Il
fenomeno della delocalizzazione è vissuto in modi abbastanza diversi tra i
distretti (dove si distinguono quelli del Nord Est) e all'interno dei distretti.
Cosa rappresenta oggi la delocalizzazione? Lancia davvero sfide che molte
piccole imprese non sembrano in grado di raccogliere? Forse le imprese dei
distretti sono troppe? L'internazionalizzazione che tipo di immagini evoca tra
gli imprenditori e tra i residenti nei distretti?
Il recente meeting del
Club, dedicato al tema "Internazionalizzazione e Distretti", tenutosi presso l'Unione Industriale Pratese, è stato un importante momento di dibattito e confronto tra le
differenti realtà produttive italiane che vi hanno partecipato e che proprio sul
tema della competizione globale hanno potuto esaminare le diverse risposte che
vengono fornite nei diversi distretti.
Adriano Sartor e
Aldo Durante (rispettivamente presidente e segretario del Club) e Mario Maselli
(Unione Industriale Pratese) hanno coordinato gli interventi di cinque
rappresentanti distrettuali. Gli spunti forniti sono stati simili in alcuni
casi, radicalmente diversi in altri, anche in relazione ai diversi settori
produttivi presi in esame.
 
Giovanni Tumbiolo (Cotralpesca)
- distretto ittico di Mazara del Vallo, Sicilia
Il principale intervento
di internazionalizzazione in atto per il distretto della pesca siciliano mira a
voler creare regole comuni con i Paesi nordafricani per il pescaggio nel
Mediterraneo. E' infatti necessario rispettare dei tempi condivisi (al di là
della mera competitività) per permettere il riciclo biologico e la rigenerazione
della fauna ittica. Un interlocutore importante in tale processo è rappresentato
dalle Nazioni Unite. Il distretto vuole svolgere una funzione seria e
responsabile nel pieno rispetto ambientale, avvalendosi di alleati importanti
come le associazioni di categoria e il Club dei Distretti.
Renato
Sopracolle (titolare Sopracolle srl, presidente Sipao) -
distretto dell'occhialeria di Belluno, Veneto
Nel distretto
dell'occhialeria bellunese, costituito da 170 imprese per un totale di 13.500
addetti, sono presenti quattro grandi aziende che detengono il 70% della
produzione. Vi è poi una miriade di piccole aziende mentre sono praticamente
assenti le medie.
Complessivamente il rapporto imprese/abitanti è di 1/11. L'occhiale è un
prodotto ad alta incidenza di manodopera, ma questo non è un motivo sufficiente
per delocalizzare. La tendenza è anzi inversa, ovvero di riportare dentro il lavoro
che era prima eseguito fuori. Una grossa azienda come Luxottica ha acquistato il
marchio Rayban ed ha spostato in Italia molte fasi della
produzione prima sparse in paesi come Cina e Messico. E' un esempio che vuole
mettere in luce come la delocalizzazione non sia al primo posto tra le esigenze
distrettuali e si limiti all'utilizzo di fornitori esterni per la produzione di
montature di fascia bassa. Una delle principali carenze presenti del distretto è
per ora rappresentata dallo scarso peso dato al servizio al cliente.
Guglielmo Querini
(direttore Salone Internazionale della Sedia) - distretto della sedia di Manzano,
Friuli Venezia Giulia
Il distretto della sedia di Manzano
è caratterizzato dalla presenza di 1.200 aziende e 15.000 addetti. Il manzanese
gestisce il 50% della produzione sediaria europea. Il
distretto ha operato dapprima senza la legge, poi la legge gli è servita ad
ufficializzarsi. Per quanto riguarda la delocalizzazione questa è stata
sperimentata in paesi dell'Est Europa come Ungheria, Polonia ecc. La grande
maggioranza delle aziende che avevano tentato questa strada sono state però
costrette a tornare sui propri passi a causa della scarsa capacità, in quelle
aree, di creare
prodotti qualitativamente accettabili. Ora la sitazione è
così delineata: design e progettazione in casa, alcune
componenti di prodotto fuori, marketing e vendita comunque sempre all'interno.
Vi è poi un grosso problema di copyright legato all'internazionalizzazione: aziende del Far East
copiano pedissequamente le sedie di Manzano, non curandosi
nemmeno a volte di variare scritte e grafiche. In questo contesto il marchio di
provenienza viene visto come possibile àncora di salvezza, purchè si configuri
come un marchio sottoposto a rigidi controlli e limitazioni severe.
Cesare Oliosi
(amministratore delegato Olip Italia) - distretto calzaturiero di Verona, Veneto
Per il distretto veronese
la delocalizzazione è una scelta obbligata ed è solo grazie a questa se gli è
ancora possibile essere competitivo sui mercati internazionali. L'area principale di insediamento è nei Balcani. Sono coinvolti nel processo: 100 aziende (di cui 76 contoterziste),
4.500 lavoratori e 500 indiretti. Il fatturato espresso da prodotti realizzati
all'estero è di 150 milioni di euro. Sarebbe
servito fin dal principio un deciso supporto culturale all'operazione, ma, in
assenza di questo, ognuno ha dovuto improvvisare all'occorrenza. Quindi per il
calzaturiero veronese non sono totalmente valide le considerazioni degli
interventi precedenti. E' assolutamente necessario ora far passare senza remore
il distretto dalla mentalità artigiana a quella industriale e internazionale.
Ogni azienda avrà grosse difficoltà a muoversi da sola, per questo non è più
rimandabile una sinergia tra tutte le forze, operatori, aziende, distretti
simili (ad es. Montebelluna) per la creazione di cultura internazionale
attraverso serie proposte formative. Il Club può svolgere una funzione di
sostegno nella comunicazione con altri distretti. Solo in questa maniera sarà
possibile creare una classe dirigente qualificata e responsabile in grado di non
soccombere alle nuove sfide imposte dall'internazionalizzazione dei mercati. Per
Verona, in ultima analisi, il processo di delocalizzazione è irreversibile.
Leggi
l'intervento completo di Cesare Oliosi e il profilo del distretto veronese
tracciato da Umberto Pinamonte (CISCAL)
Giuseppe De Gaetano
(Casa Italia a San Pietroburgo) - distretto di Cusio-Valsesia
Casa Italia è un luogo
creato a San Pietroburgo per dotare il Made in Italy di una vetrina sul mercato
russo. In questi ultimi nove anni
vi sono stati in questo paese passaggi epocali, in primis la
riorganizzazione dopo la fine dell'Unione Sovietica. La realtà italiana dei
distretti è invidiabile e non è presente altrove: è però necessario che i
distretti non vadano alla carica dei Paesi meno sviluppati con mentalità
colonizzatrice ma con un progetto ben preciso e con il dichiarato principio di capire ed
aiutare. Bisogna riuscire a fornire a questi Paesi la "fotografia" dei
distretti, affinchè la possano visualizzare e comprendere. Le dimensioni dei
distretti poi, se rapportate alle immense distese russe, possono fornire un
esempio di quanto difficile sia trampiantare tali concentrazioni di imprese
altrove. Approcciarsi ad un mercato come quello Russo pone inoltre una serie di
problematiche irrisolte come la questione doganale. I Finlandesi, per fare un
esempio, hanno dovuto creare una propria dogana. Le prospettive odierne di
cooperazione, con Putin, sembrano comunque sicure.
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