quali vantaggi possiedono aziende che ne fanno
parte. Recentemente addirittura una delegazione cinese mi ha rivolto questa
domanda. Penso che questo interesse basti da solo come risposta al pessimismo di
chi in questo periodo non vuole che vedere nei distretti industriali un modello
fallimentare, in crisi e destinato a scomparire. Bisogna tener conto che, fino a
oggi, i distretti produttivi sono riusciti a superare le difficoltà quasi sempre
da soli, senza aiuto diretto dalla politica. Detto questo è necessario discutere
dei problemi e cercare soluzioni. Il 99% del tessuto industriali è formato da
piccole industrie che avranno sempre maggiori difficoltà se non viene introdotta
una nuova cultura imprenditoriale che favorisca i seguenti punti: aggregazione
di aziende e filiere, formazione di consorzi, crescita dimensionale. Ma per
riuscire in questi obiettivi è necessario che la politica ci aiuti attraverso
misure fiscali adeguate. Per fare un esempio: quasi tutti i prodotti del Made in
Italy hanno una "vita" che non supera i due anni, tuttavia l'imprenditore si
trova a dover ammortare gli impianti per un periodo di otto anni.
È evidente
come questo non aiuti la flessibilità e la riconversione, elementi necessari in
un mercato globale dalla rivoluzione tanto rapida. Altra misura da adottare
potrebbe essere quella dell'assunzione di manager a tempo determinato. Concludo
ribadendo la volonta di Piccola Industria di Confindustria, che qui rappresento,
a collaborare organicamente con Distretti Italiani.
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La giornata si è conclusa con la sottoscrizione
di intese tra Distretti Italiani e San Paolo Imi e tra Distretti Italiani e Umana s.p.a.
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Foto dell'evento

In alto: momento dell'incontro

In alto, da sx: Italo Candoni e Paolo Terribile

In alto, da sx: Premio Fuà 2005, premiazione del Distretto cartario di
Capannori, da sx: Paolo Culicchi, Italo Candoni e Daniela Fontana

In alto: firma del protocollo di intesa tra Distretti
Italiani e San Paolo IMI, da sx: Italo Candoni e Paolo Terribile, Nicola Emilio
Iozzo, Gabriele Gori

In alto: firma del protocollo di intesa tra Distretti
Italiani e Umana s.p.a., da sx: Italo Candoni, Paolo
Terribile, Maria Raffaella Caprioglio
Maggio,
2006