Meeting del Club dei distretti –
Vicenza, 25 Ottobre 2002
“Le Regioni e i distretti industriali:
luci e ombre”
Il meeting del Club dei distretti, tenutosi presso la Camera di Commercio di Vicenza il 25 ottobre 2002, ha rappresentato un importante momento di confronto tra le varie Leggi regionali, approvate o in via di approvazione, sul tema dei distretti industriali. L’assessore della Provincia di Vicenza Roberto Ciambetti ha portato ai presenti il saluto delle istituzioni locali e l’augurio di buon lavoro. Ad Adriano Sartor, presidente del Club dei distretti, è poi spettato il compito di presentare l’iniziativa, ponendo l’accento sulla necessità di “fare il punto” sulle luci e sulle ombre a undici anni dall’approvazione della Legge 317/91, con la quale si demandava alle Regioni gli interventi per lo sviluppo dei distretti industriali. Ha poi ringraziato la Regione Veneto, con la cui collaborazione è stato realizzato il meeting e che in questi ultimi anni ha dimostrato grande impegno nel cercare di dare ai propri distretti regionali una Legge adeguata all’importanza economica che rivestono. Aldo Durante, segretario del Club dei distretti, ha coordinato gli interventi dei relatori che si sono succeduti richiamando l’attenzione dei presenti sulle divergenze legislative via via manifestate e sugli errori cui si è dovuto spesso porre rimedio.
:::::::::::
Marino Finozzi (Assessore Regione Veneto)
Nel 2000 nasce in Veneto l’assessorato alle politiche per le Piccole e Medie Imprese. Sulla materia dello sviluppo nei sistemi locali è stata raggiunta oggi maggior competenza. L’Italia è una realtà molto variegata e uno degli obiettivi della legge 317/91 era proprio quello di rispettarne le caratteristiche multiformi.
Il Veneto ha 4.500.000 abitanti e 450.000 imprese (una ogni dieci abitanti): la dimensione medio-piccola è quindi predominante. Fino a non molti anni fa la piccola dimensione era in grado di generare un rapido cambiamento e riposizionamento sul mercato e questo è stato uno dei segreti del successo del Nordest. Con la globalizzazione, le piccole dimensioni aziendali sono però diventate un fattore negativo: una piccola impresa ha oggi serie difficoltà ad imporsi con sufficiente forza sui mercati internazionali. La legge doveva nascere sulle esperienze dei distretti già operanti nel territorio: Montebelluna, ad esempio, è un caso di successo che è stato preso in seria considerazione. L’obiettivo finale era quello di riproporre anche in aree meno dinamiche i fattori di successo dei distretti maggiori. Abbiamo chiamato attorno a un tavolo gli operatori e i rappresentanti dei distretti, le associazioni di categoria, le Camere di Commercio, la parte accademica e i consulenti, ed abbiamo cercato di dare risposte tenendo conto di tutte le voci interpellate. Una settimana fa la Legge è stata ufficialmente presentata in Commissione Consigliare per l’approvazione.
Caratteristiche innovative della Legge:
1) Non sarà la Regione ad identificare le aree geografiche con struttura a distretto ma saranno i distretti a doversi riconoscere e a proporsi.
2) E’ stata formata una griglia per determinare le caratteristiche minime che un territorio deve possedere per essere individuato come distretto: 80 aziende e 250 addetti. Un limite quindi molto basso che consente a distretti come Murano di poter rientrare nella classificazione.
3) Deve essere presentato un Piano di Sviluppo territoriale con tutti i progetti che il distretto intende promuovere.
4) La Regione non finanzierà le spese di gestione, ma solo gli investimenti nei progetti.
5) Non verrà finanziato il totale del costo del progetto ma il 40%.
La Regione vuole puntare in particolar modo sulla qualità del prodotto e del processo, ma anche sulla qualità della vita, aspetto, quest’ultimo, messo spesso in secondo piano nella corsa al progresso che ha caratterizzato il Veneto degli ultimi decenni. La viabilità, solo per citare l’esempio più noto, è congestionata e questo perché le 450.000 imprese devono poi spostare le merci. Anche i progetti sulla sostenibilità ambientale saranno guardati con particolare interesse. Il distretto della concia di Arzignano ha creato grossi problemi di impatto ambientale nel territorio in cui opera. Verrà quindi incentivata sì l’innovazione, ma un’innovazione rispettosa degli aspetti sopra citati. Nei primi mesi del 2003 la Legge dovrebbe essere approvata dal Consiglio Regionale, di lì in poi, se ci saranno progetti, si potrà partire con i finanziamenti (in bilancio c’è una prima tranche di 15 milioni di euro). La valutazione della validità dei progetti spetterà alla stessa Regione che formerà appositamente una squadra di esaminatori.
Altra caratteristica innovativa contenuta nella Legge è la ridefinizione delle caratteristiche dei distretti. Oltre ai distretti “industriali” riteniamo infatti che in Veneto possano nascere molti altri distretti che potremmo definire “produttivi”: turistici (il Veneto fa 7 milioni di turisti l’anno), termali, delle nanotecnologie (uno di questi dovrebbe nascere in quel di Venezia)
Inoltre un’azienda può ritenersi appartenente a un distretto anche se fisicamente distante, l’importante è che operi nello stesso settore. Le aziende in Romania, ad esempio quelle calzaturiere di Timisoara che da anni ormai sono parte integrante della filiera italiana, potranno ritenersi incluse nella progettualità del distretto italiano con cui operano. La ricerca e l’innovazione saranno gli aspetti più premiati nei progetti che verranno esaminati. Adesso spetta solo al territorio fare massa critica ed avanzare proposte e iniziative.
:::::::::::
Gilberto Pichetto Fratin (Assessore Regione Piemonte)
La Legge 317/91 ha rappresentato la definitiva presa d’atto dell’esistenza dei distretti. Inizialmente si trattò di definire una serie di parametri che aiutassero a stabilire con una certa precisione cosa fosse un distretto, questo perché non basta una concentrazione produttiva per considerare un certo territorio un distretto. Un distretto è un territorio impregnato di cultura produttiva settoriale. Era necessario, quindi, cercare di capire di cosa si stesse parlando quando si parlava di distretti. Oggi riteniamo di aver raggiunto in Piemonte una competenza in merito quasi esclusiva. Con la Legge 24 del ’97 sono stati classificati 25 distretti sparsi su un territorio di 500 comuni (anche se il concetto di comune non è determinante per l’identificazione delle aree a distretto). Da quei 25 di partenza ne sono stati poi aggiunti 4 e tolti 2 (il motivo dell’esclusione di questi due è stata la mancata formazione di comitati di distretto, i quali rappresentano il fattore più significativo per determinare se un distretto esista e si autoriconosca tale). Il comitato di distretto doveva essere, secondo noi, un organismo nato spontaneamente e non retribuito, per evitare la burocratizzazione e la formazione di comitati che avessero l’unica mira di accedere ai finanziamenti.
Il numero dei progetti finanziati a tutt’oggi è di 56, per un totale di 94 milioni di euro spesi. Possiamo affermare che è dalla validità dei progetti che traspare dove effettivamente esistano aree distrettuali. La forza dei distretti consiste nell’esistenza di un elevato numero di imprese presenti in un territorio, che agiscono come se fossero un’unica grande impresa formata da soggetti tra loro concorrenti: qualcuno ottiene più successo, qualcun’altro muore. Ora, nel momento storico dell’economia globalizzata, la necessità primaria è quella di affrontare i mercati internazionali e su questo campo molte PMI stanno purtroppo manifestando la propria debolezza. I motivi principali sono la mancanza di tempo da dedicare all’innovazione e quella di capitale per poter aggredire i mercati internazionali. E’ subito stato chiaro che era qui che la Regione doveva interpretare un ruolo di supporto, guidando le imprese nella trasformazione. Vent’anni fa la situazione era molto diversa, bastava produrre. Nel primo Novecento i negozi erano pieni di cassetti, uno entrava, chiedeva cosa voleva, il negoziante apriva uno di quei cassetti e glielo dava. Molto diversa è la realtà dei centri commerciali odierni, dove tutto è esposto in vetrina. Gli studi degli analisti dimostrano come il consumatore tenda ad acquistare quello che si trova sugli scaffali all’altezza dei propri occhi; meno venduta è invece la merce posizionata negli scaffali meno visibili. Il rapporto tra produzione e vendita è radicalmente cambiato: oggi produrre è diventato più facile, mentre vendere e produrre secondo certi standard qualitativi lo è molto meno.
Alcuni dei temi più frequenti nei progetti presentati ed approvati finora:
1) L’internazionalizzazione (riuscire ad immettere i propri prodotti nel mercato globale) – 52% delle domande
2) Qualità di prodotto e certificazione
Abbiamo constatato che la soglia del 40% di finanziamento dell’intero progetto, che era stata fissata inizialmente, può raggiungere il 60% laddove si aggiunga un supporto di tipo pubblico. Noi riteniamo inoltre che le Regioni non debbano andare ciascuna per proprio conto, ma essere unite per riuscire a dare a ciascuna realtà distrettuale ciò di cui necessita. Il problema della viabilità, ad esempio non può essere risolto all’interno di una singola Regione: le tecnologie possono anche essere in sé velocissime, ma se poi la viabilità non ti consente di giungere tempestivamente all’acquirente è chiaro come anche esse diventino inutili. Anche su questi temi è necessario muoversi in fretta.
:::::::::::
Claudio Calandra di Roccolino (esperto sulla Legge del Friuli
Venezia Giulia)
I distretti riconosciuti oggi in Fiuli sono quattro. I requisiti previsti nelle normative nazionali erano molto distanti da quelli dei distretti presenti nel territorio friuliano. Il distretto agroalimentare e del prosciutto di San Daniele, solo per fare un esempio, rientrava nella categoria “della pantofola”! Dopo tre anni di esperienza si può ora trarre un bilancio più realistico delle realtà che operano nel territorio.
I 4 distretti individuati sono:
1) Maniago – settore: coltello
2) San Daniele – settore: agroalimentare – prosciutto
3) Manzano – settore: sedia
4) Brugnera – settore: mobile (confinante con il Veneto nel quale è presente un distretto dalle caratteristiche analoghe e quindi continuazione del distretto friulano)
Prendendo come traccia il titolo del meeting possiamo affermare che in questi tre anni sono stati molti i momenti di luce, ma altrettanti quelli d’ombra. Alcune problematiche espresse precedentemente dagli assessori sono emerse anche per noi.
Principali caratteristiche della nostra legge regionale:
1) I distretti non sono enti pubblici. I distretti sono ambiti produttivi evidenti, non è necessario che essi siano correlati necessariamente ad enti pubblici, di qui la tesi che è necessario non burocratizzare eccessivamente i loro impulsi spontanei.
2) Piccolo rimborso per alcune spese di gestione. Inizialmente anche il Friuli Venezia Giulia aveva ipotizzato che non vi fossero rimborsi per le spese di ordinaria amministrazione, ma ci si è dovuti poi rendere conto che alcune spese andavano riconosciute.
3) Proposte, tavolo esaminatore e decisioni. Tutte le proposte per i progetti provengono dal basso, dal territorio. E’ stato istituito un tavolo operativo che distilla le varie proposte provenienti dal territorio e ne vaglia la priorità. L’amministrazione regionale valuta poi con le parti del distretto le iniziative urgenti e finanziabili. Anche i privati possono avere iniziative rilevanti. Tutti gli attori sono infine chiamati ad un’assemblea per esaminare l’attività complessiva.
Tra le “ombre” possiamo affermare che spesso l’autonomia regionale prevista dalla legge ha generato incertezza, questo per via del fatto che non è facile fare politica a livello locale e operare delle scelte decise e non sempre è facile individuare le priorità. Qualcuno ha affermato che forse occorreva un po’ di dirigismo… resta una battuta ma evidenzia un sintomo.
Una delle “luci” (o “ombre”) individuate: i distretti si sono evoluti nel senso quantitativo, nel momento in cui ci si sposta su un aspetto qualitativo allora i distretti possono avere molte meno chance (ci sarà sempre qualcuno che riesce a fare le stesse cose a prezzi inferiori).
Uno degli aspetti sui quali il distretto deve rendersi conto di dover investire è l’immateriale, rappresentato dalla cultura, dalla formazione avanzata, dal marketing. Ma per poter ottenere questi vantaggi è necessario fare un salto di qualità e imparare a lavorare assieme, rinunciando al proverbiale individualismo imprenditoriale che ha caratterizzato finora l’evoluzione dei sistemi locali.
:::::::::::
Irene Revelant (Assessore Provincia di Udine - Friuli Venezia
Giulia)
Come Provincia facciamo parte del comitato di distretto sia del distretto della sedia di Manzano che di quello del prosciutto di San Daniele. In base a quanto espresso in precedenza dall’assessore Marino Finozzi sul volontariato necessario nei distretti per la formulazione dei progetti, vorrei testimoniare l’esperienza vissuta in questi due anni nella nostra Regione. Un’idea può partire con la più buona volontà, ma se poi non c’è il necessario supporto economico anche l’entusiasmo si affievolisce presto. Inizialmente pure in Friuli non erano previste spese di gestione, ma in questa maniera ci si trovava spesso a non aver nemmeno i soldi per spedire un fax o una lettera: il Veneto rischia di buttare un anno per poi rendersi conto che è necessario riconoscere certe spese.
La nostra Regione ha messo a disposizione 1 miliardo il primo anno e 2 il secondo: con queste cifre si potevano finanziare solo degli studi eppure, anche se avessimo avuto 30 miliardi il primo anno, non saremmo stati in grado di spenderli. Il primo anno passa a risolvere tutta una serie di diatribe e solo successivamente si riesce a progettare. Da oggi in avanti, però, anche noi avremo bisogno di finanziamenti consistenti come quelli del Veneto. I comitati ora si sono resi conto che tutto deve partire da loro. Finora essi non hanno avuto personalità giuridica e questo ha creato tutta una serie di problemi: se ad esempio si dovesse redigere un progetto da sottoporre all’Unione Europea non lo si potrebbe fare, non avendo personalità giuridica, e bisognerebbe passare attraverso i comuni che ospitano i distretti. Questi ultimi, tuttavia, possono anche non avere tutta questa fretta o interesse ad intercedere. L’esperienza dei comitati di distretto è stata comunque molto stimolante in questi due anni e crediamo ora di essere pronti per partire concretamente con l’attivazione degli interventi.
:::::::::::
Luciano Consolati (Lumetel, distretto di Lumezzane - Lombardia)
La Lombardia sta promuovendo il suo terzo triennio di attività progettuale correlata alla Legge. Dopo tale periodo si può affermare che le esperienze non siano state tutte positive, prova ne è il fatto che il numero di distretti individuati all’inizio è ora diminuito. Oggi si è approdati alla definizione di meta-distretto, che non vede più come fondamentale la componente territoriale ma quella dell’innovazione. Riflettendo su alcune posizioni espresse dagli assessori regionali scopriamo che il Piemonte deve rivedere i parametri di definizione distrettuale, mentre il Veneto considera un distretto come un’entita territoriale anche allargata, purchè sussista analogia nella produzione. E’ però necessario far chiarezza sui termini, perché o si parla di sviluppo locale oppure di distretto. Esistono filiere che possono essere più o meno allargate e delocalizzate, ma la discriminante che caratterizza in primo luogo un distretto è la componente territoriale. I parametri sono necessari per non allargare troppo le definizioni.
Nella realtà lombarda il distretto-territorio non è più quello di dieci anni fa, ma la componente territoriale (sapere tecnico, cultura comune) rimane fondamentale. Se esistono i distretti è necessario che vengano definiti con chiarezza altrimenti si rischia di creare confusione negli interlocutori regionali.
Le Regioni dovranno poi finanziare i progetti tenendo conto che questi dovranno partire dal basso. Ma chi organizza il basso? Chi crea animazione economica, sensibilizzazione ai progetti? Dove non ci siano comitati di distretto servono centri di servizio alle imprese, associazioni di categoria, qualsiasi ente che possa fungere da punto di aggregazione e da segreteria tecnica del distretto.
:::::::::::
Andrea Balestri (distretto di Prato - Toscana)
La Toscana è partita nel ’95 con un piccolo gruppo di distretti e ha immaginato un piccolo comitato d’area. Ora la Regione ha sposato l’idea dello sviluppo locale più che dei distretti. Inizialmente la Regione non si è nemmeno occupata della formazione dei comitati di distretto, che in questo momento si stanno autonomamente formando. Finora si è parlato di “progetti integrati di sviluppo locale” e la Provincia rappresenta il luogo di aggregazione e di definizione dei progetti (formazione, attenzione alla sostenibilità ambientale). Le risorse comunque continuano ad essere esigue. Come evidenziato anche in precedenza, si è rivelato difficile fare politica a livello locale, anche per la stessa struttura multiforme dell’Italia. Uno degli obiettivi principali del Club dei distretti all’atto di nascita era di creare delle riflessioni e delle iniziative che partissero dal basso. E però necessario prendere in considerazione alcuni problemi esistenti nei distretti che difficilmente possono essere risolti dai comitati di distretto. Alcune risposte a livello locale non è possibile fornirle: si pensi alla viabilità e alla collegata necessità di autostrade. Anche la formazione intesa in senso ampio (e non di specializzazione tecnica come spesso la si intende quando ci si riferisce ai distretti) non può essere di competenza locale. Dal 94-95, in Toscana, dodici-tredici aree hanno riconosciuto la presenza di distretti. Il limite del 40% di finanziamento sul monte totale del progetto in alcuni casi è stato molto elevato, in altri scarso (ad esempio nei progetti per la creazione di marchi territoriali e per la formazione). E’ quindi necessaria una flessibilità rapportata al tipo di iniziativa. Grazie all’esempio della Lombardia il comitato di distretto ha contribuito a sburocratizzare le procedure. Anche nella nostra Regione è stata imposta la regola di far presentare i progetti senza però finanziare l’attività di progettazione, questo a differenza delle Marche, dove invece vengono fornite risorse ai comitati di distretto e della Basilicata, disposta anche a finanziare studi e ricerche, se necessari, su presentazione di un semplice preventivo.
:::::::::::
Alberto Palma (distretto di Fermo – Regione Marche)
Nelle Marche non esiste ancora un riconoscimento provinciale. La Regione è stata tra le prime a sensibilizzarsi in materia di distretti, ma a tutt’oggi alcune caratteristiche della legge continuano a non essere convincenti e questo perché si è parcellizzato i distretti seguendo una classificazione territoriale anziché settoriale. Seguendo tale parametro alcuni risultati differiscono da quelli di altre Regioni: abbiamo ad esempio un distretto plurisettoriale, che si potrebbe definire più un’area industriale che un distretto, il quale ha però un comitato.
La rinomata area calzaturiera del fermano produce il 70% dell’intera produzione delle Marche (l’altro 30% è prodotto nel confine sud della provincia). Ha un suo comitato di distretto, che fatica spesso a riunirsi, e tutta una serie di problemi di crescita, ma ha la fortuna di avere il presidente che è anche il sindaco del comune di Sant’Elpidio ed imprenditore egli stesso, quindi vicino alle concrete esigenze del territorio e dell’impresa. Quella del comitato di distretto resta comunque un’esperienza da consolidare. Nel territorio marchigiano finora qualcosa è stato fatto per portare alla luce alcuni dei problemi che affligono un po’ tutte le aree distrettuali italiane, ciononostante prevale ancora la struttura con grandi imprese dominanti. Resta il fatto che i distretti rappresentano una realtà multiforme e necessitano di un supporto per poter portare all’attenzione l’eterogeneità di problematiche correlate.
:::::::::::
Mario Mondello (funzionario Regione Sicilia)
La Sicilia non ha purtroppo una esperienza da portare allo studio e all’attenzione. Sostanzialmente partecipa al meeting, al quale è stata invitata da uno dei suoi distretti più significativi e associato al Club, Mazara del Vallo, per imparare dalle esperienze degli altri distretti.
E’ però giunto il momento che anche la Sicilia si adoperi in tal senso: i 10.000 miliardi di fatturato e i 30.000 addetti che operano in suoi distretti impongono ora di dare sostegno.
Esistono realtà molto interessanti che si stanno sviluppando, basti pensare all’high-tech di Catania, nato attorno ad un centro produttivo avviato da una grande azienda e che sta attirando molti investimenti. Importante si sta rivelando investire sugli standard di qualità, come nel caso del vino siciliano che si sta ponendo all’attenzione di operatori nazionali e internazionali. Altro esempio che è necessario citare è quello dei pomodorini di Pachino, nati da un’invenzione di un centro di ricerca che poi ha imposto quel tipo di coltura ad un intero territorio. Sarebbe necessario riflettere se sia un esempio di sviluppo ecologicamente sostenibile (anche se finora ha dimostrato di saper attirare investimenti) ed improntarci sopra un lavoro di ricerca ed un progetto.
I termini sui quali la Regione intende concentrare oggi l’attenzione sono:
1) strategia di innovazione e ricerca che deve integrarsi col mondo della piccola impresa
2) individuare contesti produttivi locali che possano attirare investimenti
Siamo qui oggi ad ascoltare perché questa è una strada obbligata. Ci sono delle realtà che si sono strutturate dal basso. Dobbiamo porci come referenti e già abbiamo avviato una ricognizione aggiornata per esaminare se esistano dei sistemi locali di imprese fondati sul principio di competizione/aggregazione tipico dei distretti (ad esempio nei settori della ceramica, dell’agroalimentare, del marmo…). E’ solo dalla collaborazione che si potrà sperare di creare prospettive di crescita. Insieme al consorzio di Mazara del Vallo, la Regione intende organizzare un convegno sul tema dei distretti industriali con l’obiettivo di poter garantire maggior apertura ai mercati e standard di qualità, questo con particolare appoggio alla crescita delle piccolissime imprese.
:::::::::::
Paolo Gurisatti (Università di Padova – consulente nella stesura
della legge sui distretti del Veneto)
Interpellato dal segretario Aldo Durante per una definizione della
figura del garante prevista nella legge del Veneto.
La Regione Veneto sta cercando di salvare le esperienze positive emerse dalle testimonianze degli altri distretti. Uno dei primi obiettivi è quello di riuscire a dimostrare che il distretto è un’entità produttiva riproducibile ed estrapolare un codice di sviluppo, altrimenti non può essere considerato un valido e concreto modello. Il primo passo per ottenere i finanziamenti lo dovranno fare i territori, che saranno chiamati a contribuire decisamente e a dire dove vogliono arrivare, documentando i motivi delle scelte. Fissati gli obiettivi, la documentazione arriverà sul tavolo di lavoro della Regione. Un territorio deve essere in grado di eleggere un garante da cui farsi rappresentare al tavolo Regionale, il quale si incontrerà con i garanti degli altri territori distrettuali. Sul tavolo regionale i progetti si incontreranno inoltre con le priorità della Regione stessa. Il Veneto ad esempio ha alcuni problemi a cui bisogna dar risposta: il congestionamento della viabilità, la logistica, l’impatto ambientale. Dopo il tavolo di valutazione verranno aperti i bandi. Il bilancio prevede un finanziamento iniziale di 15 milioni di euro, che è un limite ampiamente superabile in presenza di validi progetti (si pensi a un bel progetto di integrazione di esperienze formative). Problemi più complessi come la viabilità, le autostrade ecc. saranno invece trattati in altre sedi.
:::::::::::
Giuseppe Tripoli (segretario generale Unioncamere)
Il fenomeno dei distretti nasce da culture, rapporti, imprese che condividono la stessa storia produttiva. In questi sistemi locali giocano un ruolo importante, da valide interlocutrici, le Camere di Commercio. Un tema alla ribalta della cronaca di questo ultimo periodo e sul quale insistono sia le delegazioni straniere che i nostri politici, è quello della clonazione dei distretti all’estero. Perdonate il termine, ma si tratta di un’insulsaggine: non è possibile esportare i distretti, tutt’al più si possono decentrare delle fasi di lavorazione. La legge dei Balcani prevede invece proprio l’esportazione del sistema.
La 317/91 ha avuto grandi meriti, ma anche alcuni demeriti, mentre oggi, con la 140, si sta passando gradualmente dal concetto di territorio a quello di rete. Le Camere di Commercio possono rappresentare un buon partner in questo senso essendo omogeneamente distribuite sul territorio nazionale. Con la globalizzazione si rende infatti necessario che i territori si muniscano di misure appropriate per competere. Dai distretti delocalizzati, ai meta-distretti, è necessario presidiare tutta la filiera, di supporto all’ingresso nei mercati esteri. Bisogna considerare inoltre quanto possano essere legate imprese simili in distretti diversi e rendere compatibile la parte legislativa delle diverse Regioni per facilitare tali rapporti puntando contemporaneamente a facilitare le leggi.
E’ poi necessario redigere un rapporto socio-economico sui distretti, in collaborazione con il Club, che consenta di monitorare e avere sottomano la situazione generale di tali realtà produttive presenti nel nostro Paese.
L’esempio, citato dal rappresentante della Sicilia, del distretto high-tech di Catania rappresenta un caso in cui una grande azienda è riuscita a tirar fuori dal localismo un’intera area e a proiettarla nel mercato globale. Dove non c’è la grande azienda è necessaria l’azione delle Regioni e delle Camere di Commercio.