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  Rassegna stampa: Distretti, nasce una associazione che vuole risultati

Da La Repubblica - SUPPLEMENTO AFFARI & FINANZA - Lunedì 30 maggio 2005

di ANGELO CIMAROSTI

In un club ci si scambiano le idee, ci si confronta, ci si dà anche qualche pacca sulle spalle, così, tra soci, cognac e sigaro in mano. Il "Club dei Distretti", emanazione dei principali distretti industriali italiani, in fondo, dal 1994 in poi faceva la stessa cosa, aggregando il patrimonio conoscitivo di meno di una ventina di esperienze distrettuali. C’erano quelle storiche, studiate e sviscerate da mille punti di vista economici e sociologici: il tessile, l’occhialeria del Cadore, le sedie friulane, le rubinetterie della Valsesia, i coltelli di Maniago. Ma il mondo, ora, gira a velocità diversa. C’è la globalizzazione, ci sono i cinesi, ci sono le nuove sfide di prodotti e di mercato. Siamo in guerra. Così l’ultima assemblea generale del Club dei Distretti ha deciso che era venuto il momento per un cambio di denominazione: "Distretti Italiani" rappresenta sicuramente meglio il forte segnale di apertura che viene lanciato dall’associazione, figlia di Unioncamere e di Confindustria, verso una realtà ora molto più composita e numericamente notevole. Una finestra specializzata sul settore che da solo vale il 47% del Pil industriale italiano. E che oltre alle novità della competizione internazionale si trova ad agire in un contesto mutato anche all’interno. Innanzitutto i distretti sono oggi molto più regolati da norme delle regioni.
Ad avere emesso norme specifiche fino a poco fa erano solo sei istituzioni regionali, mentre attualmente sono già 16. Al distretto tipicamente "di nicchia", come quello del vetro di Murano, da tempo in sofferenza, e a quello cosiddetto "aperto", come l’agroalimentare friulano di San Daniele, ormai ben più rappresentativo dello storico prosciutto, si sta raggiungendo sempre di più la frontiera del "distretto cosmopolita": "Un esempio è quello di Montebelluna – racconta il segretario di Distretti Italiani Italo Candoni – Un distretto storico, della scarpa sportiva, mutato in sistema produttivo locale, lo sport system, ed ora ancora di più in trasformazione, visto che i 9000 addetti provengono nel 2005 da dodici etnie diverse". Nel "distretto cosmopolita" anche il ragionamento sul concetto di delocalizzazione risulta quindi essere relativo. Non è il semplice spostamento di produzioni dall’Italia nei luoghi più disparati del mondo ma si pensa piuttosto ad esportare il modello in luoghi adatti, come accade per il mobile in Brasile, per far crescere in loco eccellenze che non sarebbe possibile o conveniente vedere svilupparsi in Italia. Produzioni complementari a quelle della madrepatria, e non sostitutive, come accade nella delocalizzazione: "Più che delocalizzare serve internazionalizzare, con reti lunghe e filiere, in modo che si replichino anche in altri Stati dei ponti con le nostre realtà produttive", racconta Candoni. L’"apertura del Club" promette di aumentare il potere di impatto dei distretti a tutti i livelli. Dal 2003 se ne sono aggiunti in continuazione, e sui 104 distretti industriali identificati dall’associazione si arriverà a fine anno a rappresentarne più di 60.
"Ci stiamo dirigendo verso la costituzione di Sistemi Produttivi Locali, nei quali confluiscono imprese, Istituzioni, Enti Locali e nei quali la stessa filiera di prodotto ha allargato i propri confini – racconta il presidente di Unioncamere Veneto Paolo Terribile, a capo anche del sodalizio dei distretti – E questo accade, addirittura con più frequenza laddove la materia distretti è normata dalle Regioni. Chiamiamoli ancora distretti per carità poiché il modello organizzativo è quello, vincente, del cluster; ma con la consapevolezza che ne è in corso una sorta di reinvenzione sostanziale. Ed è questo è il segnale che molti attendevano e che indica se non la salute, quantomeno il fermento che caratterizza, nella crisi, il sistema distrettuale italiano".
Certo che una maggiore armonizzazione normativa potrebbe essere utile, magari per contare su una omogeneità più quantificabile nella gestione dei contributi pubblici. Le 16 Regioni che si sono date una norma vanno spesso per gli affari loro, senza guardare troppo cosa fanno le altre: così il Friuli ha delle agenzie per i distretti, il Veneto ha consorzi o società, l’Emilia gestisce la situazione "in libertà", solo per fare alcuni esempi. Solo che alle Regioni, a differenza dei distretti, non si chiede creatività ma un quadro di norme certo e semplice con cui orientarsi.

Maggio, 2005

 



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