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di Valentina Durante
Tabelle
relative a occupazione e produzione (.htm, 21Kb)
Estratto dalla
relazione introduttiva
Siamo fermi: il settore
calzaturiero italiano, e non solo quello, non riesce a ripartire. Nel 2003
l’export di calzature è sceso ai minimi degli ultimi dieci anni; abbiamo perso
oltre 7 punti percentuali di produzione in quantità e oltre 5 di produzione in
valore, segno che – nonostante la morsa del supereuro – cerchiamo di tamponare
le falle aumentando i prezzi. Il volume di scarpe che carichiamo nei containers
e spediamo all’estero si è assottigliato del 7%, mentre l’import continua a
lievitare e guadagna un altro +18,9%. Conclude la non felice panoramica una
contrazione occupazionale di 3,5 punti percentuali, e i nostri quattro
principali mercati di sbocco unisonamente in calo: Germania (-2,8%), Francia
(-2,6%), Usa (-13,4%) e Inghilterra (-11,9%).
Possiamo consolarci – all’insegna del “mal comune mezzo gaudio” – pensando che
il fenomeno è generalizzato e coinvolge ormai tutti i settori di quel Made in
Italy di cui tanto abbiamo declamato le lodi negli ultimi anni.
La nostra economia è
cresciuta nel 2003 di un insignificante 0,3% (era lo 0,4% nel 2002). Siamo stati
tutto sommato fortunati – visto che non c’è stata crescita ma neppure un
drammatico calo – ma un’analisi più puntigliosa delle cifre rivela una
congiuntura tutt’altro che incoraggiante. A crescere sono solamente la spesa
delle famiglie (+1,2%) e quella delle amministrazioni pubbliche (2,2%), mentre
tutto il resto segue il passo del gambero: -0,6% per le importazioni, -2,1% per
gli investimenti fissi, -3,9% per le esportazioni, -0,8% per la produzione
industriale. In sintesi: dopiamo un po’ l’economia aumentando quanto basta le
spese, ma non investiamo (dunque non costruiamo le basi per un rilancio futuro)
e fatichiamo ad esportare, segno che qualcun altro fa le cose meglio di noi
(come prezzi, come qualità, come aderenza ai bisogni del consumatore… poco
importa). I distretti, quella Terza Italia artefice del tanto – forse troppo –
osannato miracolo economico, sembrano trovarsi in serie difficoltà. È la fine di
un modello? È presto per dirlo, anche se i teorici del caso stanno sgomitando
per aggiudicarsi la priorità nella formulazione di un paradigma alternativo a
questo considerato morente, ma non è presto per rendersi conto che la situazione
è grave, pur se non irrimediabile. Nel 2003 le esportazioni dei principali 43
distretti italiani monoprodotto, che rappresentano il 15% dell’intero export
nazionale, sono diminuite del 13% rispetto al 2001; i tre “diavoli
dell’Apocalisse” delle nostre micro-economie di rete paiono esser stati
identificati e rispondono al nome di concorrenza cinese, contrazione della
domanda Ue e dollaro debole. Tutti fattori esogeni, all’insegna di una grande
attenzione nell’allontanare qualsiasi lontana ipotesi di responsabilità interna,
di inefficienza e debolezza del sistema.
Sia chiaro che non si vuole
qui negare una serie di fattori oggettivi che hanno un peso tutt’altro che
marginale nella problematica congiuntura attuale: gli abiti che arrivano dalla
Cina vantano spesso un prezzo che è addirittura inferiore al costo del tessuto
che serve per confezionarli. L’euro forte rende i prodotti più cari e per di più
garantisce agli Asiatici un vantaggio di cambio rispetto alle imprese italiane
pari al 50%-60% (considerando anche la mancata rivalutazione della moneta
cinese, artificiosamente ancorata al dollaro). I consumi sono ovunque al palo e
la perenne incertezza che serpeggia a livello internazionale a tutto incita
fuorché a spendere. Il 1° gennaio 2005 scadrà l’Accordo Multifibre che, per
quattro decenni, ha protetto con quote all’importazione l’industria dei Paesi
industrializzati da quella dei Paesi in via di sviluppo: si preannunciano
risvolti drammatici per le economie a forte incidenza manifatturiera come quella
italiana, ma gli interessi dei membri dell’Unione a tal proposito appaiono
decisamente contrastanti. La “ciliegina sulla torta” è stata infine fornita dal
crack Parmalat, che ha reso le banche ancora più restie e concedere prestiti
alle aziende e a finanziare progetti innovativi.
Dall’analisi
recentemente condotta dalla Fondazione Edison sulle 43 principali aree-sistema
del nostro Paese emergono situazioni preoccupanti come quella del distretto
della concia di Solofra (-41,5% di export), del mobile di Bassano del Grappa
(-35,3%), della gioielleria-oreficeria di Vicenza (-33%) e di Arezzo (-31,3%) e
delle calzature di Monsummano (-30,9%). Ma ci sono anche realtà che tengono, che
addirittura vedono incrementate le proprie quote di vendita all’estero, e fa
piacere constatare che il calzaturiero montebellunese è fra queste. Con un
lusinghiero +8,6% di export, siamo preceduti solo dall’occhialeria di Belluno
(+12,2%) e seguiti dalle apparecchiature medicali di Mirandola (+6,6%),
dall’elettronica dell’Etna Valley (+2,7%) e dai saponi e profumi di Milano-Lodi
(+0,9%). Possiamo dunque ritenerci incolumi e al riparo dai rovesci che si
stanno abbattendo su altri lidi? Oppure dobbiamo aspettarci che quanto sta
avvenendo altrove fra un po’ di tempo arriverà anche da noi? Ma, soprattutto,
possiamo davvero affermare che la situazione di questi distretti che “resistono”
sia davvero unilateralmente positiva? Non proprio: dello stato di benessere
dell’occhialeria bellunese, ad esempio, beneficiano quasi esclusivamente i
quattro grandi gruppi – Luxottica (2.824 mln di euro di ricavi nel 2003, 10
marchi propri e 15 in licenza), Sàfilo (673,9 mln di euro di ricavi nel 2003, 5
marchi propri e 21 in licenza), De Rigo (504,8 mln di euro di ricavi nel 2003, 3
marchi propri e 10 in licenza) e Marcolin (158 mln di euro di ricavi nel 2003, 2
marchi propri e 13 in licenza). Quanto alla rete di subfornitura, non è
esagerato dire che si trova ormai in un tunnel senza grandi sbocchi alla fine.
Venendo al nostro
distretto, la situazione non è propriamente analoga, tuttavia non siamo certo di
fronte a una prosperità equamente distribuita fra le aziende: l’occupazione
complessiva è ancora in contrazione, e nel 2003 abbiamo lasciato sul campo altre
8 aziende e 611 addetti. I dati di produzione in quantità e in valore – +3,88% e
+2,22% al netto dell’inflazione – sono più che buoni se paragonati alle
performance nazionali, ma vanno attribuiti a un gruppo neanche tanto consistente
di aziende grandi e strutturate che riescono a fronteggiare senza grandi
contraccolpi lo stato di crisi, e non a una crescita diffusa. Quando il mare si
fa grosso a farne le spese sono soprattutto le piccole imbarcazioni: dati a
parte, l’umore nero è vistosamente palpabile dalle difficoltà che abbiamo
incontrato quest’anno nell’ottenere dalle micro-aziende informazioni relative al
fatturato o all’andamento congiunturale. I campioni da cui estrapolare
valutazioni e riflessioni sono sempre più risicati – da 70 a 48 per il
consuntivo e le previsioni vendite, da 71 a 49 per le quote di export – e
addirittura molti artigiani decidono di rinchiudersi in uno stoico o risentito
mutismo (escludendo quelli che si profondono in improperi vari): interrogato su
quali ritiene saranno gli sviluppi per l’anno futuro, il 17,8% non vuole
rispondere, il 16,1% non sa, il 29,4% è pessimista, il 10,6% prevede di
chiudere; resta un 17,8% di ottimisti e un 8,3% che ipotizza una situazione
stabile. Risposte pressoché analoghe alla domanda “com’è andato il 2003?”:
peggio del 2002 per 40,4% del campione (161 aziende fino a 9 addetti), stabile
per il 20,5% e meglio per il 17,4%; gli astenuti (dinieghi, telefoni sbattuti,
espressioni poco cortesi) salgono al 21,7%.
Dinamiche chiaroscurali
anche sul fronte produttivo; la consueta analisi dei singoli comparti ci
consente di evidenziare più adeguatamente le disarmonie presenti nel sistema. In
crescita l’abbigliamento sportivo (+7,47% al netto dell’inflazione), a conferma
di un trend – quello dell’avanzare del filone sport-fashion – che è ormai una
realtà consolidata. Secondo i dati Pambianco nel 2003 la produzione di
sportswear è cresciuta in Italia del 4% e in Europa del 2%; oggi essa
rappresenta, con i suoi 7,3 miliardi di euro, ben il 33% delle vendite di
abbigliamento nel nostro Paese (in Europa è il 38%, pari a 45.500 milioni di
euro). Ad aumentare sono soprattutto i consumi dei prodotti di fascia alta e
medio alta, nicchie la cui incidenza è cresciuta dal 23 al 26% fra il 1999 e il
2002 e in cui le aziende del Made in Italy dovrebbero puntare
risolutamente a posizionarsi.
In leggera flessione la
scarpa da ciclismo (-1,45% la produzione in quantità e –6,25% la produzione in
valore), il doposci (-2,22% e –4,52%), la scarpa da montagna (+0,27% e –4,87%) e
lo scarpone da telemark (-1,64% e –4,26%). Guadagnano punti la scarpa da calcio
(+6,99% e +7,37%) e da running (+10,38% e +8,64%): il merito è sostanzialmente
di Lotto Sport Italia, il cui fatturato è lievitato dai 247 milioni di euro del
2002 ai 255 milioni del 2003, pur se l’azienda ha sofferto della crisi del
gruppo Giacomelli-Longoni (che ha provocato una perdita di almeno il 6% dei
ricavi nel corso del secondo semestre, bloccando la crescita nel mercato interno
all’1,3%) e della debolezza del dollaro, che ha compromesso le esportazioni nei
Paesi extra Unione (vi è stato un calo del 5,6%, mentre a cambi costanti si
sarebbe prodotta una crescita dell’8,4%). L’uscita di scena del marchio Prince,
un tempo proprietà di Benetton Group, penalizza il comparto tennis (-26,69% e
–25,60%); il pattino inline mette a segno un +2,65 in quantità ma è solo
una mera illusione di crescita: il calo di 14,76 punti percentuali in valore
mettono di fronte alla dura realtà, ossia che si tratta di un prodotto non solo
maturo, ma che per di più risente di una concorrenza asiatica che costringe a
ritoccare i prezzi disastrosamente verso il basso. Se le scarpe da sicurezza –
nicchia contenuta ma promettente – guadagnano un 29,51% in quantità, un 8,60% in
valore e tre nuovi produttori, lo snowboard si comporta esattamente all’opposto:
siamo qui di fronte a una calo neanche modesto (-21,91% e –37,22%) e a quattro
marchi che escono di scena. Nonostante si parli di crisi generalizzata del
settore (le difficoltà di Aprilia sono note), lo stivale da moto si comporta in
modo lusinghiero (+21,39% e +14,57%), soprattutto grazie al buon andamento della
leader del mercato Alpinestars. Lo scarpone da sci, uno dei prodotti a cui il
distretto è più culturalmente ed emotivamente legato, arretra ancora (-7,05% e
–19,99%) e condiziona pesantemente le sorti dei comparti invernali, che un tempo
erano l’apice massimo del successo montebellunese e che oggi segnano il passo
(-5,72% e –18,36%). Nel mondo vi sono 70 milioni di individui che praticano una
qualche disciplina legata alla montagna invernale (3 milioni gli Italiani): 54
milioni sono gli appassionati di sci alpino, 10 milioni quelli di snowboard, 6
milioni quelli di sci nordico. A livello planetario vengono commercializzati 4
milioni e 500mila paia di sci da discesa e 1 milione 2mila da fondo
(rispettivamente 400mila e 30mila in Italia); i principali mercati di sbocco
degli articoli sportivi invernali (2 miliardi di euro il fatturato complessivo)
sono i Paesi dell’arco alpino (42% del totale mondiale delle vendite) – da
qualche anno coinvolti da una seria contrazione dei consumi – seguiti dai
mercati nordamericani (26%) – e qui intervengono i problemi legati al cambio
reso per noi svantaggioso dal super-euro – e dai Paesi asiatici (23%) – in testa
il Giappone, che al cambio sfavorevole aggiunge dazi castranti per i nostri
produttori.
I mercati cosiddetti
emergenti – Cina, Russia, India – non sono ancora sufficientemente evoluti in
termini di disponibilità di spesa per bilanciare le perdite nei Paesi
tradizionali (anche se l’Istituto per il Commercio con l’Estero stima che nella
Federazione Russa esistano già 7 milioni di potenziali acquirenti di prodotti
Made in Italy). Per ora ci si limita ad andare ad Est per delocalizzare, più
che per vendere: solo lo 0,2% delle aziende del nostro distretto esporta in Cina
e solo lo 0,73 in Russia; aumentano invece le quote in Francia (da 10,1% a
12,77%), Spagna (da 2,24% a 2,67%), Usa/Canada (da 8,46% a 10,88%) e in altri
Paesi Europei (da 14,19% a 15,84%), mentre si registra un calo per Germania (da
16,15% a 15,93%), Inghilterra (da 5,87% a 4,57%), Giappone (da 4,39% a 3,07%) e
altri Paesi Extra-europei (da 7,06% a 4,27%). Quello nostrano, pur se in
flessione (da 30,73% a 29,04%) resta comunque il principale mercato di sbocco.
Tornando alla situazione
dei comparti invernali, i trend in atto vedono un consumatore sempre più attento
al prezzo, maggiormente incline a servirsi della formula del noleggio (oggi gli
scarponi a nolo sono, contrariamente a un tempo, di qualità decisamente buona e
si rivelano una soluzione ottimale vista la brevità dei soggiorni), attratto
dalle discipline fuoripista e meno sensibile al richiamo del racing.
Quest’ultima considerazione spiega il successo che stanno avendo quei marchi che
curano in modo particolare le nicchie del freeride, dello scialpinismo, del
trekking invernale e dello snow running: Aku, Asolo, Cosmas, Crispi, Garmont,
Scarpa, Stylgrand/Kefas, Tecnica.
La
palma d’oro fra i comparti del distretto spetta anche quest’anno alla scarpa da
città e tempo libero (+12,58% e +17,98%), ma con una precisazione:
quest’incremento tanto vistoso è da attribuirsi alle notevoli performance messe
a segno dal marchio Geox, dato che quasi tutti gli altri produttori sono o
stabili o addirittura in calo. L’azienda di Moretti Polegato ha conosciuto un
triennio di crescita che non si può non definire vertiginosa: è passata da 91,6
milioni di euro di fatturato nel 2000 a 147,6 milioni nel 2001 (+61,1%), è
arrivata a 180,3 milioni nel 2002 (+22,1%) e ha raggiunto i 240 milioni nel 2003
(+33%). Le paia prodotte sono lievitate da 2,4 milioni nel 2000 a 6,5 milioni
nel 2003 e l’export dal 10% al 35%. E l’effetto euro? “Un imprenditore
tradizionale oggi non ha alternative. Se vuole continuare ad esportare in Usa
deve aumentare i prezzi in dollari, rischiando di andare fuori mercato, oppure
fare enormi sacrifici sui margini, accettando anche perdite. Noi, grazie alle
peculiarità hi-tech delle nostre scarpe, siamo riusciti a stringere un accordo
con il principale gruppo calzaturiero messicano (Flexi) che ci consente di
produrre nell’area Nafta in dollari. In Italia abbiamo impostato il design e il
marketing delle nostre collezioni destinate al mercato americano. Inoltre
riforniamo i messicani di componenti chiave, come ad esempio le suole. In tal
modo riusciamo, sostanzialmente, a produrre in dollari quello che vendiamo in
dollari. E possiamo farlo perché abbiamo un prodotto caratterizzato da elevate
specificità. Elemento chiave che ci permette appunto di minimizzare, in
condizioni di dollaro debole, le esportazioni dirette dall’Italia. Per
un’azienda “tradizionale” sarebbe stato molto più difficile intraprendere una
strada di questo tipo con un inevitabile rallentamento della crescita” (Mario
Moretti Polegato, Il Sole 24 Ore, 26 febbraio 2004).
Un’ultima riflessione, relativamente a
produzione, fatturato e vendite: per alcuni anni abbiamo sottolineato la
tendenza che vedeva un andamento più felice del valore rispetto alle quantità;
le nostre aziende tentavano, cioè, di posizionarsi progressivamente sulla fascia
alta di mercato incrementando il prezzo dei prodotti al fine di bilanciare una
contrazione dei volumi. Più qualità, meno quantità – si diceva. Oggi sembra che
la situazione si sia capovolta, complici il solito dollaro debole e la
concorrenza dei prodotti cinesi (nel 2003 sono arrivate dal Paese di Mezzo oltre
100 milioni di paia di scarpe, quasi il 50% in più rispetto al 2002): tranne che
per la scarpa da città e il doposci, in tutti gli altri comparti la produzione
in valore segna performance più negative rispetto a quelle messe a segno dalla
produzione in quantità. Tale dinamica ci appare ancora più lampante se andiamo
ad analizzare l’andamento delle diverse fasce: nella scarpa da calcio i volumi
del primo prezzo (fino a 40€ al dettagliante) aumentano del 9,63%, mentre quelli
del secondo prezzo (da 41 a 60€) diminuiscono del 17,12%. Nel ciclismo la prima
fascia (fino a 35€) aumenta del 33,78%, mentre la seconda (da 36 a 45€) perde il
4,21% e la terza (sopra i 45€) il 17,62%. Nel comparto da montagna la prima
fascia (fino a 45€) è stabile, la seconda (da 46 a 55€) cresce del 48,66%, la
terza (da 56 a 75€) cala del 45,59% e la quarta (sopra i 75€) cala del 14,33%.
Infine lo scarpone da sci: +6,45% per il primo prezzo (fino a 35€), +2,66% per
il secondo (da 36 a 75€), -28,75% per il terzo (da 76 a 125€) e –43,58% per il
quarto (sopra i 125€).
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Il rapporto è interamente
scaricabile dal sito della Fondazione Museo della Calzatura sportiva di
Montebelluna:
www.montebellunadistrict.com
Rapporto OSEM - diretto da Aldo Durante, a cura di
Valentina Durante - Fondazione Museo della Calzatura Sportiva. Promosso da Veneto
Banca.
Maggio,
2004
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