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“Le Regioni e i distretti
industriali: luci e ombre”
Il meeting del Club
dei distretti, tenutosi presso la Camera di Commercio di Vicenza il 25
ottobre 2002, ha rappresentato un importante momento di confronto tra le
varie Leggi regionali, approvate o in via di approvazione, sul tema dei
distretti industriali. L’assessore della Provincia di Vicenza Roberto
Ciambetti ha portato ai presenti il saluto delle istituzioni locali e
l’augurio di buon lavoro. Ad Adriano Sartor, presidente del Club dei
distretti, è poi spettato il compito di presentare l’iniziativa, ponendo
l’accento sulla necessità di “fare il punto” sulle luci e sulle ombre a undici
anni dall’approvazione della Legge 317/91, con la quale
si demandava alle Regioni gli interventi
per lo sviluppo dei distretti industriali. Ha poi ringraziato la Regione Veneto,
con la cui collaborazione è stato realizzato il meeting e che in questi ultimi
anni ha dimostrato grande impegno nel cercare di dare ai propri distretti
regionali una Legge adeguata all’importanza economica che rivestono. Aldo
Durante, segretario del Club dei distretti, ha coordinato gli interventi dei
relatori che si sono succeduti richiamando l’attenzione dei presenti sulle
divergenze legislative via via manifestate e sugli errori cui si è dovuto spesso
porre rimedio.

Il tavolo di
presidenza: (da sinistra) Adriano Sartor (presidente Club dei
distretti), Marino Finozzi (assessore Regione Veneto) e Aldo Durante
(segretario Club dei distretti).
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Marino Finozzi
(Assessore Regione Veneto)
Nel
2000 nasce in Veneto l’assessorato alle politiche per le Piccole e Medie
Imprese. Sulla materia dello sviluppo nei sistemi locali è stata raggiunta oggi
maggior competenza. L’Italia è una realtà molto variegata e uno degli obiettivi
della legge 317/91 era proprio quello di rispettarne le caratteristiche
multiformi.
Il
Veneto ha 4.500.000 abitanti e 450.000 imprese (una ogni dieci abitanti): la
dimensione medio-piccola è quindi predominante. Fino a non molti anni fa la
piccola dimensione era in grado di generare un rapido cambiamento e
riposizionamento sul mercato e questo è stato uno dei segreti del successo del
Nordest. Con la globalizzazione, le piccole dimensioni aziendali sono però
diventate un fattore negativo: una piccola impresa ha oggi serie difficoltà ad
imporsi con sufficiente forza sui mercati internazionali. La legge doveva
nascere sulle esperienze dei distretti già operanti nel territorio: Montebelluna,
ad esempio, è un caso di successo che è stato preso in seria considerazione.
L’obiettivo finale era quello di riproporre anche in aree meno dinamiche i
fattori di successo dei distretti maggiori. Abbiamo chiamato attorno a un tavolo
gli operatori e i rappresentanti dei distretti, le associazioni di categoria, le
Camere di Commercio, la parte accademica e i consulenti, ed abbiamo cercato di
dare risposte tenendo conto di tutte le voci interpellate. Una settimana fa la
Legge è stata ufficialmente presentata in Commissione Consigliare per
l’approvazione.
Caratteristiche innovative della Legge:
1)
Non sarà la Regione ad identificare le aree geografiche con struttura a
distretto ma saranno i distretti a doversi riconoscere e a proporsi.
2)
E’ stata formata una griglia per determinare le caratteristiche minime che un
territorio deve possedere per essere individuato come distretto: 80 aziende e
250 addetti. Un limite quindi molto basso che consente a distretti come Murano
di poter rientrare nella classificazione.
3)
Deve essere presentato un Piano di Sviluppo territoriale con tutti i progetti
che il distretto intende promuovere.
4)
La Regione non finanzierà le spese di gestione, ma solo gli investimenti nei
progetti.
5)
Non verrà finanziato il totale del costo del progetto ma il 40%.
La
Regione vuole puntare in particolar modo sulla qualità del prodotto e del
processo, ma anche sulla qualità della vita, aspetto, quest’ultimo, messo spesso
in secondo piano nella corsa al progresso che ha caratterizzato il Veneto degli
ultimi decenni. La viabilità, solo per citare l’esempio più noto, è
congestionata e questo perché le 450.000 imprese devono poi spostare le merci.
Anche i progetti sulla sostenibilità ambientale saranno guardati con particolare
interesse. Il distretto della concia di Arzignano ha creato grossi problemi di
impatto ambientale nel territorio in cui opera. Verrà quindi incentivata sì
l’innovazione, ma un’innovazione rispettosa degli aspetti sopra citati. Nei
primi mesi del 2003 la Legge dovrebbe essere approvata dal Consiglio Regionale,
di lì in poi, se ci saranno progetti, si potrà partire con i finanziamenti (in
bilancio c’è una prima tranche di 15 milioni di euro). La valutazione della
validità dei progetti spetterà alla stessa Regione che formerà appositamente una
squadra di esaminatori.
Altra caratteristica innovativa contenuta nella Legge è la ridefinizione delle
caratteristiche dei distretti. Oltre ai distretti “industriali” riteniamo
infatti che in Veneto possano nascere molti altri distretti che potremmo
definire “produttivi”: turistici (il Veneto fa 7 milioni di turisti l’anno),
termali, delle nanotecnologie (uno di questi dovrebbe nascere in quel di
Venezia)
Inoltre un’azienda può ritenersi appartenente a un distretto anche se
fisicamente distante, l’importante è che operi nello stesso settore. Le aziende
in Romania, ad esempio quelle calzaturiere di Timisoara che da anni ormai sono
parte integrante della filiera italiana, potranno ritenersi incluse nella
progettualità del distretto italiano con cui operano. La ricerca e l’innovazione
saranno gli aspetti più premiati nei progetti che verranno esaminati. Adesso
spetta solo al territorio fare massa critica ed avanzare proposte e iniziative.
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Gilberto Pichetto
Fratin (Assessore Regione Piemonte)
La
Legge 317/91 ha rappresentato la definitiva presa d’atto dell’esistenza dei
distretti. Inizialmente si trattò di definire una serie di parametri che
aiutassero a stabilire con una certa precisione cosa fosse un distretto, questo
perché non basta una concentrazione produttiva per considerare un certo
territorio un distretto. Un distretto è un territorio impregnato di cultura
produttiva settoriale. Era necessario, quindi, cercare di capire di cosa si
stesse parlando quando si parlava di distretti. Oggi riteniamo di aver raggiunto
in Piemonte una competenza in merito quasi esclusiva. Con la Legge 24 del ’97
sono stati classificati 25 distretti sparsi su un territorio di 500 comuni
(anche se il concetto di comune non è determinante per l’identificazione delle
aree a distretto). Da quei 25 di partenza ne sono stati poi aggiunti 4 e tolti 2
(il motivo dell’esclusione di questi due è stata la mancata formazione di
comitati di distretto, i quali rappresentano il fattore più significativo per
determinare se un distretto esista e si autoriconosca tale). Il comitato di
distretto doveva essere, secondo noi, un organismo nato spontaneamente e non
retribuito, per evitare la burocratizzazione e la formazione di comitati che
avessero l’unica mira di accedere ai finanziamenti.
Il
numero dei progetti finanziati a tutt’oggi è di 56, per un totale di 94 milioni
di euro spesi. Possiamo affermare che è dalla validità dei progetti che traspare
dove effettivamente esistano aree distrettuali. La forza dei distretti consiste
nell’esistenza di un elevato numero di imprese presenti in un territorio, che
agiscono come se fossero un’unica grande impresa formata da soggetti tra loro
concorrenti: qualcuno ottiene più successo, qualcun’altro muore. Ora, nel
momento storico dell’economia globalizzata, la necessità primaria è quella di
affrontare i mercati internazionali e su questo campo molte PMI stanno purtroppo
manifestando la propria debolezza. I motivi principali sono la mancanza di tempo
da dedicare all’innovazione e quella di capitale per poter aggredire i mercati
internazionali. E’ subito stato chiaro che era qui che la Regione doveva
interpretare un ruolo di supporto, guidando le imprese nella trasformazione.
Vent’anni fa la situazione era molto diversa, bastava produrre. Nel primo
Novecento i negozi erano pieni di cassetti, uno entrava, chiedeva cosa voleva,
il negoziante apriva uno di quei cassetti e glielo dava. Molto diversa è la
realtà dei centri commerciali odierni, dove tutto è esposto in vetrina. Gli
studi degli analisti dimostrano come il consumatore tenda ad acquistare quello
che si trova sugli scaffali all’altezza dei propri occhi; meno venduta è invece
la merce posizionata negli scaffali meno visibili. Il rapporto tra produzione e
vendita è radicalmente cambiato: oggi produrre è diventato più facile, mentre
vendere e produrre secondo certi standard qualitativi lo è molto meno.
Alcuni dei temi più frequenti nei progetti presentati ed approvati finora:
1)
L’internazionalizzazione (riuscire ad immettere i propri prodotti nel mercato
globale) – 52% delle domande
2)
Qualità di prodotto e certificazione
Abbiamo constatato che la soglia del 40% di finanziamento dell’intero progetto,
che era stata fissata inizialmente, può raggiungere il 60% laddove si aggiunga
un supporto di tipo pubblico. Noi riteniamo inoltre che le Regioni non debbano
andare ciascuna per proprio conto, ma essere unite per riuscire a dare a
ciascuna realtà distrettuale ciò di cui necessita. Il problema della viabilità,
ad esempio non può essere risolto all’interno di una singola Regione: le
tecnologie possono anche essere in sé velocissime, ma se poi la viabilità non ti
consente di giungere tempestivamente all’acquirente è chiaro come anche esse
diventino inutili. Anche su questi temi è necessario muoversi in fretta.
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Claudio Calandra di
Roccolino (esperto sulla Legge del Friuli Venezia Giulia)
I
distretti riconosciuti oggi in Fiuli sono quattro. I requisiti previsti nelle
normative nazionali erano molto distanti da quelli dei distretti presenti nel
territorio friuliano. Il distretto agroalimentare e del prosciutto di San
Daniele, solo per fare un esempio, rientrava nella categoria “della pantofola”!
Dopo tre anni di esperienza si può ora trarre un bilancio più realistico delle
realtà che operano nel territorio.
I
4 distretti individuati sono:
1)
Maniago – settore: coltello
2)
San Daniele – settore: agroalimentare – prosciutto
3)
Manzano – settore: sedia
4)
Brugnera – settore: mobile (confinante con il Veneto nel quale è presente un
distretto dalle caratteristiche analoghe e quindi continuazione del distretto
friulano)
Prendendo come traccia il titolo del meeting possiamo affermare che in questi
tre anni sono stati molti i momenti di luce, ma altrettanti quelli d’ombra.
Alcune problematiche espresse precedentemente dagli assessori sono emerse anche
per noi.
Principali caratteristiche della nostra legge regionale:
1)
I distretti non sono enti pubblici. I distretti sono ambiti produttivi
evidenti, non è necessario che essi siano correlati necessariamente ad enti
pubblici, di qui la tesi che è necessario non burocratizzare eccessivamente i
loro impulsi spontanei.
2)
Piccolo rimborso per alcune spese di gestione. Inizialmente anche il
Friuli Venezia Giulia aveva ipotizzato che non vi fossero rimborsi per le spese
di ordinaria amministrazione, ma ci si è dovuti poi rendere conto che alcune
spese andavano riconosciute.
3)
Proposte, tavolo esaminatore e decisioni. Tutte le proposte per i
progetti provengono dal basso, dal territorio. E’ stato istituito un tavolo
operativo che distilla le varie proposte provenienti dal territorio e ne vaglia
la priorità. L’amministrazione regionale valuta poi con le parti del distretto
le iniziative urgenti e finanziabili. Anche i privati possono avere iniziative
rilevanti. Tutti gli attori sono infine chiamati ad un’assemblea per esaminare
l’attività complessiva.
Tra
le “ombre” possiamo affermare che spesso l’autonomia regionale prevista dalla
legge ha generato incertezza, questo per via del fatto che non è facile fare
politica a livello locale e operare delle scelte decise e non sempre è facile
individuare le priorità. Qualcuno ha affermato che forse occorreva un po’ di
dirigismo… resta una battuta ma evidenzia un sintomo.
Una
delle “luci” (o “ombre”) individuate: i distretti si sono evoluti nel senso
quantitativo, nel momento in cui ci si sposta su un aspetto qualitativo allora i
distretti possono avere molte meno chance (ci sarà sempre qualcuno che riesce a
fare le stesse cose a prezzi inferiori).
Uno
degli aspetti sui quali il distretto deve rendersi conto di dover investire è
l’immateriale, rappresentato dalla cultura, dalla formazione avanzata, dal
marketing. Ma per poter ottenere questi vantaggi è necessario fare un salto di
qualità e imparare a lavorare assieme, rinunciando al proverbiale individualismo
imprenditoriale che ha caratterizzato finora l’evoluzione dei sistemi locali.
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Irene Revelant
(Assessore Provincia di Udine - Friuli Venezia Giulia)
Come
Provincia facciamo parte del comitato di distretto sia del distretto della sedia
di Manzano che di quello del prosciutto di San Daniele. In base a quanto
espresso in precedenza dall’assessore Marino Finozzi sul volontariato necessario
nei distretti per la formulazione dei progetti, vorrei testimoniare l’esperienza
vissuta in questi due anni nella nostra Regione. Un’idea può partire con la più
buona volontà, ma se poi non c’è il necessario supporto economico anche
l’entusiasmo si affievolisce presto. Inizialmente pure in Friuli non erano
previste spese di gestione, ma in questa maniera ci si trovava spesso a non aver
nemmeno i soldi per spedire un fax o una lettera: il Veneto rischia di buttare
un anno per poi rendersi conto che è necessario riconoscere certe spese.
La
nostra Regione ha messo a disposizione 1 miliardo il primo anno e 2 il secondo:
con queste cifre si potevano finanziare solo degli studi eppure, anche se
avessimo avuto 30 miliardi il primo anno, non saremmo stati in grado di
spenderli. Il primo anno passa a risolvere tutta una serie di diatribe e solo
successivamente si riesce a progettare. Da oggi in avanti, però, anche noi
avremo bisogno di finanziamenti consistenti come quelli del Veneto. I comitati
ora si sono resi conto che tutto deve partire da loro. Finora essi non hanno
avuto personalità giuridica e questo ha creato tutta una serie di problemi: se
ad esempio si dovesse redigere un progetto da sottoporre all’Unione Europea non
lo si potrebbe fare, non avendo personalità giuridica, e bisognerebbe passare
attraverso i comuni che ospitano i distretti. Questi ultimi, tuttavia, possono
anche non avere tutta questa fretta o interesse ad intercedere. L’esperienza dei
comitati di distretto è stata comunque molto stimolante in questi due anni e
crediamo ora di essere pronti per partire concretamente con l’attivazione degli
interventi.
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Luciano
Consolati (Lumetel, distretto di Lumezzane - Lombardia)
La
Lombardia sta promuovendo il suo terzo triennio di attività progettuale
correlata alla Legge. Dopo tale periodo si può affermare che le esperienze non
siano state tutte positive, prova ne è il fatto che il numero di distretti
individuati all’inizio è ora diminuito. Oggi si è approdati alla definizione di
meta-distretto, che non vede più come fondamentale la componente territoriale ma
quella dell’innovazione. Riflettendo su alcune posizioni espresse dagli
assessori regionali scopriamo che il Piemonte deve rivedere i parametri di
definizione distrettuale, mentre il Veneto considera un distretto come un’entita
territoriale anche allargata, purchè sussista analogia nella produzione. E’ però
necessario far chiarezza sui termini, perché o si parla di sviluppo locale
oppure di distretto. Esistono filiere che possono essere più o meno allargate e
delocalizzate, ma la discriminante che caratterizza in primo luogo un distretto
è la componente territoriale. I parametri sono necessari per non allargare
troppo le definizioni.
Nella realtà lombarda il distretto-territorio non è più quello di dieci anni fa,
ma la componente territoriale (sapere tecnico, cultura comune) rimane
fondamentale. Se esistono i distretti è necessario che vengano definiti con
chiarezza altrimenti si rischia di creare confusione negli interlocutori
regionali.
Le
Regioni dovranno poi finanziare i progetti tenendo conto che questi dovranno
partire dal basso. Ma chi organizza il basso? Chi crea animazione economica,
sensibilizzazione ai progetti? Dove non ci siano comitati di distretto servono
centri di servizio alle imprese, associazioni di categoria, qualsiasi ente che
possa fungere da punto di aggregazione e da segreteria tecnica del distretto.
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Andrea Balestri
(distretto di Prato - Toscana)
La
Toscana è partita nel ’95 con un piccolo gruppo di distretti e ha immaginato un
piccolo comitato d’area. Ora la Regione ha sposato l’idea dello sviluppo locale
più che dei distretti. Inizialmente la Regione non si è nemmeno occupata della
formazione dei comitati di distretto, che in questo momento si stanno
autonomamente formando. Finora si è parlato di “progetti integrati di sviluppo
locale” e la Provincia rappresenta il luogo di aggregazione e di definizione dei
progetti (formazione, attenzione alla sostenibilità ambientale). Le risorse
comunque continuano ad essere esigue. Come evidenziato anche in precedenza, si è
rivelato difficile fare politica a livello locale, anche per la stessa struttura
multiforme dell’Italia. Uno degli obiettivi principali del Club dei distretti
all’atto di nascita era di creare delle riflessioni e delle iniziative che
partissero dal basso. E però necessario prendere in considerazione alcuni
problemi esistenti nei distretti che difficilmente possono essere risolti dai
comitati di distretto. Alcune risposte a livello locale non è possibile
fornirle: si pensi alla viabilità e alla collegata necessità di autostrade.
Anche la formazione intesa in senso ampio (e non di specializzazione tecnica
come spesso la si intende quando ci si riferisce ai distretti) non può essere di
competenza locale. Dal 94-95, in Toscana, dodici-tredici aree hanno riconosciuto
la presenza di distretti. Il limite del 40% di finanziamento sul monte totale
del progetto in alcuni casi è stato molto elevato, in altri scarso (ad esempio
nei progetti per la creazione di marchi territoriali e per la formazione). E’
quindi necessaria una flessibilità rapportata al tipo di iniziativa. Grazie
all’esempio della Lombardia il comitato di distretto ha contribuito a
sburocratizzare le procedure. Anche nella nostra Regione è stata imposta la
regola di far presentare i progetti senza però finanziare l’attività di
progettazione, questo a differenza delle Marche, dove invece vengono fornite
risorse ai comitati di distretto e della Basilicata, disposta anche a finanziare
studi e ricerche, se necessari, su presentazione di un semplice preventivo.
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Alberto Palma
(distretto di Fermo – Regione Marche)
Nelle Marche non esiste ancora un riconoscimento provinciale. La Regione è stata
tra le prime a sensibilizzarsi in materia di distretti, ma a tutt’oggi alcune
caratteristiche della legge continuano a non essere convincenti e questo perché
si è parcellizzato i distretti seguendo una classificazione territoriale anziché
settoriale. Seguendo tale parametro alcuni risultati differiscono da quelli di
altre Regioni: abbiamo ad esempio un distretto plurisettoriale, che si potrebbe
definire più un’area industriale che un distretto, il quale ha però un comitato.
La
rinomata area calzaturiera del fermano produce il 70% dell’intera produzione
delle Marche (l’altro 30% è prodotto nel confine sud della provincia). Ha un suo
comitato di distretto, che fatica spesso a riunirsi, e tutta una serie di
problemi di crescita, ma ha la fortuna di avere il presidente che è anche il
sindaco del comune di Sant’Elpidio ed imprenditore egli stesso, quindi vicino
alle concrete esigenze del territorio e dell’impresa. Quella del comitato di
distretto resta comunque un’esperienza da consolidare. Nel territorio
marchigiano finora qualcosa è stato fatto per portare alla luce alcuni dei
problemi che affligono un po’ tutte le aree distrettuali italiane, ciononostante
prevale ancora la struttura con grandi imprese dominanti. Resta il fatto che i
distretti rappresentano una realtà multiforme e necessitano di un supporto per
poter portare all’attenzione l’eterogeneità di problematiche correlate.
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Mario Mondello
(funzionario Regione Sicilia)
La
Sicilia non ha purtroppo una esperienza da portare allo studio e all’attenzione.
Sostanzialmente partecipa al meeting, al quale è stata invitata da uno dei suoi
distretti più significativi e associato al Club, Mazara del Vallo, per imparare
dalle esperienze degli altri distretti.
E’
però giunto il momento che anche la Sicilia si adoperi in tal senso: i 10.000
miliardi di fatturato e i 30.000 addetti che operano in suoi distretti impongono
ora di dare sostegno.
Esistono realtà molto interessanti che si stanno sviluppando, basti pensare
all’high-tech di Catania, nato attorno ad un centro produttivo avviato da una
grande azienda e che sta attirando molti investimenti. Importante si sta
rivelando investire sugli standard di qualità, come nel caso del vino siciliano
che si sta ponendo all’attenzione di operatori nazionali e internazionali. Altro
esempio che è necessario citare è quello dei pomodorini di Pachino, nati da
un’invenzione di un centro di ricerca che poi ha imposto quel tipo di coltura ad
un intero territorio. Sarebbe necessario riflettere se sia un esempio di
sviluppo ecologicamente sostenibile (anche se finora ha dimostrato di saper
attirare investimenti) ed improntarci sopra un lavoro di ricerca ed un progetto.
I
termini sui quali la Regione intende concentrare oggi l’attenzione sono:
1)
strategia di innovazione e ricerca che deve integrarsi col mondo della piccola
impresa
2)
individuare contesti produttivi locali che possano attirare investimenti
Siamo qui oggi ad ascoltare perché questa è una strada obbligata. Ci sono delle
realtà che si sono strutturate dal basso. Dobbiamo porci come referenti e già
abbiamo avviato una ricognizione aggiornata per esaminare se esistano dei
sistemi locali di imprese fondati sul principio di competizione/aggregazione
tipico dei distretti (ad esempio nei settori della ceramica, dell’agroalimentare,
del marmo…). E’ solo dalla collaborazione che si potrà sperare di creare
prospettive di crescita. Insieme al consorzio di Mazara del Vallo, la Regione
intende organizzare un convegno sul tema dei distretti industriali con
l’obiettivo di poter garantire maggior apertura ai mercati e standard di
qualità, questo con particolare appoggio alla crescita delle piccolissime
imprese.
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Paolo Gurisatti
(Università di Padova – consulente nella stesura della legge sui distretti del
Veneto) - Interpellato dal
segretario Aldo Durante per una definizione della figura del garante prevista
nella legge del Veneto.
La
Regione Veneto sta cercando di salvare le esperienze positive emerse dalle
testimonianze degli altri distretti. Uno dei primi obiettivi è quello di
riuscire a dimostrare che il distretto è un’entità produttiva riproducibile ed
estrapolare un codice di sviluppo, altrimenti non può essere considerato un
valido e concreto modello. Il primo passo per ottenere i finanziamenti lo
dovranno fare i territori, che saranno chiamati a contribuire decisamente e a
dire dove vogliono arrivare, documentando i motivi delle scelte. Fissati gli
obiettivi, la documentazione arriverà sul tavolo di lavoro della Regione. Un
territorio deve essere in grado di eleggere un garante da cui farsi
rappresentare al tavolo Regionale, il quale si incontrerà con i garanti degli
altri territori distrettuali. Sul tavolo regionale i progetti si incontreranno
inoltre con le priorità della Regione stessa. Il Veneto ad esempio ha alcuni
problemi a cui bisogna dar risposta: il congestionamento della viabilità, la
logistica, l’impatto ambientale. Dopo il tavolo di valutazione verranno aperti i
bandi. Il bilancio prevede un finanziamento iniziale di 15 milioni di euro, che
è un limite ampiamente superabile in presenza di validi progetti (si pensi a un
bel progetto di integrazione di esperienze formative). Problemi più complessi
come la viabilità, le autostrade ecc. saranno invece trattati in altre sedi.
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Giuseppe Tripoli
(segretario generale Unioncamere)
Il
fenomeno dei distretti nasce da culture, rapporti, imprese che condividono la
stessa storia produttiva. In questi sistemi locali giocano un ruolo importante,
da valide interlocutrici, le Camere di Commercio. Un tema alla ribalta della
cronaca di questo ultimo periodo e sul quale insistono sia le delegazioni
straniere che i nostri politici, è quello della clonazione dei distretti
all’estero. Perdonate il termine, ma si tratta di un’insulsaggine: non è
possibile esportare i distretti, tutt’al più si possono decentrare delle fasi di
lavorazione. La legge dei Balcani prevede invece proprio l’esportazione del
sistema.
La
317/91 ha avuto grandi meriti, ma anche alcuni demeriti, mentre oggi, con la
140, si sta passando gradualmente dal concetto di
territorio a quello di rete. Le Camere di Commercio possono rappresentare un
buon partner in questo senso essendo omogeneamente distribuite sul territorio
nazionale. Con la globalizzazione si rende infatti necessario che i territori si
muniscano di misure appropriate per competere. Dai distretti delocalizzati, ai
meta-distretti, è necessario presidiare tutta la filiera, di supporto
all’ingresso nei mercati esteri. Bisogna considerare inoltre quanto possano
essere legate imprese simili in distretti diversi e rendere compatibile la parte
legislativa delle diverse Regioni per facilitare tali rapporti puntando
contemporaneamente a facilitare le leggi.
E’
poi necessario redigere un rapporto socio-economico sui distretti, in
collaborazione con il Club, che consenta di monitorare e avere sottomano la
situazione generale di tali realtà produttive presenti nel nostro Paese.
L’esempio, citato dal rappresentante della Sicilia, del distretto high-tech di
Catania rappresenta un caso in cui una grande azienda è riuscita a tirar fuori
dal localismo un’intera area e a proiettarla nel mercato globale. Dove non c’è
la grande azienda è necessaria l’azione delle Regioni e delle Camere di
Commercio.
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il testo del documento (.htm)
31 ottobre, 2002
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