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  Meeting -  "Internazionalizzazione e Distretti" - Prato, 28 giugno 2002
Il fenomeno della delocalizzazione è vissuto in modi abbastanza diversi tra i distretti (dove si distinguono quelli del Nord Est) e all'interno dei distretti. Cosa rappresenta oggi la delocalizzazione? Lancia davvero sfide che molte piccole imprese non sembrano in grado di raccogliere? Forse le imprese dei distretti sono troppe? L'internazionalizzazione che tipo di immagini evoca tra gli imprenditori e tra i residenti nei distretti?

Il recente meeting del Club, dedicato al tema "Internazionalizzazione e Distretti", tenutosi presso l'Unione Industriale Pratese, è stato un importante momento di dibattito e confronto tra le differenti realtà produttive italiane che vi hanno partecipato e che proprio sul tema della competizione globale hanno potuto esaminare le diverse risposte che vengono fornite nei diversi distretti.

Adriano Sartor e Aldo Durante (rispettivamente presidente e segretario del Club) e Mario Maselli (Unione Industriale Pratese) hanno coordinato gli interventi di cinque rappresentanti distrettuali. Gli spunti forniti sono stati simili in alcuni casi, radicalmente diversi in altri, anche in relazione ai diversi settori produttivi presi in esame.  

 

Giovanni Tumbiolo (Cotralpesca) - distretto ittico di Mazara del Vallo, Sicilia

Il principale intervento di internazionalizzazione in atto per il distretto della pesca siciliano mira a voler creare regole comuni con i Paesi nordafricani per il pescaggio nel Mediterraneo. E' infatti necessario rispettare dei tempi condivisi (al di là della mera competitività) per permettere il riciclo biologico e la rigenerazione della fauna ittica. Un interlocutore importante in tale processo è rappresentato dalle Nazioni Unite. Il distretto vuole svolgere una funzione seria e responsabile nel pieno rispetto ambientale, avvalendosi di alleati importanti come le associazioni di categoria e il Club dei Distretti.

 

Renato Sopracolle (titolare Sopracolle srl, presidente Sipao) - distretto dell'occhialeria di Belluno, Veneto

Nel distretto dell'occhialeria bellunese, costituito da 170 imprese per un totale di 13.500 addetti, sono presenti quattro grandi aziende che detengono il 70% della produzione. Vi è poi una miriade di piccole aziende mentre sono praticamente assenti le medie. Complessivamente il rapporto imprese/abitanti è di 1/11. L'occhiale è un prodotto ad alta incidenza di manodopera, ma questo non è un motivo sufficiente per delocalizzare. La tendenza è anzi inversa, ovvero di riportare dentro il lavoro che era prima eseguito fuori. Una grossa azienda come Luxottica ha acquistato il marchio Rayban ed ha spostato in Italia molte fasi della produzione prima sparse in paesi come Cina e Messico. E' un esempio che vuole mettere in luce come la delocalizzazione non sia al primo posto tra le esigenze distrettuali e si limiti all'utilizzo di fornitori esterni per la produzione di montature di fascia bassa. Una delle principali carenze presenti del distretto è per ora rappresentata dallo scarso peso dato al servizio al cliente.

  

Guglielmo Querini (direttore Salone Internazionale della Sedia) - distretto della sedia di Manzano, Friuli Venezia Giulia

Il distretto della sedia di Manzano è caratterizzato dalla presenza di 1.200 aziende e 15.000 addetti. Il manzanese gestisce il 50% della produzione sediaria europea. Il distretto ha operato dapprima senza la legge, poi la legge gli è servita ad ufficializzarsi. Per quanto riguarda la delocalizzazione questa è stata sperimentata in paesi dell'Est Europa come Ungheria, Polonia ecc. La grande maggioranza delle aziende che avevano tentato questa strada sono state però costrette a tornare sui propri passi a causa della scarsa capacità, in quelle aree, di creare prodotti qualitativamente accettabili. Ora la sitazione è così delineata: design e progettazione in casa, alcune componenti di prodotto fuori, marketing e vendita comunque sempre all'interno. Vi è poi un grosso problema di copyright legato all'internazionalizzazione: aziende del Far East copiano pedissequamente le sedie di Manzano, non curandosi nemmeno a volte di variare scritte e grafiche. In questo contesto il marchio di provenienza viene visto come possibile àncora di salvezza, purchè si configuri come un marchio sottoposto a rigidi controlli e limitazioni severe.

 

Cesare Oliosi (amministratore delegato Olip Italia) - distretto calzaturiero di Verona, Veneto

Per il distretto veronese la delocalizzazione è una scelta obbligata ed è solo grazie a questa se gli è ancora possibile essere competitivo sui mercati internazionali. L'area principale di insediamento è nei Balcani. Sono coinvolti nel processo: 100 aziende (di cui 76 contoterziste), 4.500 lavoratori e 500 indiretti. Il fatturato espresso da prodotti realizzati all'estero è di 150 milioni di euro. Sarebbe servito fin dal principio un deciso supporto culturale all'operazione, ma, in assenza di questo, ognuno ha dovuto improvvisare all'occorrenza. Quindi per il calzaturiero veronese non sono totalmente valide le considerazioni degli interventi precedenti. E' assolutamente necessario ora far passare senza remore il distretto dalla mentalità artigiana a quella industriale e internazionale. Ogni azienda avrà grosse difficoltà a muoversi da sola, per questo non è più rimandabile una sinergia tra tutte le forze, operatori, aziende, distretti simili (ad es. Montebelluna) per la creazione di cultura internazionale attraverso serie proposte formative. Il Club può svolgere una funzione di sostegno nella comunicazione con altri distretti. Solo in questa maniera sarà possibile creare una classe dirigente qualificata e responsabile in grado di non soccombere alle nuove sfide imposte dall'internazionalizzazione dei mercati. Per Verona, in ultima analisi, il processo di delocalizzazione è irreversibile.       Leggi l'intervento completo di Cesare Oliosi e il profilo del distretto veronese tracciato da Umberto Pinamonte (CISCAL)

 

Giuseppe De Gaetano (Casa Italia a San Pietroburgo) - distretto di Cusio-Valsesia

Casa Italia è un luogo creato a San Pietroburgo per dotare il Made in Italy di una vetrina sul mercato russo. In questi ultimi nove anni vi sono stati in questo paese passaggi epocali, in primis la riorganizzazione dopo la fine dell'Unione Sovietica. La realtà italiana dei distretti è invidiabile e non è presente altrove: è però necessario che i distretti non vadano alla carica dei Paesi meno sviluppati con mentalità colonizzatrice ma con un progetto ben preciso e con il dichiarato principio di capire ed aiutare. Bisogna riuscire a fornire a questi Paesi la "fotografia" dei distretti, affinchè la possano visualizzare e comprendere. Le dimensioni dei distretti poi, se rapportate alle immense distese russe, possono fornire un esempio di quanto difficile sia trampiantare tali concentrazioni di imprese altrove. Approcciarsi ad un mercato come quello Russo pone inoltre una serie di problematiche irrisolte come la questione doganale. I Finlandesi, per fare un esempio, hanno dovuto creare una propria dogana. Le prospettive odierne di cooperazione, con Putin, sembrano comunque sicure.

 



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